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Questa discussione è l' evoluzione di quanto trattato a proposito delle LCS (e degli Zumwaldt) quali monumenti alla caduta di efficienza e credibilità dello strumento militare americano Lascio a i moderatori la decisione se riportarla in quella sede, o lasciarla come spunto per una trattazione più ampia (e non troppo accesa, evitando tifo da stadio per uno o l' altro bando) Credo che l' argomento sottinteso sia : dove cva l' Europa, ed il suo sogno di FFAA unificate . Gli stanziamenti per la difesa degli Stati Uniti – al di là delle semplici considerazioni sui “numeri” È attesa per oggi la presentazione della bozza di bilancio federale degli Stati Uniti per il 2018. Il direttore del dipartimento contabile della Casa Bianca, Mick Mulvaney dovrebbe poi consegnarlo al Congresso. Questo documento prevede un aumento di 54 miliardi di dollari per le spese militari, che potrebbero diventare 84, una voce che già copre un esborso di 602 miliardi. È da notare che le coperture per tali spese, checché ne dicano i giornali, è principalmente a scapito di una casta cresciuta dismisura, nell’ era Obama, soprattutto Clinton: quella del Dipartimento di Stato: circa 50 miliardi di dollari. Certamente è troppo presto per una valutazione a fondo, ma gli stanziamenti per la Difesa dell’ era Trump (con segni vistosi già in campagna elettorale, con le critiche ai margini spaventosi, al limite dell’ assurdo, dei grandi fornitori) sono diretti al “prodotto”, ossia alle forse ed ai mezzi, mentre nella lunga era Obama/Clinton gli stanziamenti, con sensibili aumenti, sono sempre stati indirizzati all’ industria, a scapito di un’ efficienza generale delle FFAA in caduta libera, con scelte sui mezzi (per la US Navy basta citare le LCS) che ormai si possono classificare disastrosi, con costi assolutamente fuori controllo. Con una nuova guerra fredda alle porte (è inutile nasconderselo, bisogna vedere solo quanto a Est, con la Russia e quanto a Oriente con la Cina..) gli Stati Uniti non sono più preparati ad impegni globali. Sembra che Trump voglia archiviare al più presto il “soft power” obamiano e sembra voler mantenere molte delle promesse espresse in campagna elettorale confermando la volontà di restituire agli USA la credibilità sul piano militare, presentando il conto (anche in questo caso checché dica e manipoli la stampa) a quella burocrazia ed al quel sistema di potere, che ho già chiamato casta, cresciuta a dismisura negli ultimi anni, a scapito dei cittadini comuni e dei contribuenti americani, i ministeri non legati al settore difesa e sicurezza cosi come quelli non legati a infrastrutture e investimenti produttivi. Obama era ben conscio del problema, e pur nascondendo la realtà, aveva comunque lasciato in eredità al suo successore (certamente non pensando a Trump) un incremento del 9 per cento rispetto ai 622 miliardi di dollari dedicati alla Difesa nell’ultimo anno di propria competenza, ipotizzando come necessario un incremento di spesa di 33 miliardi nel 2017 e di 100 miliardi in cinque anni. Trump sembra essersi conto che ciò non è sufficiente, ne come entità ne come obiettivi, e se si volesse essere obbiettivi, a ben guardare, l’incremento di 54 miliardi di dollari (più altri 30 previsti) al budget militare di quest’anno rappresenta il minimo richiesto per dare vita ai programmi di riarmo necessari per riequilibrare le FFAA statunitensi, non si sa quanto conseguibili in soli quattro anni di mandato. Trump sarà tutto, fuori che sorprendente nell’ attivazione del suo mandato: fin dalla campagna elettorale era stata espressa la volontà di potenziare le forze armate portando la flotta da 274 a 350 navi, le forze aeree a 1.200 velivoli da combattimento di prima linea (100 in più del previsto), arruolando 80 mila militari in più e portando l’Esercito a un incremento da 475 mila unità a 500/540 mila. Stanziamenti tutti da confermare ma numeri congrui con varie analisi di varie fonti, anche dei democratici non allineati, che vorrebbero, per mantegnere gli impegni e la credibilità statunitensi, una flotta con 355 navi e 400 aerei in più nell’Aeronautica, 200 mila marines invece degli attuali 180mila e un Esercito stabilmente oltre il mezzo milione di effettivi. Programmi impegnativi, necessari per compensare una gestione disastrosa dello strumento militare, che vanno ben al di là di quanto espresso da Trump, che richiederanno anni e molti miliardi di dollari per costruire nuovi mezzi, addestrare un numero così elevato di reclute e costituire nuove unità combattenti. Obama con gli stanziamenti militari ha fatto importanti concessioni, quasi regali, consistenti e non si sa quanto congrui, all’ industria statunitense (forse con l’ obbiettivo demagogico, non raggiunto in questo contesto) di attribuirsi un’ aumento dell’ occupazione, di fare degli stanziamenti militari una sorta di volano e di strumento sociale; ha dato cosi mano libera alle lobbies, con un’ impennata dei costi (a noi stessi italiani, pur nella necessità “brucia” il programma F35 e la sua gestione, tanto per fare un esempio) Trump, pur assumendosi la responsabilità dell’ incremento delle spese militari, ha costantemente, e con molta veemenza, ammonito le grandi società produttrici di armamenti (Lockheed Martin e Boeing in testa) per i loro elevati profitti, pretendendo di acquistare a prezzi più bassi, con l’ eventuale compensazione di un volume produttivo molto più nutrito, ingigantito eventualmente dalle commesse degli alleati europei e asiatici da cui la Casa Bianca pretende maggiori spese militari in buona parte destinate a comprare armi “made in Usa”. La corsa al riarmo di Trump ha delle implicazioni strategiche che i buonisti di casa nostra (obnubilati dal personaggio) non vogliono vedere, ed in fondo richiamano le scelte (poi rivelatisi vincitrici, dell’ era reganiana), che cerco di sintetizzare: la buona salute dell’economia statunitense può consentire una corsa al riarmo che risulterà ingestibile per una Russia provata dalle sanzioni economiche (che Trump non sembra più aver fretta di abrogare) e in prospettiva anche per la Cina la cui crescita economica è relativa, probabilmente gonfiata artificiosamente da molti anni, e vulnerabile nel caso di una diversa politica dell’ amministrazione Trump per le importazioni negli Usa. Un crollo nell’economia di Pechino determinerebbe centinaia di milioni di disoccupati e forse l’implosione del regime comunista che controlla il colosso asiatico incapace, come lo fu l’Urss negli anni ’80, di gareggiare in tempi di crisi con gli Usa nel produrre “cannoni” garantendo al tempo stesso “burro” ai suoi cittadini. Non si tratta di un segreto, ma di un deja vu, di un corso e ricorso della storia, le cui ragioni sono evidenti e vanno ben al di là delle valutazioni sulle capacità militari dei “rivali” degli USA. Il riarmo propugnato da Trump può infatti trovare una valida spiegazione, favorevole all’ economia americana, deterrente per l’escalation in corso con toni da nuova guerra fredda. Una politica che necessità del sostegno dell’opinione pubblica per l’enormità delle spese richieste, un’opinione pubblica che non solo va motivata per la rinnovata l “minaccia” russa e cinese. Considerato quindi che oggi non sono ancora del tutto consolidate reali minacce alla supremazia militare globale statunitense né vi sono indizi di un’imminente invasione islamica, la corsa al “riarmo totale” voluta da Trump può avere un solo obiettivo: sconfiggere i rivali dell’America con le stesse armi usate da Ronald Reagan per piegare l’Urss. Le ragioni sono evidenti e vanno ben al di là delle valutazioni sulle capacità militari dei “rivali” degli USA. Il riarmo propugnato da Trump e McCain può infatti trovare un valido sostegno all’enormità delle spese richieste solo se si mantiene alta visibilità sulla “minaccia” russa e cinese, se si mantiene l’ obbiettivo, con la ristabilita supremazia militare statunitense, di rindirizzare gli sforzi globali (coinvolgendo Russia e Cina riportate a più miti consigli) in una più intensa campagna militare contro guerriglieri dello Stato Islamico e altre milizie jihadiste (i piani a tal proposito sono stati appena inoltrati dal Pentagono alla Casa Bianca). In questo caso Trump può permettersi, e giustificare, la richiesta di un maggior contributo degli Europei (ciechi e sordi anche quando si tratta della propria sicurezza). Quella di Trump è quindi una strategia complessa, non priva di rischi, ma non è nulla di nuovo sotto il sole, che per necessità e non per contrapposizione ideologica deve smantellare il “soft power” di Obama, per tornare al modello di Ronald Reagan. Una strategia che l’attuale establishment europeo, stabile in una contrapposizione ottusa al nuovo corso americano, non vuol capire, e meno condividere. Una strategia che se non interpretata, al di la di condividerla o meno, risulta in ogni caso molto lontana dagli interessi dell’Italia e dell’Europa; invece di dividerci, come allo stadio, tra tifosi e avversari di Trump, dovremmo discutere anche noi, in Italia ed in Europa di una nostra strategia, tenendo conto che qualsiasi presidente USA, Trump come i suoi predecessori, curerà gli interessi degli Stati Uniti, anche a discapito dell’Europa.. e non abbiamo certo i numeri per opporvisi.