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Rotta artica e cambiamenti del traffico marittimo


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Se lo scioglimento dei ghiacci continuerà a questo ritmo, il famoso Passaggio a Nord-Ovest potrebbe di diventare un'ottima alternativa per gli scambi commerciali da e per l'Oriente. A vantaggio però solo per i Paesi del Nord Europa (e di Cina, India e Giappone, ovviamente!).

Qui di seguito la prima parte di un articolo pubblicato sul sito di Formiche.it

 

Il Comitato Artico della Commissione Esteri della Camera dei Deputati ha avviato i lavori a pieno regime con un obiettivo: ripercorrere in termini di profondità di analisi e outreach internazionale il percorso fatto dal Comitato Indo-Pacifico – che ha chiuso il suo lavoro di studio, ma resta attivo in termini di interessi operativi sulla regione. 
Il programma ufficiale che accompagna lo studio parlamentare spiega esattamente il cuore delle ragioni stesse dell’analisi: “L’Artico, esteso per 30 milioni di km2 e abitato da circa quattro milioni di persone, è oggi al centro di dinamiche geopolitiche complesse e di cambiamenti climatici che amplificano le sfide globali”. Le conseguenze del surriscaldamento hanno contribuito a rendere più agevole la possibilità di accedere alle materie prime quali terre rare e metalli preziosi, gas e petrolio, oltre a rendere sempre più concreta l’ipotesi dell’apertura di nuove vie marittime commerciali, con le relative implicazioni per l’economia globale, “specialmente alla luce di una sempre più stretta collaborazione tra Federazione russa e Repubblica popolare cinese”, dice il documento. L’Unione Europea considera ormai la regione cruciale per la propria sicurezza energetica e militare, come riconosciuto nello Strategic Compass della Nato, pubblicato nel 2022. Anche l’Italia, osservatore dal 2013, partecipa con attività scientifiche e un coordinamento istituzionale dedicato. Per tale ragione, la Commissione Esteri della Camera ha avviato un’indagine conoscitiva, da concludersi nell’arco del prossimo anno, per aggiornare la strategia italiana sull’Artico e rafforzare il ruolo del Paese nella cooperazione scientifica e politica in un’area ormai centrale per la sicurezza internazionale.
Partiamo da qui: all’inizio di ottobre 2025, la nave portacontainer cinese Istanbul Bridge ha completato il primo viaggio di linea tra Cina ed Europa lungo la “Via della Seta Polare”, segnando un evento storico nella navigazione artica. Partita da Ningbo-Zhoushan, ha seguito la Rotta Marittima del Nord lungo la costa siberiana fino al porto britannico di Felixstowe, proseguendo poi per Rotterdam, Amburgo e Danzica. Il viaggio, durato circa 20 giorni — la metà rispetto ai 40-50 necessari passando per Suez — trasportava componenti per l’energia solare e batterie agli ioni di litio, simbolo della spinta tecnologica cinese. L’apertura di questa rotta ha un triplice valore: commerciale, perché riduce tempi e costi del traffico tra Asia ed Europa; geopolitico, perché consolida la presenza della Cina nell’Artico e diminuisce la sua dipendenza da chokepoints come Malacca e Suez; e ambientale, perché la navigabilità della rotta è resa possibile dallo scioglimento dei ghiacci, con conseguenti rischi per l’ecosistema artico. “È evidente che i due comitati, Artico e Indo-Pacifico, si trovino a incrociare dinamiche e interessi: l’assertività cinese è un tema di valore globale e si incrocia in questi due bacini”, evidenzia Formentini, che pone attenzione massima sulle rotte commerciali e i corridoi strategici. “Se non siamo attenti e in qualche modo presenti in prima linea, rischiamo che tutto il Mediterraneo sia tagliato fuori da certe dinamiche. Russia e Cina potrebbero avere più interesse di passare verso il Nord per collegare Oriente e Occidente. Ed è per questo che, mentre pare avviato il percorso di pace nella Striscia di Gaza, serve dare impulso a Imec”. Il corridoio tra India, Medio Oriente ed Europa è effettivamente uno dei collegamenti cruciali per il futuro della geoeconomia dell’Europa Meridionale. Creando un’alternativa indo-mediterranea ai chokepoint tra Suez e Bab el Mandeb – la cui vulnerabilità è stata resa esplicita dalle destabilizzazioni prodotte dagli Houthi – permette di salvare l’accesso mediterraneo come porta di ingresso e uscita per le merci che viaggiano da Est da e per l’Europa.
 
 

 

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Si rimane perplessi di fronte a tanta superficialità e confusione.

L'IMEC, ovvero il "corridoio" India-Middle East-Europe, è un progetto di collegamento, via terra e parzialmente via mare, che attraverserebbe la penisola arabica, la Giordania e Israele e poi nel Mediterraneo, Balcani, Italia o Francia, ennesimo parto demenziale della leadership europea. La più parte del percorso avverrebbe via terra, ovvero per  ferrovia.

L’altro ieri sono attraccate a Genova due navi portacontainers provenienti dalla Cina, una della COSCO e una della danese Maersk, entrambe con capacità di 20.000 TEU ciascuna, lunghe 400 metri. Per trasportare un numero di TEU così alto ci vorrebbero di media almeno 200 treni e i containers tra l’India e il Mediterraneo dovrebbero subire almeno quattro trasferimenti di mezzi in altrettanti hub di interscambio, aumentando costi e tempi. Il corridoio comunque collegherebbe l’India con il Mediterraneo, non la Cina, da cui proviene la maggior parte dell’interscambio commerciale. L’India fa parte del BRICS, che si sta fortemente rafforzando ed espandendo anche come conseguenza della demenziale politica dei dazi di Trump. Di questo passo, quando il corridoio sarà pronto, l’India avrà consolidato i suoi rapporti col “resto del mondo” rendendo lo scambio con l’Europa minoritario. Risibile inoltre l’affermazione che questo corridoio sia meno soggetto a perturbazioni geo-politiche rispetto al transito da Suez. Pericolosissimo poi, il transito, con la creazione di un grande hub, nei territori (quali?) della teocrazia sionista di Israele, che - c’è bisogno di dirlo? - è alla base di questa idea demenziale.

Detto questo la nuova rotta artica comunica la Cina con l’America (passaggio a Nord-Ovest) o per il Nord Europa (passaggio a Nord-Est), il Mediterraneo è comunque tagliato fuori!

Quindi è evidente che IMEC, non sarà mai un’alternativa al trasporto via mare, né per la rotta via Suez, né per quella artica. E per fortuna!

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Concordo sulle considerazioni di Conterosso a proposito del progetto di collegamento India-Middle East-Europe via terra. No comment sulle sue considerazioni di tipo squisitamente politico

Posto la seconda parte dell'articolo, non mio, anche se il capitoletto "Guardando in giù" non riguarda la rotta artica e le conseguenze sul traffico mercantile marittimo

 

GUARDANDO IN SU
L’espansionismo russo nell’Artico è diventato una sfida centrale per la sicurezza europea: è questo il succo di una recente analisi della Chatham House. Nonostante l’impegno in Ucraina, Mosca continua infatti a rafforzare basi e infrastrutture militari nella regione, come dimostrano le esercitazioni Zapad-2025 nel Mare di Barents. In risposta, la Nato — che ora include anche Svezia e Finlandia — ha intensificato la propria presenza, trasformando l’Artico in un nuovo fronte strategico. Ma la partita non è solo militare, valuta il think tank di Londra. Il disgelo accelera la competizione economica per risorse e rotte commerciali. L’ex ministra svedese Ebba Busch ha ricordato che l’autonomia europea da Russia e Cina “inizia nelle miniere artiche”, ma l’Europa è rimasta indietro negli investimenti, aprendo spazi a Pechino. La Cina, attraverso ricerca e infrastrutture, si presenta come “quasi-potenza artica” e rafforza la propria influenza scientifica ed economica nella regione. La Northern Sea Route, che collega Asia ed Europa lungo la costa russa, rappresenta la nuova posta in gioco: Mosca e Pechino vogliono controllarla per interessi energetici e commerciali. Bruxelles, invece, punta a un proprio progetto simbolico — un cavo sottomarino che colleghi Europa, America e Asia attraverso l’Artico — per rafforzare connettività e sicurezza. In questo scenario tracciato anche da Formentini, la presenza fisica e infrastrutturale equivale a potere: l’Artico è ormai un banco di prova della competizione globale, dove difesa, economia e sovranità si intrecciano sempre più.

GUARDANDO IN GIÙ
Se così vale al Nord, lo stesso è più a sud. La sicurezza europea è sempre più legata a quella dell’Indo-Pacifico. Sebbene la priorità immediata di Berlino resti la guerra russa in Ucraina, un conflitto in Asia orientale avrebbe effetti devastanti anche per l’Europa: il 40% del commercio estero tedesco extra-UE dipende dalla regione, e una guerra su Taiwan potrebbe ridurre fino al 10% il Pil globale. Perché Berlino? Perché la considerazione è frutto di un'analisi del German Council on Foreign Relations: ossia, i tedeschi, finora mercantilisti e disinteressati alla dimensione più strategica se non legata al mondo economico-commerciale, stanno ormai sviluppando una consapevolezza. Il sostegno di Cina e Corea del Nord alla Russia — con rifornimenti militari da Pyongyang e assistenza tecnologica e industriale da Pechino — mostra quanto i due teatri di crisi siano ormai intrecciati. Paesi come Francia, Regno Unito, Polonia e Germania vedono in effetti la crescente cooperazione tra Mosca e Pechino come una minaccia diretta alla sicurezza europea. Le nuove strategie francesi e britanniche considerano la Cina un fattore di instabilità non solo in Asia ma anche nel mondo euro-atlantico, mentre Varsavia teme che il rafforzamento del legame tra Cina, Russia e Corea del Nord possa compromettere gli equilibri asiatici da cui dipendono le proprie forniture militari sudcoreane. L’ipotesi di un conflitto su Taiwan desta particolare preoccupazione: oltre al rischio economico globale, potrebbe offrire alla Russia un’occasione per nuove aggressioni in Europa orientale o azioni coordinate con la Cina. Le tensioni nel Pacifico sono alimentate da una combinazione di rivalità strategiche, minacce ibride e proliferazione nucleare. Cina e Corea del Nord stanno intensificando il riarmo e la cooperazione con la Russia, mentre si moltiplicano gli episodi di cyberattacchi, disinformazione e sabotaggi. La Corea del Nord, rafforzata dall’aiuto tecnologico russo, potrebbe persino aderire all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva guidata da Mosca, scenario che inquieta Seul. Allo stesso tempo, Giappone e Filippine percepiscono Pechino come la minaccia più immediata, soprattutto in caso di guerra su Taiwan: l’eventuale intervento americano coinvolgerebbe basi e truppe nei loro territori, con rischi di escalation nell’intera area. Per Germania e partner europei, le lezioni sono chiare. Le minacce in Europa e nell’Indo-Pacifico hanno una struttura comune: regimi autoritari, cooperazione militare crescente e uso di strumenti ibridi. Un successo russo in Ucraina potrebbe convincere Pechino di poter attaccare Taiwan impunemente. Per evitarlo, suggerisce il think tank tedesco, l’Europa deve intensificare il sostegno militare a Kiev, mantenere alta la pressione delle sanzioni e rafforzare la deterrenza Nato sul fianco orientale. Allo stesso tempo, spiega il Council (i cui lavori hanno compiuto settant’anni) occorre ridurre la dipendenza economica e tecnologica dalla Cina, proteggere le infrastrutture strategiche europee e preparare misure di ritorsione coordinate nel caso Pechino tenti di cambiare con la forza lo status di Taiwan. In sintesi, l’Indo-Pacifico non è un teatro distante così come non lo è l’Artico: le reciproche stabilità sono parte integrante della sicurezza europea.
 
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Senti, senti...

"Francia, Regno Unito, Polonia e Germania vedono in effetti la crescente cooperazione tra Mosca e Pechino come una minaccia diretta alla sicurezza europea"

ma davvero?

Una delle conseguenze della folle politica anti-Russia degli ultimi anni è proprio aver buttato la grande nazione europea nelle braccia della Cina, contro tutti gli interessi europei e italiani. La fobia ingiustificata della Russia che vuole invadere l'Europa e il main-stream di balle sui suoi interventi, indimostrati, con droni e sabotaggi vari, ha avuto come conseguenza il rafforzamento dell'asse Cina-Russia. Bel risultato! La Russia è un paese capitalista con cui dovremmo fare affari, non la guerra, che perderemmo senza il minimo dubbio. Esattamente il contrario delle considerazioni riassunte in questo articolo.

Detto questo, tutto ciò non ha attinenza con gli scopi statutari dell'AIDMEN e non comprendo perché alcuni soci insistano nel pubblicare interventi che nulla hanno a che fare con questi.

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