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9 settembre 1943: le corazzate in mare


Giuseppe Garufi
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Nei giorni scorsi, su una pagina Facebook, è apparsa una bella foto, purtroppo molto deteriorata dal tempo, in cui appaiono insieme le tre corazzate della classe LITTORIO, con in primo piano l'incrociatore MONTECUCCOLI. Considerata la presenza su tutte e tre le corazzate del radar, la foto dovrebbe essere stata scattata il 9 settembre 1943, poco prima dell'affondamento della ROMA.

Una cosa interessante è che gli schemi di camouflage visibili sembrano in parte diversi da quelli che conosciamo.

Nei vari commenti su Facebook (la foto infatti è stata rilanciata anche su altre pagine e siti web) si arriva a presumere che la foto stessa raffiguri  la famosa manovra di inversione di rotta a un tempo di 180° prima di arrivare a La Maddalena.

Roma_VittorioVeneto_Italia_9settembre1943.thumb.jpg.f12c765046e35de2b4e858bfb4846853.jpg

La pagina Facebook da cui proviene l'immagine (e cui rimando per i crediti) è 

https://www.facebook.com/ITMArchives/

La foto è apparsa anche su:

https://www.facebook.com/groups/824193301077723

 

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Può essere proprio l'inversione di rotta delle Forze Navali da battaglia, con le corazzate della 9a Divisioner che  da ultime unità della formazione navale passarono in testa, su ordine inverso VITTORIO VENETO , ITALIA  e ROMA. Esse furono seguite dai sei incrociatorii  della 7a e 8a Divisione anch'essi in formazione di linea inversa, seguiti a loro volta dagli otto cacciatorpediniere, su  due squadriglie,  e infine dalle 5 torpediniere del comandante Imperiali.

Fu in questa formazione anomala, ordinata dall'ammiraglio Bergamini, che scelse l'inversione di rotta ad un tempo per 180° invece  di effettuare un'inversione normale (ricordate la 1a Divisione a Matapana), che si sviluppò il primo attacco degli aere da bombardamento He.217 del III./KG.100 che affondarono la ROMA.

Sebbene la foto sia confusa, dovrebbe trattarsi, da sinistra a destra, della ROMA, ITALIA e VITTORIO VENETO, mentre l'incrociatore della classe dei 7.000 tonnellate, dovrebbe essere il MONTECUCCOLI, che era l'ultima unità della 7a Divisione( guidata dall'EUGENIO DI SAVOLIA) che si trovava davanti e sulla colonna destra delle navi da battaglia. Quest ultime vennero a trovarsi nel corso dell'attacco senza poter disporre della protezione contrarea delle altre navi, né davanti e neppure sui lati.

Edited by Francesco Mattesini
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La fotografia mostra,' certamente, l'inversione di rotta, nello Stretto di Bonifacio, delle Forze Navali da Battaglia. E ciò in quanto la presenza  nell'immagine di un incrociatore del tipo "Eugenio di Savoia" (ma anche degli altri incrociatori) si verificò, in formazione con  con le corazzate dopo l'entrata in servizio della "Roma" il  20 agosto 1942, soltanto dopo l'usccita da La Spezia, il mattino derl 9 settembre 1943, delle unità italiane per andare a consegnarsi agli anglo-americani. Mai, sia nei trasferimenti, sia nelle esercitazione, le corazzate avevano realizzato le loro missioni nell'Alto Torreno assieme alle Divisioni di incrociatori.

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Il 5/10/2023 at 12:03, Francesco Mattesini ha scritto:

“Fu in questa formazione anomala, ordinata dall'ammiraglio Bergamini, che scelse l'inversione di rotta ad un tempo per 180° invece  di effettuare un'inversione normale“

In realtà non ci sono manovre in formazione “normali” e “non normali”.

L’accostata a un tempo si utilizza quando si voglia mantenere invariato il rilevamento assoluto (cioè misurato dal nord) delle unità della formazione rispetto alla regolatrice, mentre l’accostata per conversione/contromarcia quando si voglia mantenere invariato il rilevamento relativo (cioè misurato dalla prora) sempre rispetto alla regolatrice.

Nell’ inversione di ritta l’accostata a un tempo (meglio due da 90° se in formazione ci sono navi con raggio d’accostata diverso) permette una maggiore rapidità nell’esecuzione della manovra ma l’ordine delle unità nella linea di fila si inverte.
Invertire la rotta tramite un accostata per contromarcia lascia invariato l’ordine delle unità nella linea di fila ma la manovra risulta molto più lunga, soprattutto per formazioni molto numerose, poiché le navi non accostano contemporaneamente ma lo fanno una volta giunte sul punto dove ha accostato la capofila (che normalmente è la regolatrice).

il comandante tattico sceglie quale tipo di manovra ordinare sulla base delle valutazioni tattiche del momento 

Edited by cloderre
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E' chiaro. Ma la manovra per 180° ad un tempo, ha portato le corazzate della 9a Divisione Navale, in formazioni contraria e senza disporre di nessuna protezione a prora delle corazzate stesse; e quindi ad una minore prtotezione contraerea. La mia non é un accusa all'ordine impartito dall'ammiraglio Bergamini, ma soltanto una constatazione. Non sappiamo, né possiamo immginarlo se mantenendo la formazione iniziale l'esito dell'attacco aereo tedesco sarebbe stato lo stesso, e se il principale bersaglio delle bombe PC.1400X sarebbe stato la ROMA, che si trovava ben protetta di prora dagli incrociatori della 7a e 8a Divisione, perché quello che si temeva era un attacco di aerosiluranti provenienti dalla Francia meridionale. La rotta delle Forze Navali da Battaglia, secondo gli ordini impartiti dagli Alleati con il promemoria DICK, doveva essere (dopo la riunione delle unità salpate da Genova e La Spezia nel Mar Ligure), quella del Tirreno diretta al largo di Bona, passando lungo le coste orientali della Corsia e della Sardegna. E' stata la disperata richiesta di Bergamini, che minaccio di fare affondare le navi, a convincere Supermarina a prendere una rotta opposta, per poi raggiungere la Maddalena,  passando da ovest per lo Stretto di Bonifacio. Le discussioni, accesissime tra gli ammitagli de Courten e Bergamini, fecero in modo che la Flotta che doveva salpare dalla basi subito dopo il tramonto dell'8 settembre (18.30), avvenisse alle 03.30-03.40 del 9 settembre; e questa, imperdonabile, perdita di tempo, oltre a non  far percorrere alle navi  la rotta del Tirreno durante la notte, alle 16.00 del pomeriggio del 9 settembre portarono all'inizzio  delll'attacco aereo tedesco, e all'affondamento dalla ROMA e del cacciatorpediniere VIVALDI e  al danneggiamento della corazzata ITALIA. Attacco che altrimenti non ci sarebbbe stato perché le navi di Bergamini sarebbero state fuori sall'autonomia  degli aerei tedeschi Do.217 del KG.100 decollati dalla Provenza (aeroporto di Istres), e protette fin dall'alba dai caccia Alleati a sud della Sardegna.

Edited by Francesco Mattesini
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Quello che mi viene da pensare è che l'ammiraglio Bergamini abbia voluto prediligere la rapidità di esecuzione della manovra pur accettando di trovarsi, alla fine della stessa, con le unità in ordine invertito. Non è infatti "confortevole" trovarsi in manovra in acque ristrette (sia per conformazione geografica che per la presenza di campi minati) durante un possibile attacco aereo.

Del resto, la protezione fornita dalla scorta nei settori prodieri è un fattore di cui bisogna certamente tener conto nei confronti dei sommergibili, che per mere ragioni cinematiche (sottacqua devono tenere velocità molto basse per non scaricare subito le batterie) possono attaccare solo qualora si vengano a trovare di prora alle formazioni che navigano ad alta velocità, ma nel caso di specie secondo me non lo era.

In quella specifica situazione, infatti, pur di tirarsi fuori rapidamente dalle acque ristrette è stato probabilmente ritenuto accettabile venirsi a trovare con la scorta temporaneamente a poppavia della formazione, anche perché, dato il poderoso armamento antiaerei di cui disponevano le corazzate della classe Littorio, esse erano in grado di potersi difendere a prescindere dal posizionamento della scorta.

Al contrario, venirsi a trovare in acque ristrette durante un attacco aereo avrebbe reso impossibile o quasi manovrare indipendentemente, se non rischiando di finire nei campi minati, sia per cercare di mantenere il maggiore numero di armi nel settore utile di tiro, sia per rendere difficile/inefficace il puntamento delle bombe lanciate da alta quota (non sapevano infatti di aver a che fare con armi guidate). 

Ovviamente le mie sono considerazioni fatte col senno di poi, quindi lasciano il tempo che trovano.

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E vero quello che dice. Ma non era mai accaduto che la nave ammiraglia della Squadra Navale italian, seguita dalle altre due corazzate della 9a Divisione, si trovassero all'improvviso prive di una qualsiasi protezione, sia aereo che subacqueo. I nostri cannoni contraerei hanno aperto il tiro inefficace, con i cannoni da 90 mm che non erano della stessa efficacia di queli in uso nell'Esercito, rimasti in servizio fino agli anni '70, soltanto quando gli aerei tedeschi erano ormai sullo zenit delle nostre navi.

Riporto quanto ho scritto nel mio ultimo libro sull'episodio, che é in preparazione di stampa da parte dell'Editore Luqa Cristini:

8 SETTEMBRE 1943

LA REGIA MARINA NELLA TRAGEDIA DELL’ITALIA

Nell’80° Annoversario

COME SI ARRIVO’ ALLA FIRMA E ALLA DICHIARAZIONE DELL’ARMISTZIO E DELLA RESA INCONDIZIONATA CON GLI ANGLO-AMERICANI, E IL DRAMMA DELLE FORZE NAVALI DA BATTAGLIA

 FRANCESCO MATTESINI

 

26) Considerazioni sugli attacchi aerei e sull’affondamento della ROMA

Sullo svolgimento e sulle conseguenze degli attacchi aerei tedeschi cui furono  sottoposte le Forze Navali da Battaglia durante il pomeriggio del 9 settembre 1943, l’ammiraglio Romeo Oliva, che dopo la morte dell’ammiraglio Carlo Bergamini aveva assunto, sull’incrociatore Eugenio di Savoia, il Comando della Squadra – informandone Supermarina con un messaggio delle ore 17.00 in cui portava a conoscenza l’affondamento della Roma in lat. 41°10’N, long. 08°39’E, e chiedendo istruzioni – fece nel suo rapporto di missione le seguenti osservazioni:

 

Se la Forza Navale fosse stata protetta anche da pochi aerei da caccia, l’opera degli aviatori tedeschi sarebbe stata certo notevolmente intralciata dato che gli attacchi venivano eseguiti da piccoli gruppi di aerei in ondate successive (all’incirca ogni mezz’ora). Il seguito della navigazione compiuta assieme alle navi inglesi, fortemente scortate da aerei da caccia, ha dimostrato chiaramente quali risultati si possono raggiungere, nei confronti della sicurezza della navigazione, con l’uso degli apparecchi efficaci e con l’impiego di aerei che abbiano basi in porti bene situati rispetto alla rotta. Durante i numerosi attacchi aerei tutte le unità hanno sempre manovrato con prontezza e decisione e ciascuna per conto proprio; altrettanto prontamente la formazione veniva riordinata al cessare di ogni attacco riprendendo la marcia con direttrice ponente. Il fuoco c.a. è stato sempre nutrito ma si è rilevato poco efficace. Con una formazione così numerosa e disposta, all’inizio, su una lunga fila,  [conseguenza dell’attraversamento dello Stretto di Bonifacio], non erano possibili manovre d’insieme sotto gli attacchi aerei: esse non sarebbero certamente risultate tempestive per la maggior parte delle Unità, mentre la forte accostata individuale, spesso con aumento di velocità fatta all’incirca al momento dello sgancio, si è dimostrata molto efficace ed ha consentito agli incrociatori di evitare parecchie bombe ad essi dirette.

Sulla scarsa reazione contraerea, sull’imprecisione del tiro, e sull’insufficienza di manovra opposta dalle navi italiane all’attacco dei bombardieri tedeschi, il capitano di fregata Marco Notarbartolo, comandante del piccolo incrociatore Attilio Regolo, fece le seguenti e interessanti osservazioni, trascritte nel suo “Rapporto di navigazione”, datato 22 settembre 1943:

Le FF.NN., a giudizio dello scrivente, hanno scarsamente reagito con la manovra all’azione avversaria. Non è stato ordinato il diradamento (E 6) previsto dalla S.M. 3, sì che le molte Unità della lunga linea di fila sono venute a trovarsi notevolmente imbarazzate nella manovra individuale per evitare l’offesa nemica. Le due accostate ad un tempo durante la prima fase dell’attacco hanno portato, in certi momenti, a inopportuni avvicinamenti tra le Unità mentre nell’ultima fase il disordine determinatosi, sopratutto tra gli incrociatori, hanno fatto sì che l’attenzione dei Comandi dovesse essere rivolta più a scongiurare i pericoli di collisione che la minaccia dall’alto. Il tiro c.a. delle Unità è stato alquanto fiacco e disordinato e quindi inefficace. Gli aerei attaccanti non ne sono stati menomamente disturbati: essi hanno proceduto sulle rotte di sgancio senza preoccuparsi degli scoppi delle granate c.a. che, d’altronde, erano radi e assai distanziati da essi.

Queste dure considerazioni del capitano di fregata Notarbartolo furono giustificate, almeno in parte, dall’ammiraglio Oliva che, nella sua relazione, sostenne che tutte le unità navali della Forza Navale da Battaglia avevano sempre “manovrato con prontezza e decisione e ciascuna per proprio conto”, mentre “il fuoco contraereo è stato sempre nutrito ma si è rivelato poco efficace”. E aggiunse:

Con una formazione così numerosa e disposta, all’inizio, su una lunga linea di fila, non erano possibili manovre d’insieme sotto gli attacchi aerei: esse non sarebbero certamente risultate tempestive per la maggior parte delle Unità, mentre la forte accostata individuale, spesso con aumento di velocità fatta all’incirca al momento dello sgancio, si è dimostrata molto efficace ed ha consentito agli Incrociatori di evitare parecchie bombe ad essi dirette”.

Sul mancato intervento di velivoli da caccia terrestri italiani che avrebbero potuto intervenire contro i Do.217 – inclusi i Re.2001 del 161° Gruppo Caccia che fin dalla primavera del 1943 erano stati assegnati da Superaereo all’impiego della flotta assieme ai Mc.200 del 2° Gruppo Caccia, da Sarzana inviati a Latina per aumentare la difesa aerea nella zona di Roma – occorre dire che vi fu indubbiamente da parte dei vertici della Marina molta leggerezza, aggravata dall’incertezza del Comando Squadra, e non ne conosciamo il motivo, che le tre corazzate facessero decollare al primo allarme i loro quattro caccia imbarcati Re.2000: uno ciascuno sulla Roma e sull’Italia e due sulla Vittorio Veneto. Per far posto a questi aerei da caccia sulle catapulte, le tre corazzate avevano sbarcato alla Spezia i loro ricognitori Ro. 43.

Come abbiamo detto, dopo che alle 15.10 del 9 settembre si era verificato l’avvistamento della flotta italiana da parte di un secondo ricognitore Ju 88, che la segnalò a sud-ovest di Bonifacio come costituita da tre navi da battaglia, sei incrociatori e sei cacciatorpediniere, con rotta sud, il Comando Squadra aveva ordinato alle corazzate: “Preparatevi a catapultare Re. 2000”. Ma quando quasi tre ore dopo si preannunziò l’attacco aereo della prima formazione dei Do 217 del III./KG.100, che fu piuttosto  improvviso, i velivoli da caccia non ebbero l’ordine di decollare, né lo poterono fare successivamente con le navi che manovravano per sottrarsi all’azione nemica.

         Dopo i primi attacchi, quando già il velivolo della Roma era andato perduto con la corazzata, il nuovo Comandante delle Forze Navali da Battaglia, ammiraglio Oliva, approfittando di un momento di tregua, alle 17.26 ordinò alle due rimanenti navi da battaglia di fare decollare i loro Re. 2000, ma soltanto la Vittorio Veneto alle 18.12 fece partire uno dei suoi due aerei, mentre l’Italia dovette lanciare il suo velivolo in mare perché rimasto danneggiato sulla catapulta quando la corazzata era stata colpita. Il Re. 2000 della Vittorio Veneto non ebbe modo di intervenire contro gli aerei tedeschi nel corso dei loro ultimi attacchi, ed essendo al limite dell’autonomia ricevette l’ordine di raggiungere Ajaccio, in Corsica. Nell’atterrare il velivolo si sfasciò causando il ferimento del pilota, tenente Guido Parrozani. Conseguentemente soltanto un Re. 2000 rimase disponibile sulla Vittorio Veneto, e con essa arrivò a Malta, com’è chiaramente dimostrato in una famosa foto della corazzata all’ancora, scattata dai britannici.

Su alcuni comportamenti individuali, con particolare riferimento ad ufficiali che non avevano tenuto un buon comportamento di carattere nei tristi giorni dell’armistizio, l’ammiraglio Accorretti fece, nella relazione di fine Comando della 9a Divisione Navale, datata 8 aprile 1944, le seguenti osservazioni di una impietosa analisi:[1]

 

         Non sarebbe giusto infatti negare che il carattere era già tenuto in gran conto in passato, ma forse si potrebbe fare ancora di più per convincere tutti delle necessità di tener presente che per conquistare la vittoria occorre ai popoli modestia, sentimento del dovere, incorruttibilità e slancio. Sarebbe a tal fine indispensabile colpire inesorabilmente coloro che difettano di tali qualità quando non possibili di miglioramento.

         L’ammiraglio Accorretti fu poi particolarmente critico sulle qualità delle corazzate tipo “Littorio”, circa la lacuna dell’armamento contraereo e della loro scarsa protezione nei riguardi delle bombe, scrivendo nella sua relazione:

         Artiglierie c.a. da 90 mm.: “Sono deficienti per limitata gettata, modestissima velocità residua, forti dispersioni e lentezza della manovra”. Anche i loro sistemi di rifornimento, con catena di uomini, lasciavano molto a desiderare, risultando anch’essi molto lenti e pericolosi, soprattutto dovendo attraversare locali soggetti ad incendi o ad avarie. Altrettanto modesti erano i complessi di mitragliere da 37 mm, utili soltanto per essere impiegate contro aerosiluranti, mentre “assolutamente insufficienti come calibro”, risultavano le mitragliere da 20 mm, che disponevano soltanto di munizionamento dirompente invece che quello perforante.  

         Riguardo alla protezione delle corazzate della classe “Vittorio Veneto”, Accorretti ritenne ottimale la difesa subacquea sia per gli scoppi sui fianchi, sia per gli scoppi sotto chiglia, causati da mine o da siluri magnetici, a causa del triplo fondo esistente. Ugualmente ottima era considerata la corazzatura verticale, mentre per quella orizzontale, l’esperienza degli attacchi aerei aveva dimostrato “che lo spessore dei ponti” era “insufficiente a resistere alle bombe perforanti di grosso calibro, in particolare a quella razzo [sic] del tipo già usato dai tedeschi”.

         Basandosi “su uno studio fatto da MARIPERMAN nel luglio 1943, a richiesta del Comando in Capo FF.NN.BB., per la protezione suppletiva delle corazzate tipo “Vittorio VENETO”, atta a garantire il funzionamento delle bombe perforanti e dirompenti di massimo calibro allora prevedibili da offesa aerea”, e che gli aerei inglesi avevano sganciato nel Golfo della Spezia il giugno 1943 (bombe da 2.000 libbre pari a 908 chili) colpendo gravemente la Roma e la Vittorio Veneto, l’ammiraglio Accorretti avanzò la  proposta di “portare da mm. 36 a mm. 50 la corazzatura del castello prescindendo dal ponte di coperta”.

         Impiegando piastre d’acciaio da 20 mm, che si rendevano disponibili in Italia, la protezione del castello delle corazzate tipo “Vittorio Veneto”, di  36 mm. O.D. [omogeo duro] +  9 mm E.R. [elevata resistenza], si poteva portare ad uno spessore unico equivalente a 61.76 mm. O.D.

         Fu anche affrontata la possibilità “di ricoprire il ponte fino alla murata ed in corrispondenza dei depositi munizioni”, sempre adottando piastre di 20 mm., per un peso totale pari a 227 tonnellate. Ne sarebbe conseguita una minima immersione dello scafo e una del tutto accettabile riduzione della velocità delle corazzate, “a parità di potenza massima”, da nodi 30 a nodi 29,9.

         Non fu invece ritenuta soddisfacente, anche se realizzabile, la proposta, avanzata al Comando della 9a Divisione Navale, di sbarcare due caldaie, dal peso di 200 tonnellate, per aumentare la protezione delle “ Vittorio Veneto”, in quanto ne sarebbe conseguita una riduzione della velocità  massima di circa 2 nodi, portandola da 30 a 28 nodi.

         Il suddetto esame – specificò tuttavia l’ammiraglio Accorretti – non può considerarsi valevole per quanto si riferisce alle bombe razzo che sono state impiegate dai tedeschi.[2]


[1] AUSMM, Ammiraglio Accorretti, Relazione fine comando della 9a Divisione Navale.

[2] Ibidem.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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A differenza di quanto scritto dall'ammiraglio Accorretti, le bombe sganciate dai velivoli tedeschi He.217 del Gruppo III./KG.100 non avevano la propulsione a razzo ma erano, come tutte le bombe normali a caduta libera. Vi era un sistema di manovra, per l'epoca sofisticato, che, tra l'altro, era stato sperimentato nel maggio 1941 negli aeroporti siciliani di Catania e Gerbini,e  che consisteva di poter correggere la triettoria della bomba in caduta PC.1400X sull'obiettivo. Fortunatamente nel corso dell'attacco questo sistema funzionò soltanto in due occasioni, sulla ROMA e sull'ITALIA (ex LITTORIO), mentre invece il cacciatorpediniere VIVALDI fu affondato da una bomba razzo Hs.293, radiocomandata dallo stesso velivolo del II./KG.100 che l'aveva sganciata.

Edited by Francesco Mattesini
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  • 2 weeks later...

Nell'immagine si vede chiaramente che la corazzata ROMA é la terza della fila delle tre "Littorio". Quindi non può essere all'altezza di Capo Corso, perché dalle relazioni risulta che ha sempre guidato la rotta delle altre navi della formazione, fino all'inversione ad un tempo di 180° nello Stretto di Bonifacio. Evidentemente l'ammiraglio Bergamini, al segnale di allarme ricevuto da Maddalena, ha effettuato la manovra più rapida per uscire da quelle acque divenute pericolose, anche per un eventuale attacco di motosiluranti tedesche della 3a e della 7a Squadriglia, alcune delle quali si trovavano in Sardegna e in Corsica, per poi spostarsi nel Golfo di Salerno Salerno dove affondarono il cacciatorpediniere americano ROWAN, la notte del 10 settembre 1943.

Saluti

Francesco

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