Francesco Mattesini Posted March 25, 2022 Report Share Posted March 25, 2022 (edited) Riporto dal mio libro "Testiomianze di guerra nell'estate 1944 a Castel Focognano (Arezzo)", il primo capitolo, in modo che chi legge possa comprendere cosa si prova ad essere in una cantina della tua abitazione, che é in qualche modo l'unico ambiente di protezione, almeno dalle schegge e dai detriti, per una famiglia, come la mia, soggetta a bombardamenti aerei. Francesco Mattesini Per quanto mi riguarda riportò, nel modo più sincero e senza esagerazioni, la mia testimonianza sul sistema di vita che facemmo a Castel Focognano ospiti del Signor Mattioli e di Zelinda Biondini, sorella di mia nonna Giuseppa, la madre di mio padre. La testimonianza é riferita alla permanenza della mia famiglia in quel bellissimo paese del medio Casentino, alle pendici del Pratomagno, e racconta quali erano le difficoltà economiche e alimentari che dovemmo affrontare per nove mesi, e tutti i miei ricordi di guerra, alcuni dei quali particolarmente drammatici. Il trasferimento di mio padre e della sua famiglia ebbe inizio subito dopo il duplice bombardamento di Arezzo del 2 dicembre 1943, che ebbe un notevole effetto sulla popolazione civile, ma anche delle autorità che dovettero trovare altre sedi fuori dalla città. Fino ad allora Arezzo aveva subito un modesto bombardamento notturno il 12 novembre da parte di alcuni velivoli della Royal Air Force (RAF), contro la stazione e gli scali ferroviari, che però determinò distruzioni anche ad alcuni edifici nelle vicinanze dell’obiettivo.[1] Ma i successivi bombardamenti del 2 dicembre, il primo diurno, il secondo notturno, ebbero dal punto di vista distruttivo e traumatizzante ben altri effetti. La prima incursione di una giornata molto fredda avvenne da parte di 67 bimotori B.26 Marauder, 33 del 319° Gruppo e 34 del 320° Gruppo, decollati da Decimomannu, scortati da 30 caccia P-38 del 1° Gruppo decollati da Monserrato, tutti della 12a Air Force statunitense. La intera formazione d’attacco partita dalla Sardegna avrebbe dovuto essere di 101 velivoli ma tre B.26 e un P.38 per guasti meccanici dovettero rientrare alla base. I bombardieri portavano bombe da 227 chili (500 libbre) e tra le 11.25 e le 11.26 ne sganciarono 388, per un totale di 97 tonnellate, da una altezza di circa 3.200 metri, su obiettivi rappresentati dagli impianti ferroviari e dagli scali merci di Arezzo, e dal ponte ferroviario di Pescaiola, sul Canale Maestro della Chiana, che attaccato dal 319° Gruppo (colonnello Joseph R. Holzapple) non fu colpito. Anche il 320° Gruppo (colonnello Dolnald L. Gilbert) peccò in gran parte di precisione, colpendo in gran parte le zone limitrofe alla stazione, come i capannoni del Fabbricone, dove si costruiva materiale ferroviario compresi vagoni, che non era tra gli obiettivi da colpire, e zone che si trovavano molto più distanti. Bombe, a grappoli, caddero in via Garibaldi (lato di San Clemente) all'interno della Caserma dell'Esercito e del Distretto militare, vicino a quella della Milizia fascista, passate tutte alla Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), sul carcere di San Benedetto e sull’ospizio della Pia Casa, su fabbricati civili in via XX Settembre ed in via delle Paniere, nonché fuori delle mura, in via Dovizi. Altre bombe disperse colpirono tra via Cavour e il vicolo del Marcianello, e presso la vicina chiesa di Santa Maria in Gradi, ove quel giorno mi trovavo nel palazzo accanto, dov’era la scuola dalle monache Figlie della Carità, dove frequentavo la seconda elementare. Il bombardamento comunque, come era nell’intendimento degli Alleati impegnati a distruggere le linee ferroviarie dell’Italia centrale per rendere difficile i collegamenti tedeschi con il fronte di Cassino, interruppe le comunicazioni fra nord e sud di Arezzo; e disturbò molto le ferrovie secondarie, per le vallate del Casentino, Valtiberina e Valdichiana, costringendo i treni ad uscire dalla Stazione Ferroviaria nella quale avevano i capolinea. Ma l’impatto più pauroso fu sul morale della gente e preoccupante per le devastazioni della città, dove si ebbero fortunatamente soltanto una sessantina di morti, ma anche moltissimi feriti. La maggior si trovavano intorno alla ferrovia ed al sottopassaggio, davanti al manicomio, ma ce ne furono anche lungo le mura, fra San Lorentino e San Clemente. Un uomo per l’esplosione di una bomba fu travolto dal crollo di un terrapieno al vicolo del Marcianello, dietro la piccola chiesa barocca di San Giuseppino (San Giuseppe del Chiavello), in Via del Saracino. Quest’ultima bomba sfiorò la nostra abitazione, cadendo sul palazzo vicino di destra, verso via del Saracino, ed esplose tra via Cavour e il Marcianello. L’esplosione abbatte il muro divisorio con la scala esterna, l’unica che portava al nostro appartamento al secondo piano, che fortunatamente non crollò, e riempì di macerie il sottostante giardino. Mio padre, portò mia madre e il mio fratellino terrorizzati, sotto lo stipite della porta della nostra camera, tenendoli abbracciati. Mia nonna Giuseppa Biondini, madre di mio padre, che si trovava a salire la scala, fu raggiunta alla testa da qualche grosso detrito e entrata in casa ferita e sanguinante fu portata all’Ospedale Militare Santa Caterina, di via Garibaldi a circa 300 metri dalla nostra abitazione. A scuola, quando suonò l’allarme aereo, tutti i ragazzi con le loro maestre delle varie classi elementari e dell’asilo (che io bambino avevo frequentato) stavano scendendo verso le cantine, che erano l’unico possibile rifugio, quando furono sorpresi dal bombardamento; e poiché una o più bombe erano cadute nella zona il fumo oscurò la luce del cielo, e tutti noi bambini, impauriti, cominciammo a strillare e a piangere. Fortunatamente rimanemmo tutti incolumi, e poco dopo cominciarono ad arrivare i genitori e parenti per prelevarci. Il primo, se ben ricordo fu mio zio Francesco Carloni, già sergente capopezzo del 3° Reggimento Contraereo dell’Esercito.[3] La prima cosa che vidi uscendo dalla porta della scuola fu quella penosa di un cavallo, che trainava un carrello, inginocchiato agonizzante nella piazza sul lato destro della chiesa di Santa Maria in Gradi, avendo la testa spaccata e coperta di sangue. Poi nel proseguire verso casa, sebbene le abitazione di Via Cavour avessero le facciate intatte, trovai lungo la strada un’infinità di macerie, in gran parte provenienti dagli edifici colpiti nella parallela Via Garibaldi. Superato il portone della mia abitazione, al n. 126, ed entrato nel cortile interno ebbi la visione delle devastazioni che avevamo riportato. Poco dopo, accompagnata da mio padre arrivò mia nonna Giuseppa con la testa completamente fasciata. Sembrava avesse un turbante. In un clima da tragedia, in serata le sirene annunciarono un altro allarme, e immediatamente scappammo in cantina. Prima di scendere in quel modesto rifugio, peraltro combaciante con la bottega di un fabbro che aveva per saldare bombole di acetilene, e quindi pericolosissime, mi ero procurato in una borsa, come avevo fatto in altri allarmi aerei, mettendovi un filone di pane e una bottiglia di acqua. E ciò in previsione di una lunga permanenza notturna in cantina, com’era accaduto in novembre nel primo bombardamento di Arezzo, e quando erano suonati successivi allarmi, non seguiti da sgancio di bombe. Il bombardamento diurno aveva interrotto le linee elettriche, e l’unica luce che avevamo era quella di una candela.[4] Mio zio, Francesco, che era abituato a quel tipo di attacco, venne in cantina, su richiesta insistente di mio padre, dopo aver visto dalla terrazza i bengala e i bagliori dello scoppio delle prime bombe. Il bombardamento serale, con cielo limpido e stellato, avvenne da parte di sedici velivoli bimotori Wellington dell’320° Stormo (Wings) della RAF, otto del 142° Squadrone ed otto del 150°, trasferiti dall’aeroporto di Oudna, 15 chilometri a sud di Tunisi, nell’aeroporto pugliese di Cerignola da dove decollarono con a bordo 31 tonnellate di bombe, di cui due da 1.800 chili e tutte le altre da 227 chili, e 128.000 volantini in lingua italiana, ripartiti 8.000 per ogni aereo. L’attacco, alla luce di moltissimi bengala al fosforo e illuminanti di grande potenza che nei primi quindici minuti dell’incursione servirono per localizzare gli obiettivi, sempre rappresentati dalla stazione e dagli impianti ferroviari, iniziò verso le 22.00, e con gli aerei che si susseguivano distanziati uno dopo l’altro, fu lunghissimo, terribile e ancor più terrorizzante del primo, anche se non devastante e sanguinoso come quello. Le bombe si sentivano arrivare fischiando e la paura aumentava, sperando che non ci colpissero. Ad ogni esplosione il soffitto e le pareti si scuotevano, staccavano calcinacci dal soffitto, mentre da sotto la porta chiusa della cantina che dava nel cortile interno del palazzo, entrava sollevandosi polvere bianca. Sembrava che quel tipo di bombardamento non dovesse finire mai. Bombe, che avevano fallito l’obiettivo ferroviario, caddero sul cinema Politeama poco prima pieno di gente, al Palazzo della Federazione Fascista, alla Casa del Petrarca e sul vicino Prato affollato di fuggiaschi. Altre addirittura esplosero a chilometri di distanza, come nella frazione di San Polo, agli Orti Redi, fra il torrente Castro (Parata) e via Anconetana, nella macchia del Pisini, ed una delle due bombe da 1.800 chili, destinata a demolire la zona ferroviaria, per fortuna non esplose a Staggiano. L’indomani, 3 dicembre, avvenne l’esodo. Fin dalle prime ore del mattino tutte le strade in uscita da Arezzo verso la campagna erano piene di gente in fuga, usando i più svariati mezzi di fortuna per trasportare mobili, materassi, vestiario e oggetti di vita quotidiana, mediante qualche camion adibito a servizi o autovetture, ma soprattutto carretti, calessi e barocci trainati da cavalli o spinti a mano. Vi erano persone in bicicletta, ma in particolare si camminava appiedati. La mia famiglia, con i genitori di mio padre, fece parte di quell’esodo, e avendo preso la Strada Statale n. 71 per il Casentino, l’affollamento in quella grande arteria era qualcosa di incredibile. Tutti dirigevano a nord per raggiungere una sistemazione alla meglio in ville, case coloniche, stalle, capannoni, soffitte, ovunque il più vicino o il più lontano. Noi camminavamo, mentre mio nonno Ferdinando (“Nando”) Carloni, con mio padre che spingeva, trainava il carretto con i nostri averi. Percorremmo in quel modo 12 chilometri, passando per Ponte alla Chiassa e Borgo a Giovi, prima di arrivare a destinazione a Castelnuovo (Subbiano), dove per una settimana fummo ospitati dai parenti di mia nonna, nativa del luogo, in una casa colonica, all’inizio del paese con due pagliai, sotto il bel castello quattrocentesco della Fioraia. Dall’aia della casa colonica il 5 dicembre assistetti da lontano alle esplosioni e colonne di fumo di un'altra incursione diurna su Arezzo effettuata questa volta da cacciabombardieri della 12a Air Force statunitense. Nel frattempo mio padre aveva proseguito per Castel Focognano, che doveva essere la nostra destinazione di sfollati, presso la sorella minore di mia nonna, Zelinda Biondini, sposata con il contadino Luigi Falsini (“Cencio”). Fortunatamente, nella stessa abitazione, molto grande, il signor Niccolai, padrone dell’edificio, ci concesse un suo piccolo appartamento al secondo piano, comprendente una grande camera, una cucina e un gabinetto, che fu occupata dalla mia famiglia, mentre invece i nonni, quando arrivarono, ebbero un posto in una stanza all’altra estremità del palazzo. Fu proprio in questa sua visita a Castel Focognamo che mio padre ebbe l’occasione di stabilire relazioni con altri ex militari, suoi conoscenti, e di cui poteva fidarsi, tutti ormai intenzionati a combattere i tedeschi. Tornato ad Arezzo, mio padre affittò un camion per il trasporto a Castel Focognano (o Castelfocognano) della sua camera e del mio letto. Passando da Castelnuovo, nel camion prendemmo posto mia madre io e il mio fratellino, e in serata raggiungemmo la nostra nuova abitazione. I miei nonni, non essendoci posto sul camion, ci seguirono in un secondo tempo. Il 2 gennaio 1944, arrivo da Arezzo, dove abitava in Via del Saracino 45, la sorella di mio Padre, Maria, una bravissima sarta, con il marito, Alessandro Bianchini infermiere dell’Ospedale Civile, e la loro figlia, la mia cuginetta Denna, di cinque anni. Anche a loro il Signor Niccolai, cedette un locale vicino al nostro, e da quel momento dovettero usare la nostra cucina e il nostro bagno. Eravamo diventati una famiglia di nove persone. __________________________________ [1] L’indomani mattina al bombardamento, con alcuni amici coetanei, andai curiosamente in giro per Arezzo a vedere i danni alla Stazione Ferroviaria (il tetto ricurvo sopra i binari era bucato in parecchi punti), e ai vari edifici della città che erano stati colpiti. Presso il cinema Politeama, che era vicino alla stazione, un intero palazzo, con un negozio di bigiotteria, era distrutto, e la gente rovistava tra le macerie alla ricerca di oggetti da recuperare. Ho ancora la visione di collanine di corallo rosso. A Saione, sulla Via Romana, vedemmo un’altra casa completamente distrutta, senza un muro sano. Nota 2 cancellata. [3] Mio zio Francesco, fratellastro di mio padre, era rimasto ferito tre volte nella sua attività di guerra in Africa Settentrionale iniziata in Libia nel luglio 1940 e continuata fino alla caduta della Tunisia, quando rimpatriò con la nave ospedale Aquileia, ultima nave a partire da Kelibia per l’Italia l’8 maggio 1943. Il suo imbarco avvenne per interessamento di mio padre presso il colonnello del Comando Supremo Cordero Lanza di Montezemolo. [4] Mi ero già trovato in un rifugio in una cantina a Roma, nell’novembre-dicembre 1940, quando mio padre aveva voluto mia madre (incinta) e io che gli stessimo vicini affittando una camera in un appartamento di una signora anziana, che aveva una gallinella che mi diceva di non dovevo toccare, nel quartiere San Lorenzo, a Via dei Salentini. Vicino vi era allora la Sede del Comando Supremo, nel palazzo del Consiglio Superiore delle Ricerche, dove mio padre era in servizio. Ma si trattava di allarmi continui in un momento in cui gli obiettivi dei bombardieri della RAF erano rappresentati dai grandi centri urbani dell’Italia Settentrionale, in particolare Torino, Milano e Genova, oppure dai porti dell’Italia Meridionale, principalmente Napoli. Ma mio padre, preoccupato che anche la Capitale potesse essere bombardata, ci riportò ad Arezzo, dove a tre ore di treno da Roma vi era allora tranquillità assoluta. Nel frattempo avevo avuto un incidente in viale Pretoriano, di fronte all’entrata Principale del Ministero dell’Aeronautica, essendo stato investito da una bicicletta. Ma il tutto si limitò ad esciorazioni ad un ginocchio, il sinistro, bendato per qualche giorno. Edited March 26, 2022 by Francesco Mattesini Quote Link to comment Share on other sites More sharing options...
Francesco Mattesini Posted March 26, 2022 Author Report Share Posted March 26, 2022 Quanto ho scritto è il clima che si prova ad essere sotto i bombardamenti. Ad Arezzo, a differenza di quanto accade oggi in Ucraina, soltanto il bombardamento notturno, con un aerei isolati e distanziati che si susseguivano sull’obiettivo, uno dopo l'altro, può essere considerato di uguale forma di quelli che avvengono in quella martoriata Nazione. Invece il bombardamento diurno a tappeto, con un’unica e devastante scarica di bombe di tutta la formazione di aerei attaccanti, dal fragore impressionante e dal fumo che oscura la visibilità, non risulta, almeno dalle notizie finora pervenute, sia stato impiegato dall’Aviazione Russa. Francesco Mattesini Quote Link to comment Share on other sites More sharing options...
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