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I BOMBARDAMENTI ITALIANI DI BARCELLONA


Francesco Mattesini
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I BOMBARDAMENTI ITALIANI DI BARCELLONA

 

          Mi è capitato di leggere, consultando Internet, un articolo su Il Giornale.it, dal titolo:

 

        ”Barcellona vuole le scuse dell'Italia per i bombardamenti dell'aviazione fascista

         La città di Barcellona si è costituita parte civile nel processo contro i piloti italiani dell'Aviazione Legionaria che bombardarono la Catalogna durante la guerra civile

 

          Senza fare commenti sull’articolo, che non condivido, vorrei precisare che la conoscenza sui bombardamenti di Barcellona non sono una novità, si conoscono da sempre e molti vi hanno scritto, compreso IO”.

 

           E l’ho fatto in forma ufficiale:

 

          Mattesini Francesco, Il blocco navale italiano nella guerra di Spagna (ottobre 1936 – marzo 1939), in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Parte Prima (Settembre 1997), Come si giunse alla prima campagna sottomarina e ai bombardamenti navali di Barcellona e di Valencia, pag. 7 – 168, Parte seconda, (Dicembre 1997) Le operazioni navali dell’estate 1937, e l’attività della Regia Aeronautica contro i porti della Spagna repubblicana, pag. 39 – 205.

 

            Riporto di seguito il Capitolo che riguarda i bombardamenti sulla città della Catalogna, ,in particolare del 16-17-18 marzo 1938, affinché ognuno che legge possa farsi un’idea di quello che era il clima in cui ciò avvenne. Per i restanti bombardamenti rimando al mio Saggio.

 

 

 

L’aviazione legionaria delle Baleari e i bombardamenti di Barcellona

 

            Durante i primi mesi del 1937 l’attività dell’aviazione da bombardamento italiana in Spagna era stata esplicata soprattutto in appoggio al fronte terrestre nazionalista e a sporadiche azioni contro i principali obiettivi portuali dei repubblicani, in particolare quelli di Almeria, Valencia, Tarragona, nonché quello di Cartagena che era la più importante base della flotta rossa. Non mancarono comunque le missioni di attacco contro navi  mercantili  naviganti lungo le  coste  spagnole, soprattutto per  opera degliS. 79 della “Patrulla Experimental de Los Savoya 79”, comandata dal capitano pilota Gori Castellani, che il 19 maggio, per opera  dei velivoli del tenente Ruggerone e del sottotenente Palazzi, conseguirono un primo successo affondando a sud di Capo Oropesa, il mercantile repubblicano Legazpi, di 4349 tsl.

         Alle missioni in mare aperto partecipò intensamente anche una squadriglia da ricognizione marittima lontana, costituita da nove idrovolanti Cant Z. 501 di costruzione italiana, guidati però da personale spagnolo. Tali velivoli vennero dislocati nell’aprile del 1937 nelle Isole Baleari,  ove in quel periodo erano di base sugli aeroporti di Son San Juan e Pama di Maiorca anche una squadriglia di S. 79 e due squadriglie gli S. 81 del 25° Gruppo Bombardamento Notturno “Pipistrelli delle Baleari”. Detti reparti costituirono il primo nucleo dell’Aviazione Legionaria con sede in Spagna, che fu dapprima comandata dal tenente colonnello Leone Gallo e poi, fino alla fine della guerra, rispettivamente dal colonnello Arpignani e dai generali Vincenzo Velardi, Monti e Giuseppe Meceratini,

         Nel maggio del 1937 la “Patrulla Experimental de Los Savoya 79” e i “Pipistrelli delle Baleari” incrementarono in modo considerevole l’attività bellica, effettuando con formazioni di cinque-sei velivoli numerose azioni, inclusi tre bombardamenti del porto di Valencia, sede del governo repubblicano. Quest’ultimo, irritato, inviò i suoi veloci Tupolev SB. 2 del 24° Gruppo da Bombardamento ad effettuare rappresaglie sulle navi dell’Italia e della Germania presenti a Palma di Maiorca e Ibizza, ed in tali occasioni si verificarono i danneggiamenti del piroscafo Barletta e della corazzata tascabile Deutschland, che poi costituirono il motivo dell’uscita delle due nazioni dall’attività di controllo.

         Da parte italiana fu risposto incrementando di velivoli, per quanto possibile, le forze offensive delle Baleari, che contribuirono ad aumentare le azioni offensive sui porti repubblicani e la vigilanza sulle rotte di comunicazione costiere.

         Gli attacchi svolti  fino a quel  momento dagli S. 81  del  25°  Gruppo  B.N., aumentarono ancora di intensità a partire dalla seconda metà di settembre.

Infatti, dopo che la Regia Marina era stata costretta ad interrompere le operazioni di blocco intrapprese nell’intero Mediterraneo con navi di superficie e sommergibili, l’importanza di colpire i porti spagnoli, ove faceva scalo il traffico marittimo destinato alla Repubblica, acquistò  grande preminenza,  come fu sottolineato dallo stesso Ciano, che il 18 settembre scrisse il conte Grandi:

 

          Le forze aeree delle Baleari sono state molto rafforzate. Si conta di servircene contro i porti rossi. Il blocco che abbiamo interrotto in mare libero verrà praticamente effettuato in futuro rendendo la vita impossibile nei porti di Valenza, Barcellona, Tarragona, Alicante e Almera. I bombardamenti saranno durissimi e continuativi.

 

         Sulla base di questo programma, il 30 settembre l’Aviazione Legionaria delle Baleari fu rinforzata con dodici S. 79 del 41° Gruppo Bombardieri, otto dei quali quello stesso giorno iniziarono l’attività bellica bombardando il porto di Alicante.[1] (67)

         Le nuove ripartizione organica rese possibile un impiego offensivo più massiccio nell’ambito dei gruppi, che ora potevano inviare all’attacco su uno stesso obiettivo, e quindi con maggiore continuità d’azione, formazioni notturne di sei velivoli (tre per squadriglia) e diurne di dieci velivoli (cinque per squadriglia). Il risultato fu che nel corso del mese di ottobre, fino al giorno 25, gli obiettivi iberici furono battuti da novantatré S. 79 e da ventuno S. 81.

         Il 21 novembre 1937, mentre il corpo di spedizione italiano in Spagna si apprestava a sferrare l’offensiva nella zona di Tereuel, il generale Mario Berti, nuovo Comandante del C.T.V., inviava al ministro degli Esteri il telegramma n. 7, in cui affermava:

 

         In questa battaglia molta importanza assumerà l’Aviazione in genere ed in modo particolare quella delle Baleari che trovasi nelle migliori condizioni  per para lizzare i movimenti nemici lungo la costa e nelle lontane retrovie, dove sono raccolte tutte le riserve e buon nerbo di truppe avversarie.

 

          Tre giorni più tardi, il 24 novembre, il Comandante dell’Aviazione nazionalista generale Kindelán, agendo su esplicito ordine del generalissimo Franco, chiese al Comando dell’Aviazione Legionaria di effettuare, con la massima urgenza, i bombardamenti su aeroporti e impianti industriali situati tra Valencia e Barcellona.

          Mussolini, che fu subito informato, accolse la richiesta del generale Kindelán, e il 25 settembre ordinò il rafforzamento dell’Aviazione Legionaria delle Baleari. In conseguenza il conte Ciano telegrafò al generale Berti, pronunciandogli l’invio a Palma di Maiorca di “un cospicuo contingente di aerei”.[2]

         Il 30 novembre  1937, proveniente da Borgo Panicale (Bologna), affluì nelle Baleari, in sostituzione del 41° Gruppo Bombardieri che era stato disciolto il giorno 10, il 28° Gruppo Bombardieri, trasferito da Borgo Panicale  (Bologna). Questo nuovo reparto, costituito con 12 S. 79 e basato a Palma di Maiorca, continuò l’intensa attività bellica sui porti rossi, soprattutto  su Barcellona che fu  bombardata il  7 dicembre con  dieci velivoli.[3] Il governo  repubblicano, che già nel mese di ottobre aveva ordinato l’evacuazione della città catalana, rispose l’indomani con un’altra azione di rappresaglia sulle Baleari, stavolta diretta contro gli aeroporti, impiegando ancora una volta i veloci Tupolev SB. 2 del 24° Gruppo da Bombardamento. Questi i velivoli  furono però intercettati dai Cr. 32 del 10° Gruppo Autonomo Caccia, i cui piloti, forse esageratamente, dichiararono ben otto abbattimenti in mare aperto, mentre altri tre furono vantati dall’artiglieria contraerea che difendeva gli aeroporti. Da parte loro i repubblicani asserirono di aver perduto un solo aereo.

         Il 14 dicembre, nell’imminenza dell’attacco terrestre nel settore di Tereuel,  Mussolini, dopo aver vagliato la questione prospettatagli da Ciano di incrementare le forze aeree dislocate nelle Baleari, telegrafò al generale Berti comunicandogli:[4]

 

         Aviazione delle Baleari sarà rinforzata avrà compito di terrorizzare le retrovie rosse et specie i centri urbani.

 

         Questa direttiva era in netto contrasto con quanto disposto dal generalissimo Franco, che il 4 dicembre aveva ribadito l’ordine impartito al Comando dell’Aviazione delle Baleari di attaccare soltanto unità navali nei porti e gli obiettivi prettamente militari, soprattutto le fabbriche produttrici del materiale di guerra e gli aeroporti. Tuttavia, vi era anche uno stato di ambiguità nel comportamento di Franco, poiché, nell’ordine di operazioni del 9 dicembre 1937, firmato dal generale Kindelán e inviato al Comando dell’Aviazione Legionaria delle Baleari si richiedeva, per ordine del Generalissimo, “che i primi obiettivi da attaccare” dovevano essere “una concentrazione di 40 aeroplani nel campo di Reva  (Valencia), e  la fabbrica di aeroplani di Reus (Tarragona), ma nel contempo dovevano essere effettuati anche “uno o più attacchi” contro “la città di Barcellona”, senza specificare gli obiettivi da colpire.

         Alle operazioni contro Barcellona partecipò lo stesso Capo di stato maggiore della Regia Aeronautica. Pilotando un S. 79 il generale Valle decollò direttamente dall’aeroporto romano di Guidonia e, dopo aver sorvolato il Tirreno e il Golfo del Leone, nella notte del 1° gennaio 1938 sganciò otto bombe da cento chili sulle banchine del porto catalano, per poi rientrare alla base di partenza dopo un  volo senza scalo in mare aperto di 2000 Km.. [5]

         Si trattò indubbiamente di una buona prova sotto il profilo della navigazione, che dimostrava la bontà del velivolo ma fu anche un atto arrischiato, diremo irresponsabile, dal punto di vista della opportunità, considerando le conseguenze politiche  che potevano derivare se l’aereo fosse stato abbattuto o costretto ad un atterraggio di fortuna in territorio repubblicano.

         L’attività dei bombardamenti legionari contro Barcellona risultò molto intensa durante il primo trimestre del 1938, e fu agevolata dal fatto che il 12 gennaio con l’arrivo del  28° Gruppo, costituito con dodici S. 79, si riunì a Palma di Maiorca l’intero 8° Stormo da Bombardamento Veloce “Falchi delle Baleari”, comandato dal colonnello pilota Ernesto Rossanigo.[6]

         Conseguentemente l’Aviazione Legionaria delle Baleari, che era comandata dal generale Andrea Velardi, il quale aveva come diretti collaboratori il colonnello Mautia (ufficiale superiore addetto) e il maggiore Fiori, (capo ufficio operazioni), alla metà di gennaio venne a disporre di un totale di circa sessanta aerei, dei quali trentasei da bombardamento e diciotto da caccia terrestri e tre idrocaccia ripartiti organicamente come di seguito:

 

- 8° Stormo da Bombardamento Veloce

“Falchi delle Baleari”                       colonnello Ernesto Rossanigo

 

         27° Gruppo         B.V.                         maggiore V. Morandi.

                   18a Squadriglia                         capitano E. Baldo Vinadio       6 S. 79                         

                   52a Squadriglia                         capitano M. Branchio              6  S. 79

 

 

         28° Gruppo         B.V.                         maggiore  M. Cesare Di Carlo        

                   10a Squadriglia                         capitano Tullio De Prato            6  S. 79

                   19a Squadriglia                         capitano P. Zigiotti                     6  S. 79

 

- 25° Gruppo da Bombardamento Notturno

         “Pipistrelli delle Baleari”                  capitano  S. Spadaccini         

                   251a Squadriglia                      capitano G. Di Cecco                  6  S. 81

                   252a Squadriglia                      capitano C.A. Rizzi                     6  S. 81

- 10° Gruppo Autonomo da Caccia

            “Baleari”                                            capitano R. Puatelli

                   101a Squadriglia                      tenente C. Di Bernardo               9 CR. 32

                   102a Squadriglia                      tenente P. Scapinelli                    9 CR. 32

 

- Sezione Idrocaccia                                   tenente F. Marini                          3 M. 41

 

         Detratti i velivoli da caccia, che per la loro scarsa autonomia erano assegnati alla difesa delle basi di Maiorca, si rendevano pertanto disponibili per le azioni offensive contro i porti repubblicani i ventiquattro S. 79 dell’8° Stormo, che venivano impiegati in attacchi diurni, e i dodici S. 81 del 25° Gruppo B.N., assegnati invece alle incursioni notturne.[7]

         Inoltre, in caso di necessità e agendo autonomamente, partecipavano alle azioni contro gli obiettivi assegnati ai  velivoli delle Baleari anche quelli dell’Aviazione Legionaria del continente, che a sua volta disponeva di una situazione organica di almeno cinquantasei bombardieri. Di essi ventiquattro S. 79 erano nel 111° Stormo B.V., otto Br. 20 nella 231a Squadriglia B.V., e ventiquattro S. 81 nel 21° Stormo B.P..

         Completavano gli  effettivi dell’Aviazione  Legionaria del  continente sei Breda 65 del 30° Gruppo Misto, dodici Ro. 37 del 22° Gruppo Osservazione Aerea, e circa ottanta Cr. 32 del 3° Stormo Caccia ripartiti nei tre gruppi del reparto.

         Nel corso del 1937 le incursioni condotte contro i porti repubblicani dell’Aviazione Legionaria e dall’Aviazione Legionaria delle Beleari, erano servite più che altro a causare disagi alle operazioni di carico e scarico più che a determinare perdite di naviglio, quell’anno risultate assai modeste.

         Infatti, secondo dati ufficiali della Marina spagnola, a cui ci riferirono per convalidare  i   reali  successi   conseguiti  dalla   Regia  Aeronautica,  risulta   che  furono affondati nei porti spagnoli del Mediterraneo, per opera delle aviazioni italiana, tedesca e spagnola, soltanto quattro piroscafi. Di essi il britannico Foynes (1 916 tsl) e gli spagnoli  Cabo  Creux (3 716 tsl) e  Guecho (3 275 tsl)  si  perdettero  a  Valencia,  rispettivamente il 27 giugno, in agosto, e il 30 settembre, mentre il Villamarique (1.537 tsl), anch’esso repubblicano, fu colato a picco a San Feliù de Guixols in dicembre.

         Anche in mare aperto i successi italiani furono modesti, poiché ridotti al già citato affondamento  del Legazpi (4349 tsl), mentre invece di maggiori ne ottennero gli equipaggi  spagnoli  dei  “Cant Z.501”  della  Squadriglia  da  Ricognizione  Marittima lontana che, impiegando bombe da cento chili (due per velivolo), colarono a picco tre piroscafi: il danese Edith (822 tsl) il 13 agosto  a sud di Barcellona, il francese Qued Mellah (2413 tsl) il  24 ottobre  presso  le  Isole Baleari, e  il  britannico  Jean Weems (2349 tsl) il 30 ottobre presso Capo San Sebastiano.

         Anche l’inizio del 1938 fu prodigo di risultati favorevoli per gli idrovolanti della squadriglia nazionalista, che il 27 gennaio affondarono il piroscafo panamense Nausica ( 5000 tsl) a sud di Minorca, e poi, il 4 febbraio, il britannico Alcira (1387 tsl) presso Barcellona.

         Quest’ultimo episodio, che seguiva a distanza di cinque giorni l’affondamento di un altro piroscafo britannico, il già citato Endymion per opera del sommergibile General Sanjurjo, scatenò le ire di Londra. Il governo di Sua Maestà fece sapere a quello nazionalista che, qualora analoghi incidenti si fossero ripetuti, non si sarebbe limitato a semplici proteste diplomatiche, ma avrebbero preso, senza preavviso, le immediate misure di rappresaglia ritenute opportune.

         Per spiegare perché tanti incidenti vedessero coinvolte navi mercantili neutrali, occorre dire che a partire  dalla fine del 1937 quasi tutto il commercio marittimo con i repubblicani si svolgeva ormai con navi inglesi e dalle nazioni scandinave. La qualità di naviglio a disposizione del governo della Spagna rossa si era infatti considerevolmente ridotte per le perdite e i danni riportati nel tentativo di forzare il blocco dei nazionalisti. La stessa Unione Sovietica, agendo in base a nuovi calcoli politici di Stalin, aveva rallentato considerevolmente  i propri rifornimenti di materiale bellico, prendendo a pretesto i rischi a cui andavano incontro le sue navi per i bombardamenti dei porti repubblicani.

         Le incursioni aeree dell’Aviazione Legionaria condotte giornalmente su più obiettivi, mediamente con l’impiego di dieci-quindici velivoli e a volte anche di più, si erano  infatti  andate  incrementando   a  tal  punto   da  generare  ovunque   proteste  e indignazioni.[8] Lo stesso governo britannico, impegnato allora ad avviare trattative con l’Italia per raggiungere quella definitiva pacificazione tra i due passi a cui si tendeva dopo la firma del “Gentlemen’s Agrement” del 2 gennaio 1937, si vide costretto ad intervenire presso il governo fascista.[9]

         In un colloquio con Ciano, svoltosi l’8 marzo 1938, l’ambasciatore britannico a Roma, Lord Perth, disse che l’opinione  pubblica del suo paese sarebbe rimasta favorevolmente impressionata se l’Italia avesse ritirato le sue forze aeree dalle Baleari. Il ministro degli Esteri fascista rispose di non poter  prendere in considerazione tale proposta, poiché nelle Baleari si trovavano soltanto reparti dell’Aviazione Legionaria, con materiale italiano ed equipaggi misti, specialità non considerata nelle discussioni del Comitato di non intervento per il ritiro dei volontari dalla Spagna, che trattavano soltanto di forze terrestri.[10]

          Perth non si dimostrò soddisfatto sull’interpretazione espressa da Ciano, e il 16 marzo, durante  un altro colloquio con il ministro degli Esteri italiano ripeté la sua proposta di ritirare le forze italiane delle Baleari, facendo cenno all’aviazione. Ciano  risposte, ancora  una  volta, che  tale argomento, “non  discusso  dal Comitato  di  non intervento, e non  compreso nella formula britannica per il ritiro dei volontari non doveva venire sollevato in sede di conversazioni italo britanniche”.[11]

          La richiesta di Lord Perth, riguardante il ritiro dell’aviazione italiana dalle Baleari, non era certamente dovuto ad una propria iniziativa personale  ma ad una esplicita richiesta di Londra, preoccupata per gli attacchi a cui erano sottoposti in quel periodo i porti mediterranei della Spagna repubblicana, che creavano molti danni e molte vittime, delle quali il governo italiano era perfettamente consapevole.

         Ciano ha riferito nel suo diario, alla data dell’8 febbraio 1938, che Mussolini era allora intenzionato “a riprendere i bombardamenti delle città costiere per spezzare la resistenza rossa”. Lo stesso ministro degli Esteri consegnò quello stesso giorno al Duce un rapporto di un testimone oculare su un recente bombardamento di Barcellona, commentandolo cinicamente:[12]

 

         Non ho mai letto un documento così realisticamente terrorizzante. Eppure erano  soltanto  nove  S. 79, e  tutto il raid  è durato  un  minuto  e  mezzo.  Palazzi

polverizzati, traffico interrotto, panico che diventa follia: 500 morti, 1500 feriti. E’ una buona lezione per il futuro. Inutile pensare alla protezione antiaerea ed alla costruzione di rifugi: unica via i salvezza contro gli attacchi aerei è lo sgombero delle città.

 

         Ancora più cinico, diremmo compiaciuto, era il contenuto del Bollettino n. 394 del 1° febbraio 1938, inviato dal generale Velardi a Roma con una relazione quindicinale dal titolo “Stralcio bollettini informazioni rossi sulle azioni di bombardamento effettuate da questa Aviazione Legionaria”, in cui al capitolo “Efficacia dei bombardamenti aerei e sua azione demoralizzante sulle retroguardie” era detto quanto segue:[13] (79)

 

         Abbiamo avuto occasione di conoscere le impressioni di persone che si trovavano nelle località oggetto delle ultime incursioni della nostra aviazione e tutte coincidono nell’affermare l’importanza del sistema di difesa antiaerea dei rossi e nel contempo l’audacia e la maestria dei nostri aviatori.

         Gli stessi tecnici dell’Aviazione Governativa sono rimasti ammirati dalla mobilità delle nostre Squadriglie e dall’attività da esse esplicata in questi ultimi giorni.

         Questa impressione viene da Barcellona  dove sembra che la preoccupazione e il panico abbiano un reale fondamento. Corre di bocca in bocca un giudizio che si attribuisce ad uno dei capi della difesa antiaerea e che in poche parole dice che contro attacchi del genere di quelli sofferti ultimamente non è possibile contare su alcuna classe di difesa.  Si temono principalmente le incursioni notturne.

         Nonostante l’aspetto sgradevole di ogni attacco aereo contro densi nuclei di popolazione in quanto comporta forzatamente il sacrificio di molte vittime innocenti, si riconosce generalmente che l’azione dei nostri piloti è principalmente diretta alla distruzione dei centri che raccolgono in se importanza militare e che con questa attività tiene relazione.

         Però il maggior risultato raggiunto dagli ultimi bombardamenti, pur essendo grandissimi quelli materiali, sta nell’azione demoralizzante che si esercitò sulla retroguardia.

         A parte la prima impressione prodotta in quelli direttamente colpiti, ciascun bombardamento è un motivo di acutizzazione dei pericoli e delle privazioni sofferte nella zona governativa ed un notevole incentivo alla predisposizione del paese a desiderare il termine della contesa a qualsiasi costo.

          Mai la retroguardia governativa ha sofferto tanti patimenti. Tutti coloro da noi interrogati hanno risposto la stessa cosa. E inoltre nel caso della Catalogna vi è un altro aspetto interessante.

          I Catalani sono molto amanti del proprio  e questa continuazione di distruzione sulle loro case li disorienta e li pone fuori di sé. Un signore chiamato  Xammar facente parte del Consolato di Perpignano che deve essere qualche personaggio importante, diceva ad un amico due giorni dopo il bombardamento del 19 corrente su Barcellona: ”Se il governo Spagnolo non si fosse trasferito in Catalogna certo non lamenteremo molte delle cose che stanno succedendo. Povera Barcellona! Mai più sarà ciò che era e tanto meno quello che avrebbe dovuto essere”. Secondo l’opinione di varie persone da noi interrogate e come riassunto di ciò che è stato detto, possiamo affermare che gli effetti della risoluzione del conflitto la nostra aviazione ha fatto più in una settimana che le altre in mezzo anno di lotta.

 

         Dal momento che i bombardamenti delle città costiere della Spagna stavano generando in Europa viva preoccupazione, e ovunque risentite proteste, il 9 febbraio 1938 lo stato maggiore della Regia Aeronautica ordinò al Comando dell’Aviazione Legionaria di “Sospendere fino a nuovo ordine qualunque azione bombardamento”.[14]

         Questa decisione finì per irritare gli ambienti spagnoli nazionalisti, tanto che il 13  febbraio  il  generale  Mario  Bernasconi,  Comandante  dell’Aviazione  Legionaria, trasmise a  Roma un telegramma in cui riferiva “che il Generalissimo et ambienti spagnoli Iefatura Aire sarebbero rimasti contrariati ordine sospendere bombardamento costa, e che intendevano inviare Palma propri equipaggi per riprendere azioni”.

         Il Comandante dell’Aviazione nazionalista, generale Kindelán era dell’idea  di trasferire un gruppo spagnolo di dodici S. 79, con propri equipaggi, dal continente alle Isole Baleari, per sostituirvi altrettanti S. 79 dell’Aviazione Legionaria che invece dovevano trasferirsi  nella  penisola  iberica. Questa  richiesta  seguiva quella  avanzata pochi giorni prima dal tenente colonnello Ramon Franco, il quale aveva compilato e spedito a Salamanca un promemoria, poi mostrato dallo stesso generale Kindelán  al tenente colonnello Dargo, che a sua volta, il 30 gennaio lo aveva portato a conoscenza del generale Bernasconi.

          Il Generalissimo Franco non “aveva neppure voluto leggere” quel documento, che lo stesso generale Kindelán  strappò davanti a Drago dichiarandogli di non aver dato a quella carta “il minimo peso”. Aggiunse di considerare Ramon Franco un uomo di cui non si fidava avendo egli “pochissimo senso morale” ed essendo stato “in passato massone e affiliato ad una cellula comunista”.

          In quel documento si facevano le più gravi accuse nei riguardi dell’Aeronautica italiana e dell’Aviazione tedesca di base nelle Baleari, che il tenente colonnello Drago sintetizzò nel modo seguente.[15]

 

1) - L’Aviazione tedesca delle Baleari  lavora  troppo poco alternando il lavoro conlunghissimi periodi di inattività.

2) - L’Aviazione  italiana  lavora  molto  ma  male, i  bombardamenti  notturni spesso non arrivano sul bersaglio, una volta fu bombardata Ibiza invece di Capo S. Antonio, si dimostra svogliata e più attirata ad allenare equipaggi che a fare una guerra.

    3) - Chiede che  venga inviato  a Palma un  gruppo  spagnolo  di S .79 che  farebbemolto meglio di noi.”       

 

         Queste affermazioni del fratello del generalissimo non ebbero alcuna conseguenza, almeno apparente nell’ambito dei contatti aeronautici tra italiani e spagnoli, sebbene indubbiamente l’argomento fosse stato mal digerito negli ambienti del Comando dell’Aviazione Legionaria.

         Il generale Bernasconi, dovendo dare a Kindelán una risposta alla sua richiesta di riprendere i bombardamenti, chiese il parere del Sottosegretario di stato e Capo di stato maggiore dell’Aeronautica. La risposta del generale Valle arrivò il 15 febbraio nella seguente forma:[16] (82)

 

         3508 (.) Risposta al telegramma 46 corrente 13 (.) Sospensione bombardamenti fu ordinato in seguito delle pratiche compiute presso le due parti in conflitto onde abolire per quanto riguarda le città aperte (.) Considerata opinione generale Kindelán è stato pari data impartito ordine at Aviazione Legionaria Baleari riprendere bombardamenti limitatamente obiettivi militari (.) Restano quindi immutate  or- ganizzazioni  e  basi  Aviazione Legionaria (.) Comunichi  quanto  sopra  at  generale

Kindelán (.)

 

          Queste istruzioni si uniformavano al desiderio di Franco di effettuare le incursioni aeree soltanto contro obiettivi militari, in particolare su aeroporti e fabbriche, allo scopo di evitare, attaccando i porti, di colpire gli edifici delle città.

          Il 18 febbraio, dopo che il generalissimo aveva ordinato, al Comandante  delle forze aeree nazionaliste di far riprendere alle unità aeree delle Baleari “le azioni contro obiettivi militari costieri[17], i reparti da bombardamento dell’8° Stormo B.V. e del 25° Gruppo B.N. ebbero assegnati esclusivamente obiettivi terrestri. Le incursioni iniziarono quello stesso giorno contro gli aeroporti di Villareal e di Belaguer, che furono battuti da nove S. 79.

         Ai primi di marzo 1938 il Comando dell’Aviazione Legionaria delle Baleari fu informato che si stava preparando un’offensiva terrestre avente per obiettivo il raggiungimento della linea Caspe - Alcaniz e successivamente della costa. Pertanto fu nuovamente concessa all’Arma aerea l’autorizzazione di riprendere l’attività bellica, che ancora una volta era stata temporaneamente sospesa per ordine superiore. Dopo aver compiuto il giorno 7 un attacco con dodici S. 79 dell’8° Stormo B.V. sulla base di Cartagena, in ritorsione all’affondamento dell’incrociatore nazionalista Baleares, azione che concretatasi con lo sgancio di trentanove bombe da 250 chili sulle navi alla fonda, aveva causato alcuni danni all’incrociatore Libertad e al cacciatorpediniere Lepantol’Aviazione Legionaria delle Baleari iniziò l’8 marzo l’attività di bombardamento  a sostegno alle operazioni sul fronte terrestre.[18]

          Sulla base delle disposizioni di massima ricevute dal Comando dell’Aviazione Legionaria che, basandosi sull’ordine di operazione emanato dal Generalissimo Franco,   indicavano  quale  obiettivi  assegnati  le  vie  di  comunicazione  tra  la Catalogna e Valencia, l’Aviazione delle Baleari impiegò tutte le sue forze da bombardamento in un’opera di sistematico e continuo martellamento. Essa si svolse senza interruzioni, a parte quelle imposte dalle condizioni del tempo particolarmente inclemente, fino al 21 aprile 1938. In questo periodo, sebbene la consistenza dei velivoli giornalmente efficienti fosse di appena tredici S. 79 e di nove S. 81, furono effettuate quattrocentonovantaquattro azioni di bombardamento, delle quali trecentottantuno con i velivoli dell’8° Stormo e centotredici con i velivoli del 25° Gruppo, che complessivamente  sganciarono 408 619 t di esplosivo.

          Queste attività aerea contro le vie di comunicazione terrestri fu brevemente interrotta nel periodo tra il 15 e il 18 marzo, per colpire il centro demografico di Barcellona, attuando  per  la  prima volta, da  parte  della  Regia  Aeronautica, una  serie  di attacchi terroristici che investivano tragicamente la città catalana.

         Lo scopo di quest’offensiva terroristica, nasceva dal desiderio di Mussolini  di calcare ancor più la mano per abbattere il morale dei repubblicani, e per  risolvere al  più presto la guerra, dalla quale, per motivi politici e militari, egli non vedeva l’ora di uscire vittoriosamente.[19]

         Pertanto, nonostante le pressioni di Londra, a Roma fu deciso di attaccare, e l’ordine esecutivo, impartito il 16 marzo dallo stesso Mussolini al generale Valle, fu da questi trasmesso al Comando dell’Aviazione Legionaria. Conseguentemente tra le 22.08 del 16 marzo e le ore 15.19 del 18 marzo, su Barcellona si scatenò l’inferno, causato da quarantasette velivoli dell’Aviazione delle Baleari (ventotto S. 79 e diciannove S. 81) che, nel corso di tredici incursioni determinarono gravissimi danni agli edifici della città e parecchie centinaia di vittime, incluso il vice console di Francia Antoine Lecoupé.[20] I dati forniti all’epoca dal governo repubblicano, che indicavano in 1.300 i morti e 2.000 i feriti, appaiono esagerati e certamente ricavati dal desiderio di screditare l’Aeronautica italiana e i nazionalisti. Il maggior numero di distruzioni e di vittime furono in parte determinate dall’esplosione di un autocarro, carico di munizioni, colpito al centro della città, da una bomba sganciata nell’attacco di una formazione di 5 S. 79 del 27° Gruppo B.V.

         In seguito a questa opera sistematica di distruzioni, il 20 marzo i Governi britannico e francese sollevarono apertamente la questione degli attacchi indiscriminati sugli obiettivi civili, inviando al governo nazionalista spagnolo una nota di protesta per le incursioni su Barcellona; contemporaneamente l’ambasciatore Perth consegnò un appunto a Ciano facendo presente che ulteriori bombardamenti della città avrebbe potuto “creare uno stato d’animo ostile alla continuazione dei negoziati italo-britannici”.[21]

          Il ministro degli Esteri fascista rispose, con molta faccia tosta, “che l’iniziativa delle operazioni era a Franco”, mentre invece, riferisce ancora Ciano nel suo diario, i bombardamenti  di  Barcellona  erano  stati  ordinati da Mussolini, “per piegare il morale dei rossi”.[22]

          In effetti come abbiamo detto, l’ordine era stato impartito il 16 marzo al Capo di stato maggiore della Regia  Aeronautica, dal  Duce, poco   prima  di  un  suo  discorso  alla   Camera sulla questione dell’Austria, e avvenne all’insaputa del generalissimo che, da parte sua, il 19 marzo chiese di sospendere  le incursioni per tema di complicazioni con l’estero.[23]

          Il rapporto riservato n. 291, con il quale il 23 marzo l’Ambasciatore tedesco a Salamanca, Heberhard Adolf von Stohrer, metteva al corrente il ministro degli Esteri del Reich sugli “effetti dei recenti attacchi su Barcellona”, che la propaganda dei rossi collegava erroneamente  anche  alla  Legione Condor, elencava  in modo  impressionante i danni causati alla città e indicava in oltre 1000 i morti e oltre 3000 i feriti.[24]  Stohrer portava poi a conoscenza l’indignazione esistente nel governo  repubblicano, il quale  considerava  le  incursioni fatte a scopo intimidatorio un vero atto di barbarie che il mondo civile non doveva permettere. L’ambasciatore concludeva affermando che i bombardamenti aerei di distruzione su obiettivi non militari, attuati per decisione prettamente italiana, avrebbero “comportato dei gravi rischi per l’avvenire” poiché, oltre  a non conseguire gli attesi effetti psicologici di fiaccare il morale dei rossi, probabilmente  erano  anche  destinati  a  suscitare  nel  popolo spagnolo, dopo  la  guerra, odio  per  la Germania  e per l’Italia.[25]

          Di ciò si ebbe infatti un primo avviso l’indomani, allorquando  lo stesso Stohrer inviò a Berlino il telegramma riservatissimo n. 300 g., con il quale portava a conoscenza “la grande indignazione di Franco” per il fatto che i bombardamenti di  Barcellona del 18 marzo “erano   stati ordinati  personalmente  da Mussolini”.[26] (92)

           Naturalmente, l’indignazione di Franco non era causata soltanto da motivi umanitari o dal timore delle proteste internazionali, inclusa quella proveniente dal Vaticano, dal momento che, soprattutto, lo irritò la decisione unilaterale del Duce di ordinare i bombardamenti, scavalcando la sua persona. Era questa una mossa che il generalissimo, nella sua qualità di capo supremo della causa nazionalista, non poteva permettere poiché ne intaccava il prestigio.

         Indubbiamente, pur non avendo effetto decisivo, i bombardamenti di Barcellona del 16, 17 e 18 marzo, determinarono tra i repubblicani uno stato di disagio e di paura. Nel rapporto  n. 893/0-8 del 17 aprile 1938, dal titolo “Trasmissione stralci informativi”, il generale Velardi Comandante dell’Aviazione Legionaria delle Baleari, portava a conoscenza di Roma lo stato di depressione causato dalle suddette incursioni, desunto da un bollettino del 1° aprile emesso dallo stato maggiore della Jafeture dell’Aire che, tra l’altro metteva in risalto:[27]

 

         Molti commercianti non aprono più le porte dei loro negozi mentre altri provvedono alle vendite solo per pochissime ore del mattino.

         La popolazione offre uno spettacolo desolante e per ogni luogo in cui si circola non si nota che delle montagne di cristalli e di macerie.

         Le autorità rosse hanno organizzato diverse manifestazioni di donne al fine di sollevare il morale della popolazione.[28]

 

         Mussolini, dopo la serie di critiche cadute sull’Italia dai Governi e dell’opinione pubblica   internazionale, cui  si  fece   portavoce  con   Ciano  lo  stesso  Ambasciatore  americano a  Roma, William Phillips, che  riportò la  sgradevole  “impressione prodotta  negli Stati Uniti dai bombardamenti di Barcellona”, acconsentì a sospendere le incursioni indiscriminate contro la città catalana.[29]   

          Indubbiamente su questa discussione  pesò soprattutto la decisione di Franco, di cui si fece portavoce il Comandante dell’Aviazione Legionaria, generale Mario Bernasconi  (alias Ganda), che il 18 marzo 1938 trasmise a Roma il seguente telegramma.[30]

 

         0.79 (.) Trasmetto comunicazione ricevuta Generalissimo (.) Stimo situazione internazionale attuale particolare delicatezza perciò, est necessario evitare possano avvenire affondamenti piroscafi stranieri (.) Attività aerea deve ridursi attacco obiettivi militari precisi (.) Al contrario si intensificherà lancio proclami che riflettevano recenti trionfi truppe nazionali lancio da farsi sopra popolazioni Catalogna et più specificatamente sopra Barcellona (.) Alt (.) Quanto sopra comunicò relazione radio 5626 data 16 marzo et per eventuali disposizioni da impartire Baleari.

 

         Immediatamente, quello stesso giorno 18, il Comandante dell’Aviazione Legionaria trasmetteva a Roma:[31]

 

         081 (.) Generalissimo ordinato far sospendere bombardamenti su Barcellona a partire questa notte perciò ho dovuto trasmettere tale ordine at Baleari unitamente at disposizioni concorrere azioni T.C.V. che hanno inizio domani direzione Gandesa (.) Garda.

 

         L’indomani, 19 marzo, Roma rispose:[32]

 

         5840 (.) Attenersi rigorosamente istruzioni generalissimo (.)

 

         “Quindi per un certo periodo l’Aeronautica italiana tornò a battere obiettivi prettamente militari, tra cui quelli di Valencia ove il 25 aprile otto S. 79 del 28° Gruppo dell’8° Stormo Bombardamento Veloce “Falchi delle Baleari”, al comando del tenente  colonnello  Gostoli, colpirono in porto  quattro  navi, di  cui  gravemente  i  piroscafi inglesi Standhall e Celtic Star.[33]

         Il 30 aprile fu nuovamente la volta di Barcellona ad essere pesantemente bombardata da tredici S. 79 dell’8° Stormo, che attaccarono in due ondate. Ma, questa volta, gli obiettivi prescelti dal Comando dell’Aviazione Legionaria delle Baleari furono i numerosi piroscafi presenti nel porto. Molti di essi rimasero danneggiati da esplosioni vicine ed uno di essi, il repubblicano SAC 7 (835 tsl), arrivato da Marsiglia con un carico di carbone, fu colpito ed affondato nella seconda incursione svolta da sette velivoli del 28° Gruppo, guidati dal colonnello Rossanigo.

          Anche nel mese di maggio le incursioni notturne, svolte dagli S. 81 del 25° Gruppo Bombardamento Notturno “Pipistrelli delle Baleari” (maggiore Buonamico), e quelle diurne, attuate degli S. 79 dell’8° Stormo Bombardamento Veloce “Falchi delle Baleari” (colonnello Rossinigo), che aveva alle dipendenze il 27° Gruppo (maggiore Lamanna) e il 28° gruppo (tenente colonnello Gostoli), proseguirono intense sui vari porti della  Spagna  repubblicana. Fu preso  particolarmente di  mira quello di Valencia, ove furono danneggiate molte navi da carico, incluso il piroscafo britannico Euprobion, che fu colpito il giorno 13 durante le incursioni svolte da sei S. 79 dell’8° Stormo e da tre S. 81 della 251a Squadriglia del 25° Gruppo.[34]

 

                                                                                                                                                                                                                                             FRANCESCO MATTESINI

 

 

NOTE

 

[1] Il 27 agosto 1937 il ministro dell’Aeronautica aveva informato il Comandante dell’Aeronautica Legionaria che era in corso lo studio per rinforzare l’Aviazione delle Baleari sui campi di Son San Juan, Son Bonnet, Inca e Ibiza, portandone la disponibilità a 50 apparecchi da bombardamento e 28 apparecchi da caccia. Dopo l’arrivo del 41° Gruppo, a partire dal 15 settembre i reparti disponibili furono costituiti dagli S. 81 del 25° Gruppo B.T. (251a e 252a Squadriglia) a San Bonnet e San Juan, dagli S. 79 del 41° Gruppo B.N. (204a e 205a Squadriglia) a San Bonnet, dai Cr. 32 del 10° Gruppo C.T. (101a, 102a Squadriglia e 8a Sezione) a San Juan e Ibiza, e dagli idrovolanti Cant. Z 501 e M. 41 della 130a Squadriglia (1a e 2a Sezione) a Palma. 

[2] AUSA, OMS.

[3] Il 6 dicembre 1937, il Comandante dell’Aviazione Legionaria delle Baleari, colonnello pilota Aleardo Martire, nell’inviare al generale Valle la relazione n. 10646/9S metteva in risalto che il 27° Gruppo S. 79, arrivato a Palma il 30 novembre proveniente da Guidonia Montecelio, avevano già effettuato tra il 3 e il 6 dicembre, cinque azioni, impiegandovi complessivamente diciassette S. 79. Gli obiettivi furono costituiti da opere militari di Sagunto e Reus, dal porto di Miyares, e dall’aeroporto di Mahon che fu attaccato due volte. In totale furono sganciate 64 bombe da 100 chili, 30 da 250 e 12 incendiarie da 20 chili. 

[4] AUSA, OMS.

[5] G. Valle, Uomini nei cieli, Roma, CEN, 1958, p. 283.

[6] Nello stesso tempo il 29° Gruppo S. 79 era  stato inviato in  Spagna ove, assieme al 30°, nell’aprile del 1938 costituì il 111° Stormo da Bombardamento Veloce “Sparvieri”,  dipendente   dall’Aviazione  Legionaria. Questa disponeva inoltre del 21° Stormo Bombardamento Pesante “Pipistrelli”, con velivoli S. 81, del 30° Gruppo Autonomo Misto, con BR. 20 e Br. 65, del 22° Gruppo Osservazione Aerea “Linci”, con Ro. 37, e del 3° Stormo Caccia, con CR. 32.

[7] Secondo quanto risulta nel Diario Storico dell’Aviazione delle Baleari, alla data del 15 gennaio 1938 i reparti dipendenti disponevano di 27 S. 79 (18 efficienti), 11 S. 81 (11 efficienti), 19 Cr. 32 (18 efficienti), 3 M. 41 (3 efficienti), quindi un totale di 60 aerei.   AUSA,  OMS, b. 50.

[8] Anche i tedeschi erano preoccupati, come risultò da un promemoria compilato il 1° febbario 1938, dal tenente colonnello Carlo Drago dopo un colloquio con l’ambasciatore italiano in Spagna, Guido Viola. Nel documento, portato all’attenzione del Comandante dell’Aviazione Legionaria, era espressa l’opinione tedesca, riferita a Viola dall’Ambasciatore di Germania in Spagna, che le incursioni  stavano creando “una pessima considerazione non solo nella stampa straniera e nella stampa rossa, ma anche fra gli spagnoli nazionali”, i quali si mostravano convinti che gli attacchi aerei erano voluti soltanto da italiani e tedeschi “senza il consenso del Generalissimo”. Dal momento che i tedeschi, preoccupandosi “abbastanza da questa fama di bombardieri di città indifese, stavano per dichiarare al mondo che loro non hanno apparecchi alle Baleari”,  ne sarebbe conseguito che soltanto gli italiani avrebbero dovuto sopportare “la responsabilità dei bombardamenti” alienandosi “per molto tempo molte simpatie nelle stesse file degli spagnoli nazionalisti”. Inoltre era probabile che lo stesso “Franco con la maniera solita degli spagnoli”, avrebbe potuto, se gli fosse stato conveniente “far sapere anche lui al mondo che alle Baleari non vi sono apparecchi spagnoli” e che quindi ogni responsabilità era da addebitare agli italiani. 

[9] Nel solo mese di gennaio l’Aviazione delle Baleari impegnò in missione bellica centosessantuno S. 79 dell’8° Stormo Bombardieri e cinquantasei S. 81 del 25° Gruppo Bombardieri. Tra l’inizio di febbraio e l’8 marzo furono ancora impiegati novantotto S. 79 e 21 S. 81 dei medesimi reparti. L’incursione più massiccia si verificò il 7 marzo sul porto di Cartagena da parte di 12 S. 79, che  sganciarono un totale di trentanove bombe da 250 chili.

[10] G. Ciano, L’Europa verso la catastrofe,   cit., p. 288.

[11] Ibidem. p. 295.

[12] G. Ciano, Diario 1937-1943,  cit. p. 95-96.

[13] AUSA, OMS, Relazioni dell’Aviazione Legionaria.

[14] AUSA,  OMS, b. 73, messaggio n. 3025.

[15] AUSA,  OMS.

[16] AUSA, OMS, b. 73.

[17] Ibidem.

[18] All’incursione su Cartagena parteciparono sei velivoli del 27° Gruppo B.V., al comando del maggiore Lamanna, e sei velivoli del 28° Gruppo B.V., guidati dal colonnello Rossanigo. L’azione dell’8° Stormo entusiasmò il Generalissimo Franco che chiese al generale Bernasconi di ripeterla, eventualmente con il concorso di S. 79 spagnoli. AUSA, OMS, b. 73, telegramma n. 071 del 7 marzo 1938.

[19] La tattica di colpire obiettivi non militari per fiaccare il morale della popolazione repubblicana, era già stata sperimentata tragicamente nel bombardamento di Guernica del 26 aprile 1937 (operazione Rügen). Su quell’episodio il generale Pietro Pinna, Sottocapo di stato maggiore della Regia Aeronautica, scrisse testualmente al termine di una sua missione in Spagna: “La distruzione di Guernica, compiuta dagli apparecchi tedeschi e italiani, a dato la misura di quanto può fare l’avversario contro un centro abitato. La distruzione di un porto e delle navi che vi sono rifugiate non mancherebbe di produrre effetti salutari anche al di fuori della Spagna”. Cfr., AUSA, OMS. Relazione sulla missione compiuta  in O.M.S. dal 12 al 22 maggio 1937 - XV.

[20] G. Ciano, L’Europa verso la catastrofe,   cit. p. 297-298.

[21] Per il bombardamento di Barcellona AUSA, Diario Storico Aviazione delle BaleariOMS, b. 50.

[22] G. Ciano, Diario 1937-1943, p. 115.

[23] Virgilio Ilari e Antonio Sena sostengono che la decisione di bombardare Barcellona era stata “presa personalmente da Mussolini che sperava di piegare la resistenza della popolazione con il terrorismo aereo, e contravveniva perfino all'art. 42 della legge italiana di guerra (18 luglio 1938, n.1415) che vietava il bombardamento Che abbia il solo scopo di colpire la popolazione civile e di distruggere o danneggiare i beni non aventi interesse militare” Cfr:  Morte in Orbace - Guerra Esercito e Milizia nella concezione fascista della nazione, Ancona  1988 p. 261,

[24] Secondo le cifre ufficiali  più attendibili diramate all’epoca dal governo repubblicano, i  morti furono 670, i feriti 1 200, gli edifici distrutti 48, e quelli danneggiati 71.

[25] Les Archives Secretes de la Wilhelmstrasse, vol. III,   cit. p. 510-513. Sul bombardamento di Barcellona Paul Preston, basandosi su quanto scritto da Ciano nel suo Diario, sostiene che l’indignazione di Franco derivava dal “fatto che Mussolini mosso dal desiderio di dimostrare al mondo che gli italiani sapevano anche - come si era espresso in Duce -destare orrore per la loro aggressività anziché compiacimento come mandolinisti”, avesse ordinato, senza consultarlo, di bombardare i quartieri residenziali della città. Quelle incursioni Franco le considerava un grossolano errore, il cui unico risultato era quello di rinvigorire la resistenza dei catalani e di colpire le case dei propri sostenitori, cosa che il Caudillo aveva sempre cercato di evitare”. P. Preston, Francisco Franco la Lunga vita del Caudillo, Milano, Mondadori 1995, p. 303.

[26] Ibidem, p. 512-513.

[27] AUSA, OMS.

[28] I dati più attendibili sulle perdite e i danni provocati  bombardamenti italiani di Barcellona, dei giorni 16, 17 e 18 marzo 1938, sono quelli pubblicati da Joan Villarroya in “Els bombardeigs de Barcelona durant la guerra civil”. Da essi risulta che i morti accertati, consultando i registri di sepoltura, sarebbero stati 683, a cui andrebbero aggiunto un certo numero di decessi di persone delle quali non furono trovati i resti per consentirne l’identificazione, oppure morti in seguito alle ferite riportate. I feriti sarebbero stati circa 2.000. Quanto ai danni materiali si accenna a 48 edifici distrutti e altri 75 gravemente danneggiati, e ciò comportò che circa 20.000 persone rimassero senza tetto. Sempre secondo i dati di Villarroya le vittime dei bombardamenti in tutta la Catalogna sarebbero stati durante la guerra 4.736, dei quali 2.605 a Barcellona.

[29] Galeazzo Ciano, L’Europa verso la catastrofe, cit., p. 297. In una relazione del dicembre 1938 sull’attività della Regia Aeronautica in Spagna ,il generale Francesco Pricolo,  allora Comandante della 2a Squadra Aerea,  poi Capo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica dal novembre 1939 al novembre 1941, scrisse in modo alquanto polemico, riferendosi evidentemente alle limitazioni dell’impiego aereo causate per ragioni politiche: “Per quei signori che ancora oggi mettono in dubbio l’efficacia dei bombardamenti aerei, ricorderò che ormai tutti i giornalisti esteri hanno ammesso che se il bombardamento intensivo di Barcellona fosse continuato con lo stesso ritmo per altre due settimane nessun governo avrebbe potuto impedire la resa a discrezione”. Visto quanto accadde  nel corso della seconda guerra mondiale, in cui l’Italia si arrese per la minaccia aerea (ma solo dopo mesi di bombardamenti di grande continuità e violenza sui centri militari e demografici che minarono il morale della gente e dei vertici politico-militari), mentre la Germania e il Giappone, ancora più devastati dell’Italia, non riposero le armi, l’opinione del generale Pricolo e dalla stampa internazionale dell’epoca, considerate le limitazioni d’impiego e i modesti mezzi impiegati in Spagna nell’offensiva aerea, ci appare particolarmente ottimistica, diremmo improbabile. Due settimane ancora di bombardamenti non avrebbero portato certamente all’auspicata resa della Repubblica spagnola.

[30] AUSA, OMS, cartella 73.

[31] Ibidem.

[32] Ibidem.

[33] Anche la Legione Condor, che normalmente si limitava a bombardare obiettivi terrestri per appoggiare le operazioni dei nazionalisti, il 17 aprile, agendo in forma indipendente, realizzò un grande attacco contro i porti militari di Cartagena e di Almeria, con l’impiego di quaranta bimotori He. 111 del gruppo da bombardamento K 88, decollati dagli aeroporti di Siviglia e di Granata. Ma il risultato dell’azione risultò del tutto insignificante, dal momento che i danni causati dalle schegge e dalle concussioni delle bombe cadute vicino degli scafi delle unità navali risultarono minimi, essendo mancato il colpo in pieno sul bersaglio. In quel momento la Legione Condor aveva raggiunto il massimo dell’organico potendo disporre di: due gruppi da caccia, ciascuno con quattro squadriglie di modernissimi Me 109; due gruppi su due squadriglie di caccia He. 51; un gruppo di tre squadriglie da ricognizione He. 111 e Do. 17; quattro gruppi, ciascuno di tre squadriglie, di bombardieri He. 111 e Ju. 52. Ogni gruppo da caccia e da ricognizione comprendeva nove apparecchi; i gruppi da bombardamento ne avevano dodici.

[34] AUSA, OMS, Diari storici dell’8° Stormo B.V. e del 25° Gruppo B.N., buste n. 51 e n. 54.

 

Edited by Francesco Mattesini
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PRECISAZIONE SUI BOMBARDAMENTI DEL 16, 17, 18 MARZO SULLA CITTA’ DI BARCELLONA

                 

         Complessivamente, nel corso di tredici ondate d’attacco di bombardamenti diurni da alta quota sulla città di Barcellona, gli S. 79 dell’8° Stormo Bombardamento Veloce “Falchi delle Baleari” sganciarono tra il 17 e il 18 marzo 25.960 chili di bombe, mentre nei bombardamento notturni, tra il 16 e il giorno 18, gli S. 81 del 25° Gruppo Bombardieri “Pipistrelli delle Baleari sganciarono circa 22.000 chili di bombe. Pertanto gli aerei dei tre gruppi da bombardamento sganciarono su Barcellona un totale complessivo di 47.960 chili di esplosivo, con bombe da 250 e 100 chili esplosive e da 20 chili incendiarie.

         Secondo i Diari Storici, la prima formazione a raggiungere l’obiettivo, la notte del 16 marzo, era costituita da  dieci S. 81 che attaccarono in tre pattuglie scalate nel tempo, mentre le prime tre formazioni di S. 79, di sei, cinque e cinque velivoli, che attaccarono il 17 marzo a intervallo di tre ore l’una dall’altra erano al comando del colonnello Rossanigo, Comandante dell’8° Stormo, del maggiore Di Carlo e  del capitano Balbo.  La notte del 17 attaccarono, in tre pattuglie, nove S. 81, dei quali però uno andò a sganciare le bombe sull’aeroporto di Reus e  altri tre sulle vicine officine. Le quattro formazioni di S. 79 che si susseguirono il 18 marzo, rispettivamente composte ciascuna da pattuglie di tre S. 79, erano guidate dai tenenti Piacentini, Faralli, Profumi e Vanini. I piloti di tutte le formazioni che si susseguirono su Barcellona, ignorando il porto, ebbero per obiettivo i magazzini e i depositi della città, quindi bersagli militari, però difficili da riconoscere in un grosso centro demografico, per di più intensamente popolato, specialmente di notte, sganciando le bombe da quote varianti da 5.200 metri a 6.000 metri.

Edited by Giuseppe Garufi
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BREVI CONSIDERAZIONI SULL'INTERVENTO MILITARE DELL'ITALIA NEL CONFLITTO SPAGNOLO

 

        Sulle discussioni e le scelte per l’intervento italiano in Spagna, Benito Mussolini e Galeazzo Ciano, pur tenendo i contatti con i Capi di Stato Maggiore delle Forze Armate, accondiscendenti pur con qualche distinguo, tennero sempre in disparte il maresciallo Pietro Badoglio, Capo di Stato Maggiore Generale, che non condivideva quell’impegno militare.

         Invece, quasi nulla si conosce sull’appoggio del Re Vittorio Emanuele III  all’avventura spagnola, anche se l’appoggio indiscutibilmente vi fu, perché essendo il Capo delle Forze Armate, l’uomo che se voleva avrebbe potuto licenziare su due piedi i due uomini politici, senza che la scarsamente armata Milizia Fascista di Mussolini potesse opporsi, essendo quasi tutti gli ufficiali delle Forze Armate di fede monarchica e quindi fedeli al Sovrano. Il 25 luglio 1943, sebbene agendo per altri motivi, il Re arrestò Mussolini decretando la fine del Fascismo, e con le Divisioni dell'Esercito già schierate da cinque giorni nella Capitale, nessuno reagi e praticamente non fu sparato un colpo d'arma.

         Evidentemente Vittorio Emanuele, che doveva confermare con la sua firma le decisioni e le spese del Governo, era informato, come’era logico di quanto avveniva in Spagna, e conosceva i malumori delle altre potenze contrarie al regima fascista o neutrali, e pertanto ogni decisione era presa da Mussolini e Ciano con la sua approvazione. E non potevano nascondergli nulla, o quasi, poichè vi era un generale, con il suo ufficio, addetto alla persona del Re, al quale arrivavano tutti i rapporti, oltre ad avere informazioni dai fedeli Carabinieri.

          Inoltre il Re era grato al Duce per averlo fatto Imperatore d’Etiopia, per dare prestigio all’Italia, anche se in modo spregiudicato, e per tenere a bada gli oppositori politici che, con le loro discussioni e atti di violenza, all’inizio degli anni ‘20 avevano portato la Nazione sull’orlo della guerra civile.

          Quanto detto, da storico imparziale, é per dimostrare che quando si parla di responsabilità nelle avventure militari fasciste, quelle del Duce e del Re d'Italia, che abilmente si manteneva in disparte, si debbono misurare con lo stesso metro.

 

Francesco Mattesini

 

17 ottobre 2017

Edited by Francesco Mattesini
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Perfettamente d'accordo sulla corresponsabilità del Re nelle decisioni di Mussolini.

Probabilmente il Re non avrebbe ordinato il bombardamento di Barcellona di sua iniziativa, ma sicuramente non ebbe nulla da obbiettare.

Comunque è ipocrita condannare Mussolini per l'ordine dato; si è comportato come tutti i capi di stato di tutte le nazioni durante la IIGM.

Non sono invece d'accordo su quanto affermato nella nota 29 "Visto quanto accadde  nel corso della seconda guerra mondiale, in cui l’Italia si arrese per la minaccia aerea...".

Badoglio era un generale della prima guerra mondiale, che mandava i soldati all'attacco contro le mitragliatrici senza battere ciglio.

Prima dell'armistizio fece sparare sui dimostranti a Torino.

Non credo sia stato influenzato dai bombardamenti sulle città.

L'armistizio andava fatto perchè la guerra era perduta ed era necessario trovare il modo di uscirne.

I bombardamenti non furono decisivi per l'Italia, come non lo furuno per Germania, Giappone o Nord Vietnam fine anni '70.

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Che l'Italia si sia arresa per i bombardamenti é un dato di fatto, di cui sono assertori più convinti gli Statunitensi e i britannici. La goccia che fece traboccare il vaso e che determinò la caduta del Fascismo fu il bombardamento di Roma del 19 luglio 1943, avvenuto con 500 bombardieri,  quando a Feltre Mussolini era a colloquio con Hitler per ricevere maggiori aiuti dalla Germani, che furono negati. 

 

La distruzione delle nostre città, altro che Barcellona, con centinaia di Fortezze Volanti che non badavano dove andavano a colpire le bombe (si calcola che siano stati almeno 40.000 i civili morti per quella causa durante la guerra, e parlo soprattutto degli anni 1944-45 in cui eravamo dalla parte degli Alleati) e le pene subite per quella causa dalle nostre popolazioni, oltre il fatto che ormai in Sicilia e in Calabria, nel tutti a casa, erano rimasti a combattere soltanto i tedeschi, ebbe un peso determinante sulla resa dell'Italia.

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Non possiamo entrare nella testa del Re e di Badoglio, solo loro potrebbero dire quali erano le loro motivazioni.

Per me si preoccuparono più di salvare la propria pelle che degli italiani sotto le bombe.

Io continuo a pensare che i bombardamenti siano stati solo uno dei fattori che portarono alla resa e nemmeno il più importante.

Re e Badolio non erano neanche tanto convinti della resa, fino all'ultimo si discusse se sconfessare la firma dell'armistizio.

Che Statunitensi e i britannici sostengano che l'Italia si sia arresa per i bombardamenti non significa nulla.

Dicono anche che il Giappone si è arreso per la bomba atomica.

Sono stati dei criminali di guerra, devono giustificarsi.

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Sul Re e Badoglio sono d'accordo con voi, anzi io ne penso di peggio.

Non sono invece convinto del fatto che Italia e Germania si arresero per via dei bombardamenti strategici/terroristici sulle città.

Per la Germania mi pare evidente che fu necessario giungere alla debellatio del Reich, alla quasi totalità del suo territorio occupato, con le armate ancora esistenti in fuga davanti all'avanzata dell'Armata Rossa da una parte e degli Anglo-Americani dall'altra.

La popolazione tedesca si adattò ai bombardamenti, morì sotto le bombe, fece la fame, ma il fronte interno resse. Assolutamente efficaci invece furono i bombardamenti tattici, una volta ottenuto il dominio dell'aria, nulla si poteva muovere (con il bel tempo) senza essere attaccato dagli onnipresenti cacciabombardieri alleati.

 

Torniamo in Italia. Sconfitti in terra, in cielo ed in mare, evacuata l'Africa Settentrionale, persa da tempo l'Africa Orientale, battuti in Grecia, travolti in Russia, con gli Alleati in Sicilia e pronti a sbarcare sul continente, la regia Marina pronta a combattere l'ultima battaglia, per salvare forse l'onore ma non le sorti della guerra, i bombardamenti sulle città furono soltanto un plus dell'azione bellica alleata.

D'altra parte anche se furono il Re e Badoglio tecnicamente ad arrendersi agli Alleai, già prima Mussolini ed alcuni gerarchi fascisti avevano tentato di trovare vie per uscire dalla guerra ormai persa, a prescindere dalle farneticazioni hitleriane sulle armi segrete.

La guerra fu persa sui campi di battaglia, la resa ne fu la logica conseguenza.

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Io non ho parlato di resa della Germania per i bombardamenti, ma insisto sul fatto che la resa italiana avvenne dopo il traumatizzante bombardamento di Roma del 19 luglio 1943, e i successivi devastanti bombardamenti strategici (terroristici per le bombe incendiarie) dell'agosto sulle città del Nord Italia, Milano in particolare.

 

Il fratello di mia madre, maresciallo dell'Aeronautica, che faceva servizio alla torre di comando dell'aeroporto di Linate, prese la famiglia e la portò ad Arezzo, dove pensava sarebbero stati tranquilli.

 

Ma il 2 dicembre 1943 avvenne il duplice bombardamento della città, 62 B. 26 al mattino, i Wellingoton della RAF per tutta la notte, e l'indomani scappammo tutti, vera evacuazione (sfollamento) in campagna.

 

La mia famiglia finì a a Castel Focognano, nel Casentino, in casa di una sorella di mia nonna, e tornammo ad arezzo dopo tante peripezie nel luglio 1944, dopo l'arrivo dei britannici.

 

Nel frattempo, in un clima di terrore, assistemmo all'uccisione, da parte dei partegiani comunisti comandati da un certo Wladimiro (veri banditi e rubbagalline provenienti dal Valdarno),  di quattro civili considerati fascisti (erano il Sindaco, un ragioniere, il farmacista e il Dottore, ossia quelli che i comunisti volevano eliminare quale classe dirigente); reazioni dei tedeschi (un italiano per ogni soldato tedesco), che catturarono quattro partigiani per poi impiccarli sotto le finistre della nostra camera. Io vidi tutto!

 

E di quella guerra civile combattuta nel Pratomagno, si fa per dire (i partigiani erano tutti alla macchia ma di azioni importanti contro i tedeschi e i fascisti nessuna), potrei dire molto di più.

 

Ha ragione Giampaolo Pansa.

 

Franco

Edited by Francesco Mattesini
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Io ai tempi non c'ero, ho soltanto le memorie dei miei genitori, all'epoca quindicenni, e di altri parenti.

Abitavano entrambi a Messina, nella periferia meridionale: pur essendo lontani dal porto, obiettivo primario dell'offensiva aerea alleata, le bombe cadevano ugualmente, soprattutto a causa di una batteria contraerea posta a poca distanza dalle loro case.

Presto furono sfollati verso i villaggi di campagna della zona sud da dove osservavano, indisturbati, le ondate di bombardieri diretti verso l'ormai vuota città.

Avevano paura certo, ma non mollavano.

L'unica vera sofferenza di cui mi parlavano, sia loro che altri, era per la fame: il pane, la pasta ed altri generi, pur razionati, erano semplicemente scomparsi dalle loro tavole. Sopravvissero perché in campagna, dove erano sfollati, qualcosa si trovava sempre, da mangiare, da barattare.

Fino all'arrivo di quelli che erano attesi e furono visti per quello che erano: i Liberatori.

 

Il fronte interno era crollato per le promesse non mantenute di potenza, per le sconfitte, le privazioni, la fame, la paura dei bombardieri era uno degli elementi. Il bluff fascista non era riuscito.

 

P.S.: direi che non è il caso di aprire qui ed ora una discussione sulla Resistenza, esula dagli interessi navali del forum ed aprirebbe una miriade di flame.

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Sono d'accordo con l'ultima frase. Cambiamo disco.

 

Per il resto anche noi facemmo la fame, anche se i parenti, contadini, un po di aiuto che lo fornirono. Il clima che si aveva: paura dei fascisti, paura dei tedeschi, paura dei partigiani, formazioni di bombardieri pesanti  statuinitensi della XV Air Force che passavano con centinaia di velivoli; e la contraerea tedesca di protezione ai ponti sull'Arno che sparava con successo tanto che in una sola azione abbatterono tre B.17: ricordo dove caddero.

 

Poi, come il fronte si avvicinò, un continuo turbinio di cacciabombardieri Alleati, senza che si vedesse un aereo tedesco, che attaccavano le batterie e i reparti tedeschi in linea. 

 

Quando il fronte fu più vicino, il paese di Castel Focognano fu sottoposto a continui cannoneggiamenti notturni da parte delle artiglierie (raccolsi centinaia di schegge). Dormivano nelle cantine, era l'unico rifugio che potessimo usare, e quando una granata scoppiava vicino l'atmosfera era da incubo, soprattutto per le donne e ragazzi che piangevano.

 

E questo cannoneggiamento continuò tutte le notti fino all'arrivo di un reparto sccozzese di quattro soldati. E allora dopo mesi di paura, tutta la popolazione, agitando lenzuoli per il giubilo, uscì fuori dalle case per  salutare, esattamente come, nel film L'ultimo Ponte, si vedono gli olandesi che festaggiavano i liberatori.

Edited by Francesco Mattesini
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Visto che siamo passati ad altro argomento, anche io racconterò i miei ricordi di famiglia; io c’ero ma non ero ancora nato.

Nel complesso i miei se la sono passata meglio, ma le avventure non sono mancate.

Mio padre era sergente pilota in un reparto trasporti, ma non fece mai un volo di guerra.

La mattina del 9 settembre si presentò al suo comando all’Aeroporto dell’Urbe dove gli dissero di mettersi in borghese e di andarsene.

Era alloggiato con mia mamma in un albergo a Porta San Paolo proprio dove ci furono i combattimenti tra Granatieri e Tedeschi; davanti all’albergo fu distrutta una camionetta italiana con dei morti e un proiettile entrò dalla finestra della loro stanza.

Appena possibile partirono in treno per il nord; a Bologna la stazione era stata bombardata, il treno si fermò fuori città e dovettero fare 20 km a piedi per raggiungere un altro treno dall’altro lato di Bologna.

Il magazzino della ditta di  famiglia era stato colpito da uno spezzone incendiario durante i bombardamenti su Milano in agosto, ma i danni furono abbastanza limitati e dopo qualche giorno fu possibile riprendere il  lavoro.

Questo fu importante perché col lavoro mio padre ottenne un permesso e poteva spostarsi liberamente tra Meina e Milano, esentato dalla leva RSI.

Mio zio invece rispose alla leva anche se era stato sconsigliato dal farlo, sarebbe stato arruolato e per evitarlo si rifugiò in Svizzera.

Fino alla fine della guerra i miei abitarono a Meina sul Lago Maggiore, nella villa dei miei nonni, quasi di fronte all’Hotel Meina, dove nel settembre ottobre ’43 furono detenuti una quindicina di ebrei, poi uccisi e buttati nel lago da un reparto di SS.

I miei avevano l’orto e un po’ di terreno sopra al paese, quindi non ci furono grossi problemi alimentari.

In collina c’erano dei partigiani, ma non scendevano verso il lago, mentre repubblichini e tedeschi non andavano a cercarli, per cui non si ricordano scontri.

Però ad Arona ho visto qualche lapide che ricorda partigiani fucilati negli ultimissimi giorni di guerra.

Con gran spavento dei miei, verso fine di aprile ’45 una colonna motorizzata tedesca si fermò per una notte nel giardino della villa; erano preoccupatissimi per gli attacchi aerei e parcheggiarono gli automezzi nei viali sotto gli alberi in modo che fossero poco visibili dall’aria.

I tedeschi erano disciplinati e furono correttissimi, abbatterono solo un pilastro del cancello per un errore di manovra.

In compenso si dimenticarono due sedie a sdraio degli ufficiali; le ricordo ancora a metà anni ’50.

Mia mamma pensava che volessero rifugiarsi in Svizzera, ma forse tentavano di fare il percorso inverso, dal presidio in Val D’Ossola al Brennero per tornare in Germania.

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"In collina c’erano dei partigiani, ma non scendevano verso il lago, mentre repubblichini e tedeschi non andavano a cercarli, per cui non si ricordano scontri.

Però ad Arona ho visto qualche lapide che ricorda partigiani fucilati negli ultimissimi giorni di guerra".

 

In effetti le operazioni dei partigiani sono avvenute dal giorno 25 aprile al 28 aprile 1945, ultimo giorno di guerra in Italia. In quel momento gli Alleati, con l'offensiva iniziata il 9 aprile, stavano dilagando nella Valle Padana, puntando, dopo la conquista di Bologna, su Milano, Verona, Padova, Venezia, ecc.

 

Quindi il pericolo di una reazione tedesca contro i partigiani era limitatissimo, anche perché in seguito all'accordo stabilito al Comando Alleato di Caserta con rappresentanti tedeschi che stavano trattando la pace, questi ultimi non dovevano essere attaccati.

 

A questo punto, per salvare la faccia é per dimostrare che anche il nostro intervento aveva agevolato gli Alleati (come é stato vantato), il Governo Bonomi e il C.L.N dovettero fare qualcosa di concreto, e il 25 aprile dichiararono lo stato di insurrezione nazionale. E così abbiamo visto, più che i partigiani, le folle nelle strade e nelle piazze La nostra guerra duro quattro giorni, ma non le vendette e le stragi!

 

Ne é la prova che quando i partigiani fermarono la colonna dei camion tedeschi su cui si trovava Mussolini, si limitarono a prelevare il Duce e la Pretacci, ma lasciarono liberi di proseguire la colonna germanica. Le stragi tedesche di rappresaglia, avvenivano sempre mentre essi si ritiravano, e i partigiani ne approfittavano per sparare.

 

Così, secondo certa letteratura, e professoroni di storia, abbiamo vinto la guerra, liberando l'Italia del Nord.

 

E molti ancora ci stanno credendo, nonostante le forze esigue dei partigiani veri che non superavano, per le stime degli Alleati, le 10.000 unita armate (oltre a 90.000 fiancheggiatori), mentre invece l'Italia é stata conquistata (non liberata) dagli anglo americani, in parte con l'aiuto dei marocchini francesi, durante 19 mesi di guerra durissima, combattendo a Salerno, Cassino, Anzio, Linea Gotica, con l'impiego di 27 divisioni, migliaia di cannoni, carri armati e automezzi a non finire (io li ho visti), e una forza aerea di prima linea, in media superiore ai 4.000 velivoli da combattimento.

 

Quando ho sentito dire in televisione da un nostro deputato "noi ai tedeschi il 25 luglio glielo abbiamo fatto vedere", mi sono cadute le braccia da tanta ignoranza.

 

Franco

Edited by Francesco Mattesini
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Sulla tabella vorrei dei chiarimenti.

Di notte è indicata la quantità di bombe e non la quota, di giorno solo la quota.

Manca quasi sempre il numero di arei che hanno partecipato.

Non è importante il dato preciso, ma almeno una stima, naturalmente indicando quali sono i dati certi e quelli stimati.

Cosa vuol dire: "camiòn de trilita"?

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