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Sea Control - la nuova strategia della US Navy


CARABINIERE
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I risultati, e le feroci critiche ai più recenti programmi della US Navy, mal gestiti da poderose e spesso inadeguate ed improvvisate per quanto blasonate) lobbies navali, hanno messo sulla difensiva i vertici della US Navy

 

Occorre un rilancio dei programmi, occorre rispondere alle feroci critiche del congresso, occorre affrontare gli strali della nuova amministrazione statunitense, e la US Navy si è trovata costretta ad inventarsi e prospettare una nuova strategia 8in effetti ancora fumosa)

Per dimostrare che l’evoluzione ed i correttivi sono in marcia, è stato organizzato come inizio di anno, ed in anticipo al cambio presidenziale,  è stato organizzato un simposio, il cui slogan è  stato : The U.S. Navy’s Surface Force Strategy: Return to Sea Control.

 

La voce  cantante dell simposio, portatore della nuova strategia, è stato il Vice Ammiraglio . Tom Rowden. Comandante delle forze navali di superficie della US Navy, già chiamato nei mesi scorsi a trovare rimedi e soluzioni allo scottante caso delle LCS.

 

Vi trascrivo la sintesi del suo discorso, un annuncio un po’ fumoso, quasi criptico, a mio parere diretto a sondare la nuova amministrazione statunitense, mettendo le mani avanti.

Pur nella fumosità, con lo slogan Return to Sea Control, sono di un tratto spariti concetti come Brown Waters/Blue Waters, littoral combat, polivalenza, attacco terrestre dal mare … mi sbaglierò, ma forse si torna alla flotta di altura, di nuovo alla Blue Waters Navy

 

 

By Vice Adm. Tom Rowden

Commander, Naval Surface Forces

 

Stiamo entrando in una nuova era, con una diversa concezione del potere navale.

Dopo un quarto di secolo di incontrastato dominio dei mari della US Navy, i giochi sono riaperti ed assistiamo al ritorno sul mare di altre potenze.

Gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti e quelli dei nostri alleati sono stati sempre più sfidati non solo dai più ovvi e vicini avversari, governi stranieri conflittuali, e gruppi armati non riconducibili a Stati, ma comunque ben armati.

 

La US Navy deve adeguarsi a questi nuovi e cangianti scenari di sicurezza, reagendo alle sfide di questi soggetti, stati o movimenti, che non rispondono più al sistema di norme internazionali che hanno plasmato il nostro mondo negli ultimi 70 anni, basato su regole e prevedibilità.

Il passato ci ricorda i rischi che corre una nazione marittima in termini di sicurezza e prosperità se la sua Marina non riesce ad adattarsi alle sfide di un ambiente di sfide mutevoli.

Dall'Europa all'Asia, la storia è piena di nazioni che hanno sfiorato il potere globale per poi soccombere per mancanza di potere navale, sia logorate nel tempo sia in scontri decisivi.

Gli Stati Uniti, come espressione del potere navale, non possono permettersi di perdere il primato.

La US Navy sta rispondendo alle sfide globali, sotto la guida del capo delle operazioni navali, ed ha formulato una strategia ed i relativi programmi per mantenere la superiorità navale e marittima.

In risposta alla chiamata a "rafforzare il potere navale e dal mare," le Forze di Superficie della US Navy hanno formulato una opportuna strategia per le operazioni di superficie.

 

L'obiettivo di tale strategia è quello di raggiungere e assicurare il controllo dei mari nel momento e nel luogo di nostra scelta, al fine di:

·      proteggere a distanza il territorio nazionale; costruire e mantenere la sicurezza globale;

·       proiettare ovunque il potere degli Stati Uniti, e, se necessario,

·      vincere con decisione.

È essenziale per la sicurezza della nostra nazione e la sua prosperità che si mantenga la capacità di manovra a livello globale sui mari e cosi impedire ad altri di utilizzare il mare contro gli interessi degli Stati Uniti e dei nostri alleati.

Il controllo del mare è anche la condizione essenziale per il raggiungimento di altri obiettivi della US Navy, quali il controllo degli accessi, la deterrenza, la proiezione di potenza e la sicurezza marittima.

 

La strategia prevede il ritorno al controllo dei mari e la risposta graduale (il termine esatto usato è stato Distributed Lethality) , quali principi operativi e organizzativi per raggiungere e mantenere tali obiettivi a propria discrezione.

La risposta graduale rafforza le iniziative di squadra per uniformare ed integrare la risposta nei diversi scenari di combattimento.

La risposta graduale, impone l'aumento delle capacità offensive e difensive delle forze di superficie, alla base degli investimenti approvati per la modernizzazione della flotta e per le forze del futuro.

Assicurare maggiori capacità e funzioni alle forze di superficie assicura più opzioni per i comandanti di scacchiere.

 

Al fine di raggiungere gli obbiettivi di questa strategia, è necessario ristrutturare anche le risorse nell’ ottica del controllo dei mari, come risorse umane captare i migliori e più brillanti, fornire addestramento tattico avanzato, e come risorse tecniche dotare le nostre navi delle migliori armi, con opzioni di risposta offensiva sia soft che distruttiva. 

 Perseguendo questi fini miglioreranno la nostra preparazione e la capacità di passare all'offensiva e reagire ad attacchi multipli.

 

Assicurando un maggior deterrente, siamo in grado di dissuadere l’aggressione iniziale, e in caso contrario, si potrà rispondere ad un attacco con una letalità tale da costringere l'avversario a cessare le ostilità rendendolo incapace di ulteriori aggressioni.

 

Le forze di superficie devono fornire al Paese un potere credibile, sul mare e dal mare, al fine di assicurarne il controllo, nel momento e nel luogo di nostra scelta per la proiezione del potere.

Lo faremo, dotando le nostre navi da guerra con le tattiche, i talenti, gli strumenti e la formazione in grado di ingannare, ingaggiare e distruggere le forze nemiche, e instillando questo rinnovato spirito guerriero negli equipaggi che combattono sulle nostre navi da guerra.

 

La strategia rappresenta il nostro invito all'azione per costruire, organizzare, formare e dotare opportunamente  le forze di superficie e metterle in grado di combattere e vincere oggi, domani e sempre.

 

 

 

 

 

 

 

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Sono d'accordo con te: il concetto di Sea Control innova rispetto alla concezione che premia la superiorità strategica delle forze subacquee. L' ammiraglio Hyman Rickover si rivolterà nella tomba. D' altra parte, se sia Russia che Cina si affidano alle portaerei qualcosa vorrà pur dire... Gli USA hanno appena dispiegato o stanno per dispiegare un grande radar X-Band e degli F-35B in Estremo Oriente, non degli SSN o SSBN che risolvono ben poco (come gli U 212A che i tedeschi considerano insuperabili). L'assenza di portaerei americane nel Mediterraneo pesa eccome, e non bastano certo le LHD con gli Harrier un po' vetusti. Forse se ne sono resi conto.

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Siamo d'accordo sul concetto di Sea Control e sull'utilità delle portaerei, la criticità più grande penso stia, però, negli enormi costi di costruzione e mantenimento dei gruppi da battaglia incentrati su portaerei.

Resterebbe da vedere se è il problema è generalizzato o è prettamente americano: la US Navy ha una certa tendenza al gigantismo, vedi SEAWOLF e ZUMWALT.

Bisognerebbe esaminare il rapporto costi/benefici tra una FORD e derivati dalle LHA della classe AMERICA ... mi torna alla mente il vecchio progetto delle piccole Sea Control Ship, presto abbandonato dallUS Navy.

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E' troppo presto per trarre conclusioni, e d' altra parte la US Navy è molto cauta nello scoprire ipotesi o tendenze costruttive, nel momento dell’insediamento della nuova Amministrazione e tenendo delle uniche critiche, indirette, fatte da Trump alle LCS e Zumwaldt, però qualche considerazione od illazione possiamo farla

Sea Control Ship era stato un anonimo per le unità di assalto, portaelicotteri (spendibili) tipo Jwo Jima di quasi cinquant' anni or sono, per economia (erano ancora in corso i conflitti asiatici) costruite con standards mercantili (erano addirittura monoasse);  per curiosità sono state il modello studiato ed adottato per le nostre unità anfibie.

 

Sea Control vorrebbe essere una teoria, e non a caso si accenna a "navi più fortemente armate”, ma non si riferisce ad una specifica classe di navi, ma soprattutto alla preoccupazione di mantenere la forza tendenzialmente il più possibile vicina alle 400 unità.

Una presenza, una proiezione sui mari che non sia solo dei letali ma invisibili sottomarini.

Supporrei che con questa “uscita”, con questo annuncio (non a caso un po’ in sordina, non fatto dal vertice, ma comunque da uno chiamato in causa per i recenti problemi ..) si voglia indicare una flotta di superficie “combattente”, dove combattenti non siano solo le naturali ed indispensabili portaerei come polo di task forces, ma bensì tutte le navi, tornando al concetto alturiero, abbandonando concetti di polivalenza, stazionarie, littoral ships.

La polivalenza non come convertibilità o impiego puntuale, ma come navi fortemente armate contro ogni tipo di minaccia, non di volta in volta per ogni specifico tipo di minaccia.

Una forte componente di altura, che comporterebbe anche nuclei di unità specializzate.

 

 

Parlando in generale di costi (del tutto ingiustificati come “resa” per LCS e Zumwaldt), malgrado le apparenze non sono cosi assurdi per le grandi portaerei (che sono prodotto, lavoro e comunque territorio americano) l’ opzione delle grandi portaerei è ormai l’ alternativa più efficace e meno costosa rispetto alle ancora più costose, anche in termini politici, e vulnerabili basi all’ estero, considerando anche la mutabilità delle alleanze

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La pubblicazione delle linee guida del nuovo libro bianco del SASC - Senate Armed Services Committee, svela come, forse,  forse la US Navy  abbia voluto giocare di anticipo, ed ambedue giocare in anticipo verso la nuova amministrazione Trump, molto critica per come sono state destinate le spese militari, ed i “prodotti” selezionati.

 

Tale libro bianco, le cui premesse sono certamente influenzate dalle scelte e dalle continue diatribe sul programma LCS, individua tra l’ altro i tipi di navi necessari per l’espansione della  US Navy nei nuovi scenari e rapporti di forza mondiali

 

Il nuovo libro bianco elaborato dal Comitato delle FFAA del Senato ha evidenziato come sia fondamentale per la US Navy , ancor più importante del numero di navi da costruire, disporre dei cantieri capaci di costruire "giusti tipi di navi “.

 

Il documento prende in considerazione le serie di navi che dovrebbero essere ordinate nei prossimi, programmi, dalle SSC, Small Surface Combatant, evoluzione annunciata delle LCS, previste per 2022 ma che potrebbero essere anticipate, nonché portaerei più piccole, a propulsione convenzionale, di costo ridotto, e soprattutto missili ed armi in quantità quali ingredienti fondamentali per un potenziamento delle forze navali.

La necessità di definire subito politica e scelte risiede nella consapevolezza che i cantieri statunitensi non hanno la capacità di costruire 81 navi entro il 2022, né la possibilità di accelerarne la costruzione.

 

Una recente valutazione della US Navy sottoposta al nuovo Presidente, Trump, inizialmente per una forza di 350 unità, si attesta poi a 355.

 

Il raggiungimento di tale obbiettivo, partendo dalle attuali 274 unità, non è realistico tenendo conto delle reali capacità della cantieristica navale statunitense e delle relativa forza lavoro,   ma le stesse risorse umane della Marina, comprese selezione e formazione, semplicemente non sono tali da assicurare questo traguardo.

Questa è la ragione per cui il Senato spinge a selezionare le navi a cui dare la priorità, e quando.   

 

Gli attuali programmi varati dall‘ Amministrazione Obama prevedono l’acquisizione di sole 41 navi nel corso dei prossimi cinque anni. Tuttavia, con l’assegnazione opportuna di fondi, la US Navy potrebbe acquisire 59 navi nello stesso lasso di tempo, tra cui cinque sottomarini d'attacco, cinque rifornitori di squadra, tre caccia, due navi anfibie, due unità di preposizionamento, due navi di sorveglianza a.s., due navi da ricerca, due navi pattuglia, una portaerei, e almeno una nuova SSC, come prototipo della classe.

La previsione di tre caccia si riferisce ovviamente alle rimanenti unità della classe Zumwaldt, ed è prematuro dire se per costi e risultati sia ancora valida.

 

Le considerazioni del libro bianco coincidono con l’apprezzamento della US NAVY di dover prevedere e far fronte al ritorno in forze sul mare di vecchie e nuove potenze, con la necessità di adeguare le capacita ed adottare nuove scelte strategiche.

 

Suggerisce di orientare gli investimenti versi sistemi autonomi, non pilotati, aerei (UAV), di superficie e subacquei, incrementando ed accelerando gli stanziamenti relativi, anche per coprire le esigenze di alcuni settori, come minamento e sminamento, la sorveglianza ma anche certe modalità di attacco.

Dovrebbe anche essere incrementato il numero di sottomarini, portandone la costruzione da due a tre per anno nel 2020 e quattro per anno nel 2024, se la US Navy vuole mantenere la supremazia nella guerra sottomarina.

Il rapporto sottolinea come gli Stati Uniti nei prossimo cinque anni non possano produrre più sottomarini neppure nel caso lo volessero e potessero .

 

Un'altra scelta strategica sarebbe quella di limitare il programma (LCS) nel 2017, ordinando solo il numero minimo di ulteriori unità sufficiente per mantenere in attività le attuali capacità produttive sino al programma SSC, che potrebbe essere anticipato rispetto al previsto 2022.

Anticipare il programma SSC di sette anni, porterebbe anche  al risultato dell’ acquisizione entro il 2030 di due SSC in più rispetto al piano attuale.

 

Definendo quasi una filosofia di impiego duale, Strategico/tattica, alto/basso profilo, la USNavy dovrebbe operare delle scelte, una sorta di mix tra grandi portaerei di attacco a propulsione nucleare, necessarie come deterrente nei confronti delle potenze emergenti, e portaerei in “scala ridotta”, a propulsione non nucleare (sarebbe errato ormai parlare di propulsione convenzionale) ottimizzate per missioni di routine o puntuali, come la proiezione di potenza, controllo di passaggi, supporto aereo ravvicinato, lotta al  terrorismo.

 

Si prospetta una transizione, nel prossimo quinquennio, da navi anfibie con grande ponte di volo a una sorta di mini-portaerei, con una previsione di consegna del prototipo di tali unità a metà del 2030.

 

Altro aspetto trattato dal libro bianco è quello della componente aerea navale: nel corso dei prossimi cinque anni, la Marina dovrebbe acquisire altri 58 esemplari F / A-18 E / F Super Hornet e 16 ulteriori EA-18G Growlers, anche per compensare i continui ritardi del programma l'F-35C.

Il documento evidenzia che già oggi, con una forza di circa 830 velivolo da attacco, si prospetta un deficit di 29 velivoli nel 2020 che salirebbe a circa 111 velivoli nel 2030.

 

Altra criticità evidenziata dal libro bianco riguarda il munizionamento, di ogni tipo, e si deve provvedere non solo all’ aumento generale delle scorte ma soprattutto ad un deciso incremento soprattutto per missili antinave a grande portata e missili di nuova generazione antiaerei, nonché missili aria aria

In questa materia prospetta che la US Navy si impegni nello sviluppo di una nuova generazione di missili a lunga portata, sia di crociera sia antinave, compresi missili ipersonici.

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  • 3 weeks later...

Le mosse della US Navy, compresa la pubblicazione delle linee guida del nuovo libro bianco del SASC - Senate Armed Services Committee – svelano la strategia di anticipo nei confronti dell’ Amministrazione Trump, il cui programma è stato colto al balzo dal Pentagono ancora prima dell’insediamento del nuovo presidente come dimostra la richiesta del Dipartimento della Difesa al Congresso di stanziare fondi straordinari per 509 miliardi di dollari (pari quasi a un bilancio annuale della difesa USA) in 30 anni valutati necessari a costruire almeno una cinquantina dell’ottantina di navi da combattimento ritenute necessarie, tra portaerei classe Ford, 36 incrociatori e cacciatorpediniere e 18 sottomarini d’attacco a propulsione nucleare più navi da trasporto e da assalto anfibio.

 

La giustificazione di questo programma è far fronte alla crescente potenza navale cinese che secondo alcune valutazioni potrebbe diventare nel 2020 la più grande del mondo per numero di navi.

Un programma ambizioso che sembra aver incontrato il favore del nuovo presidente, anche se lo stesso ha fatto subito capire che non intende cedere alle pressioni delle grandi aziende del settore militare, nei cui riguardi ha subito imposto una riduzione dei costi per i nuovi armamenti in lista per l’acquisizione.

 

La minaccia cinese appare in realtà un po’ “gonfiata”, come accadde per quella sovietica negli anni ’80, presentata da Casa Bianca e Pentagono come formidabile per ottenere il via libera a nuovi fondi per la corsa al riarmo.

Un rapporto reso noto il mese scorso dal Center for Naval Analyses, centro di ricerche finanziato dalla Marina Usa e altre agenzia militari, rileva che nel 2020 la Marina Cinese sarà quella più potente sul piano numerico superando le 270 unità di prima linea di cui un centinaio per le operazioni oceaniche.

Realizzato dal contrammiraglio Michael McDevitt, ora a riposo, il rapporto non può certo definirsi imparziale ma sembra cavalcare il progetto di Trump condiviso dai militari.

 

Sottolinea infatti i progressi cinesi nelle operazioni navali e l’aggressiva presenza rilevata negli arcipelaghi contesi con gli Stati vicini nel Mar Cinese Meridionale e Orientale.

 

Tra tre anni Pechino potrà schierare 7 sottomarini lanciamissili balistici, altrettanti sottomarini da attacco sempre a propulsione nucleare e forse due nuove portaerei da affiancare all’unica oggi in servizio (Liaoning) sviluppata sullo scafo di una vecchia nave sovietica acquistata nei cantieri ucraini e originariamente gemella della portaerei russa Kuznetsov, quindi molto più piccola delle portaerei USA.

Inoltre i cinesi disporranno di 20 moderni cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 30 fregate e una flotta di navi sa sbarco inferiore solo a quella statunitense.

 

Un potenziamento possibile, già in corso, che però non scalfirà il primato statunitense che dispone di 10 gruppi navali incentrati su grandi portaerei e altrettanti con capacità limitate basati sulle portaerei da assalto anfibio.

 

Nel 2020 l’Us Navy schiererà oltre il quadruplo (90) dei cacciatorpediniere cinesi e il doppio dei sottomarini lanciamissili balistici (14), 51 sottomarini nucleari da attacco per non parlare della maggiore sofisticazione tecnologica dei mezzi navali statunitensi per il 60 per cento già oggi schierati nel Pacifico per decisione dell’Amministrazione Obama, che ha sguarnito il fronte Atlantico e Mediterraneo: .

Di fatto la Cina potrebbe schierare più navi degli USA solo impiegando in un conflitto difensivo le forze navali costiere.

 

Insomma, la Cina ancora per molti anni non sarà in grado di impensierire la supremazia USA sui mari ma potrà difendersi egregiamente se attaccata.

Per questo la corsa al riarmo varata da Trump e sostenuta dal Pentagono sembra avere l’obiettivo di indurre i cinesi a incrementare progressivamente le spese militari nonostante l’economia stagnante, aumentando così le difficoltà di Pechino a gestire il crescente malcontento interno, a comprare “cannoni” assicurando il ”burro” al popolo.

Più o meno la stessa strategia adottata da Reagan con l’URSS e rivelatasi vincente.

 

Il confronto che l’amministrazione di Donald Trump vuole imporre alla Cina sarà economico ma anche militare e in particolare navale e con ogni probabilità porterà a un riarmo senza precedenti da dopo la fine della Guerra Fredda tra Washington e Mosca.

Uno degli aspetti meno rilevati dai media del programma elettorale di Trump riguarda il potenziamento militare degli Stati Uniti, paragonabile per i numeri e i costi solo a quello varato da Ronald Reagan negli anni ’90 e che portò alla corsa al riarmo con l’URSS conclusosi con il crollo sovietico.

 

Il programma prevede 60 mila soldati in più nell’Esercito, 12 mila nei Marines, 100 aeroplani da combattimento aggiuntivi e 80 navi da guerra per riportare l’US Navy dalle attuali 274 unità di prima linea a 355, comunque lontano dal picco di 594 unità raggiunto nel 1987 in piena “Era Reagan” quando vennero rimesse in servizio e rimodernate persino vecchie corazzate della Seconda Guerra mondiale.

 

Trump non è pero appiattito sull’ industria militare, che d’ altra parte non ne ha appoggiato la campagna, molto gratificata e solidale per i  benefici ricevuti nell’ era Obama.

Per l’industria si tratta da di ridurre gli enormi profitti garantiti dal Pentagono senza eccessivi rischi industriali (e la storia delle LCS ne è esempio), anche se – assumendosi certamente più responsabilità e rischi – il passaggio a produzione di sistemi numericamente più elevati consentirà di aumentare il fatturato e ridurre il costo unitario di ogni esemplare

Prima ancora di insediarsi alla Casa Bianca Trump ha strigliato Boeing per i costi, ritenuti eccessivi, dei nuovi velivoli presidenziali Air Force One in programma minacciando di tagliarne l’acquisizione, non è stato certamente tenero con Lockheed Martin per i costi stratosferici raggiunti dal programma F-35,  obbligando il colosso industriale a impegnarsi in una sensibile riduzione dei prezzi, ed è stato critico  sul fatto che pur avendo  la Marina bisogno di potenziare la flotta di sottomarini, l’ attuale loro costo è troppo alto.

Edited by CARABINIERE
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Dall’intervento del 18 gennaio mi ha stupito l’affermazione che gli USA stiano costruendo navi militari al massimo “delle reali capacità della cantieristica navale statunitense”.

È praticamente un programma di costruzioni da tempo di guerra.

Verrebbe da pensare che non essendo possibile aumentare il numero delle navi, per poter spendere il budget stanziato bisogna aumentare il costo unitario e questa sia la vera ragione di programmi come il cannone elettromagnetico e la catapulta elettromagnetica.

 

Nell’intervento del 4 febbraio si ritorna sulla “strategia adottata da Reagan con l’URSS e rivelatasi vincente”.

La crisi e poi il crollo dell'URSS è dovuto a problemi economici e politici ben più gravi dello scudo spaziale di Regan.

Sono passati 30 anni, sarebbe il caso di rendersi conto che anche questa è una leggenda inventata per giustificare il livello abnorme degli armamenti USA.

Che poi qualcuno pensi di seriamente di poter mettere in ginocchio l'economia cinese con una nuova corsa agli armamenti mi sembra pura follia.

Ma non è solo questo.

Nel testo si ammette “che la Cina ancora per molti anni non sarà in grado di impensierire la supremazia USA sui mari”, ma “potrà difendersi egregiamente se attaccata”.

Sembra quindi che il problema per la US Navy sia di non essere in condizioni di aggredire la Cina.

Chiedo se questa è una posizione ufficiale della US Navy o una illazione dell’autore.

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