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IL BLOCCO NAVALE ITALIANO NELLA GUERRA DI SPAGN

Iniziato da Francesco Mattesini , 03.08.2017 - 07:19

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Francesco Mattesini
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                               IL BLOCCO NAVALE ITALIANO NELLA GUERRA DI SPAGNA (Agosto - Settembre 1937)

 

 

         Elemento di attualità dei mesi di luglio-agosto 2017 è stato ed è attualmente il problema dei migranti, ossia il modo per impedire che i clandestini raggiungano dalla Libia le coste italiane. Da parte del Governo italiano è stata esclusa la possibilità di svolgere un blocco navale nelle acque della Libia, di Tripoli in particolare, come richiesto dalle opposizioni di destra, perché ciò significherebbe un atto ostile nei confronti di un paese neutrale. Non faccio considerazioni su questo elemento di attualità, ma da storico ricordo che  nell’estate del 1937 l’Italia aveva effettuato un blocco navale contro un paese neutrale, la Spagna Repubblicana impegnata in una lungo guerra civile con la Spagna Nazionalista. Ciò portò a realizzare nell’intero Mediterraneo e con metodi poco ortodossi un blocco navale “occulto”, da taluni ritenuto “piratesco”, sostenuto anche con l’intervento dell’Aviazione.

         Da un mio saggio pubblicato nel Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare (1997), riporto i seguenti tre capitoli,[1] aggiornato con approfondite ricerche sviluppate su pubblicazioni recenti e in siti di Internet.

 

Francesco Mattesini

 

 

Le operazioni navali dell’estate 1937 e l’attività della Regia Aeronautica contro i porti della Spagna repubblicana.

 

 

Le richieste di Franco alla Marina italiana per attuare un nuovo blocco navale

 

         Era desiderio di Mussolini di finire al più presto l’avventura spagnola che, oltre a costituire motivo di attrito con le varie potenze europee, impediva di portare a buona fine la politica di riavvicinamento con la Gran Bretagna, la quale appariva favorevole a riconoscere l’Impero. Per questi motivi il Duce avrebbe voluto che le operazioni militari, tendenti a eliminare nel settore nord della Spagna il saliente dei Paesi Baschi, con un’offensiva in direzione di Santander in cui era impegnato il Corpo Truppe Volontarie italiano (C.T.V.), comandato dal generale Ettore Bastico, procedessero speditamente.

         Il piano di attacco era ormai pronto ma, come telegrafò il generale Bastico a Mussolini il 24 giugno 1937, la sua realizzazione era ostacolata dal generale Francisco Franco, Comandante della Spagna nazionalista, generando con ciò il sospetto che i legionari italiani, costituenti nello schieramento nazionalista la punta di diamante, potessero essere abbandonati dalle laterali colonne spagnole, com’era accaduto in marzo a Guadalajara e più recentemente nel saliente di Merida.[2]

         La reazione di Mussolini non tardò, e l’indomani 25, nell’inviare al generale Bastico un telegramma diretto a Franco, in cui sosteneva che i “Legionari italiani” erano ai suoi “ordini per il loro più redditizio impiego ai fini della vittoria rapida e totale”, riferì al Comandante del C.T.V.:

 

         E’ importantissimo liquidare il fronte di Biscaglia anche ai fini internazionali. Comunichi verbalmente a Franco che stiamo esaminando questioni ulteriori rinforzi materiali in relazione nostre possibilità che sono ora limitate per ovvie ragioni.[3]

 

         E dal momento che Franco continuava a ritardare l’inizio delle operazioni, il 20 luglio 1937  il  Duce  inviava al  generale  Bastico  un  telegramma, in  cui  denunciando tutta la sua irritazione, ordinava:[4]

 

         Si rechi da Franco e gli dica a mio nome che le forze Legionarie devono assolutamente essere impiegate e nel più breve termine di tempo possibile. Sono già prontissimo ma i volontari non meritano la punizione di una troppa lunga attesa. Promuovere l’attacco che è già preparato quello in direzione di Santander. Anche in vista della discussione di Londra è assolutamente necessario definire questa situazione che protraendosi diventerà negativa ed umiliante. Conto sullo spirito di cooperazione e sull’amicizia del Generalissimo perché una decisione sia presa e posta in atto. Mussolini.

 

         Ma dal momento che ancora Franco non accennava ad iniziare l’offensiva, il 4 agosto il Duce inviava a Bastico un altro telegramma, che era quasi un ultimatum, affermando:[5]

 

         Bisogna porre a Franco questo dilemma visto che i giorni passano e si rassomigliano e nel paese basco vi sono ancora poche settimane disponibili prima dell’intervento (alt) O i volontari italiani si battono o ritornano (alt) Attuale situazione di disagio morale deve finire (alt) Mussolini.

 

         Queste erano le condizioni di attrito che si stavano verificando per la prudente condotta militare nell’impiego delle truppe italiane, che Mussolini ormai addebitava al generalissimo per motivi ambigui, quando cominciarono ad arrivare da Franco richieste per un nuovo sostanziale aiuto dell’Italia nel campo marittimo.

         Alla fine di luglio del 1937 il governo spagnolo nazionalista cominciò ad allarmarsi per le notizie giunte dai propri servizi d’informazione, che denunciavano fosse nuovamente in corso da parte dell’Unione Sovietica una massiccia fornitura di aiuti ai repubblicani, sotto forma di armi ed equipaggiamenti di ogni tipo.

         Il 3 agosto 1937 il generalissimo Franco fece pervenire al proprio ambasciatore a Roma il seguente telegramma:[6]

 

         Tutte le informazioni degli ultimi giorni concordano nell’annunciare un aiuto possente della Russia ai rossi, consistente in carri armati, dei quali 10 pesanti, 500 medi e 2 000 leggeri (sic), 3 000 mitragliatrici motorizzate, 300 aerei e alcune decine di mitragliatrici leggere, il tutto accompagnato da personale e organi del comando rosso.

         L’informazione sembra esagerata, poiché le cifre devono superare la possibilità di aiuto di una sola nazione.

         Ma se l’informazione trovasse conferma, bisognerebbe agire d’urgenza e arrestare i trasporti al loro passaggio nello stretto a sud dell’Italia e sbarrare la rotta verso la Spagna. Per far ciò, bisogna, o che la Spagna sia provvista del numero necessario di navi o che la flotta italiana intervenga ella stessa. Un certo numero di cacciatorpediniere operanti davanti ai porti e alle coste dell’Italia potrebbe sbarrare la rotta del Mediterraneo ai rinforzi rossi: la cattura potrebbe essere effettuata da navi battenti apertamente bandiera italiana, aventi a bordo un ufficiale e qualche soldato spagnolo, che isserebbero la bandiera nazionalista spagnola al momento stesso della cattura.

         Invierò d’urgenza un rappresentante a Roma per negoziare questo importante affare. Nell’intervallo, e per impedire l’invio delle navi che saranno già in rotta per la Spagna, prego il governo italiano di sorvegliare e segnalare la posizione e la rotta delle navi russe e spagnole che lasciano Odessa. Queste navi devono essere sorvegliate e perquisite da cacciatorpediniere italiani che segnaleranno la loro posizione alla nostra flotta.

Vogliate trasmettere in tutta urgenza al Duce e a Ciano l’informazione di cui sopra e la nostra richiesta, unita all’assicurazione dell’indefettibile amicizia e della riconoscenza del generalissimo alla nazione italiana.

        

         A tale decisione Franco era giunto dopo aver ben ponderato la situazione e vagliato i vantaggi e gli svantaggi. Il crescente invio alla Spagna rossa di materiali di guerra da parte della Russia lo preoccupava seriamente. Anche se le informazioni relative ai trasporti per mare del materiale sovietico potevano sembrare esagerate, ed effettivamente lo erano, nondimeno il flusso continuo dei rifornimenti ai repubblicani poteva pur sempre costituire un grave pericolo per le sorti della guerra.

         Il generalissimo supponeva che la Russia non si trovasse in una situazione tale da permetterle di sostenere una guerra fuori dai suoi confini, poiché l’Esercito Sovietico era in uno stato di grande disorganizzazione a causa delle esecuzioni di numerosi capi militari, che erano stati accusati di voler rovesciare il regime. Era questa una ragione di più per provocare dei disordini all’estero e dal momento che non vi era il pericolo di essere attaccata in Europa, la Russia poteva tranquillamente fornire alla Spagna repubblicana importanti rifornimenti d’armi che il governo sovietico continuava a farsi pagare in oro, in oggetti d’arte e di valore.

Franco era pertanto convinto che l’arresto dei trasporti con il materiale bellico nel Mediterraneo e l’opposizione allo scarico nei porti repubblicani erano, per le nazioni interessate a veder finita la guerra, il più efficace dei rimedi.

         Naturalmente la richiesta di Franco, relativa ad un intervento della flotta italiana per sbarcare i rifornimenti ai repubblicani, era assai spinta, e causò a Roma una certa sorpresa, e in alcune sedi, della Regia Marina in particolare, generò comprensibilmente irritazione.

         Il 5 agosto il Segretario Generale Nicolas Franco, fratello del generalissimo, giunto nella capitale italiana per negoziare la richiesta d’intervento navale e per stipulare vari accordi di carattere tecnico-commerciale, discusse dapprima con il ministro degli Esteri Ciano e poi, a Palazzo Venezia, con Mussolini.[7] La questione dell’intervento navale venne affrontata a livello operativo dal capitano di fregata Francisco Regalado, ufficiale superiore dello stato maggiore della Marina nazionalista, il quale chiese di:[8]

 

         - sbarrare con  unità di superficie  e  subacquee il Canale  di  Sicilia, per  intercettare i rifornimenti di armi e carburanti destinati ai repubblicani;

          - sorvegliare il Mare Egeo con quattro navi di superficie e quattro sommergibili;

          - sorvegliare, con navi di superficie, le acque a nord delle coste della Tunisia e dell’Algeria;

           - sbarrare, con  sommergibili, le  acque territoriali spagnole e le entrate ai porti 

di  Cartagena, Alicante, Valencia, Tarragona e Barcellona.

 

         L’impegnativa richiesta spagnola ancora una volta non fu accolta dal governo italiano con entusiasmo. Il conte Ciano dichiarò all’Ambasciatore tedesco a Roma Ulrich von Hassel, che le informazioni relative ai trasporti russi dovevano essere alquanto esagerate, e che al momento il Duce non era assolutamente disposto a fare quanto richiesto dai nazionalisti per attuare il blocco navale. Mussolini non intendeva impiegare unità di superficie, ma soltanto alcuni sommergibili da far stazionare nelle acque siciliane, che avrebbero issato la bandiera spagnola nazionalista al momento di venire in superficie per controllare e attaccare le navi sospette di trasportare armi ai repubblicani.[9]

         Ma tale intendimento  non durò a lungo perché il Duce, di fronte alle continue sollecitazioni dei rappresentanti di Franco,  improvvisamente cambiò idea e si dichiarò pronto ad eseguire le misure richieste del generalissimo al fine d’impedire il passaggio del materiale di guerra sovietico attraverso il Canale di Sicilia. Tuttavia al momento, non fece sapere se intendeva far eseguire alle navi della Regia Marina le operazioni di blocco sotto bandiera italiana o nazionalista.

 

  L’intervento dell’Aviazione Legionaria delle Baleari

 

         Le operazioni di blocco contro le unità mercantili dirette nei porti della Spagna repubblicana ebbero un prologo il 6 agosto con attacchi di bombardieri italiani dell’Aviazione Legionaria delle Baleari, che disponeva al momento del solo 25° Gruppo “Pipistrelli delle Baleari”, le cui due squadriglie, 251a e 252a, avevano in carico dodici velivoli trimotori S. 81.

         Il loro obiettivo fu costituito da un convoglio, composto da cinque piroscafi russi (Terek, Titicherine, Neva, Kertch e Vorosciloff) che, trasportando materiale di guerra, era stato segnalato in transito per il Bosforo il 30 luglio. Il convoglio era stato poi avvistato il mattino del 5 agosto, a poche miglia a nord dell’Isola di La Galite, da idrovolanti Cant Z. 501 della 183a Squadriglia. Questo reparto dislocato in Sicilia apparteneva alla Ricognizione Marittima che, su esplicita richiesta del generalissimo Franco, era stata mobilitata in forze per rintracciare quell’obiettivo, e segnalarlo alle navi di superficie nazionaliste incrocianti al largo delle coste algerine.

         Alcuni bombardieri della Regia Aeronautica avvistarono le navi sovietiche presso  Capo  Bengut  ma, favorito  dalla   nebbia, il convoglio  riuscì  a dileguarsi e sfuggi alla minaccia aerea  rifugiandosi nel porto di Orano. Successivamente tre dei cinque piroscafi, salpando isolati, raggiunsero la Spagna rossa. Il carico dei due restanti fu invece trasbordato su piroscafi di nazionalità francese, che lo portarono a destinazione nei porti repubblicani.

         Nel corso della ricerca degli obiettivi navali sovietici in cui furono impegnati anche i cacciatorpediniere  italiani Nullo  e  Manin salpati  da  Palma  di Maiorca, otto S.  81 del 25° Gruppo “Pipistrelli delle Baleari”, decollati in tre pattuglie, presero di mira, per errato riconoscimento, tre mercantili neutrali che quel giorno 6 si trovavano a passare al largo di Algeri. Contro quelle navi i velivoli sganciarono in rapida successione otto bombe da 250 chili, trentadue da 100 e quattro  incendiarie da 20 chili.

         Il primo bersaglio degli aerei italiani fu costituito dalla petroliera britannica British Corporal (6972 tsl) che, trovandosi in rotta da Almeria a Cartagena, venne bombardata e danneggiata da una formazione di tre trimotori. Il piroscafo italiano Mongioia (6113 tsl), che partito da Palermo era diretto a Siviglia, nel dirigere verso la posizione in cui la  British  Corporal  chiedeva  soccorso, fu anch’esso  attaccato  da  tre S. 81, i quali non si accorsero della bandiera nazionale che sventolava sulla nave. Il Mongioia, inquadrato da una quarantina di bombe, esplose in parte nelle vicinanze dello scafo, ebbe ucciso il comandante, capitano Solieri, e ferito l’osservatore olandese del Comitato di controllo, e con gravi danni fu costretto a riparare nel porto di Algeri. Poco dopo, all’incirca nella stessa zona, a 30 miglia a nord-est di Algeri, la terza pattuglia di S. 81 attaccava il piroscafo francese Gebel Amour. Il comandante della nave mercantile, osservò che i velivoli  attaccanti recavano  dipinta sulla  coda  la  croce di Malta, che era l’insegna distintiva dell’Aeronautica nazionalista.[10]

         Anche nei giorni successivi l’Aviazione Legionaria delle Baleari fu attivissima, attaccando di giorno e di notte le navi sospettate di esercitare il rifornimento delle merci e delle armi destinato alla Repubblica. Nel contempo continuò a bombardare i porti di scarico e le località costiere ove il contrabbando faceva capo: Cartagena, Alicante, Barcellona, Sagunto, Ciutadella, Reus, Porto Rosas e Valencia.

         In questa attività aerea, il 7 agosto tre S. 81 avvistavano nei pressi di Algeri il piroscafo greco K. Ktistakis, e lo attaccarono sganciando quattro    bombe  da  cento  chili  e  quattro incendiarie da venti chili. L’indomani altri due S. 81 attaccarono un’altra nave mercantile con sgancio di otto bombe da cento chili.[11] Entrambi i piroscafi non riportarono danni.

         Il 12 agosto un aereo segnalò il piroscafo jugoslavo Planik, che fu poi catturato dall’incrociatore nazionalista Canarias all’altezza di Orano. Lo stesso giorno idrovolanti Cant Z. 501, con  equipaggio  spagnolo, affondarono  il  piroscafo  danese  Edith    (1566 tsl) a 30 miglia a sud di Barcellona.

Il 20 agosto, sempre al largo di Barcellona, fu danneggiata da bombe sganciate da aerei nazionalisti la petroliera britannica Illford. Il 23 fu la volta del piroscafo inglese Noemie Julia ad essere attaccato fra Marsiglia e Barcellona. L’indomani, nel corso dell’attacco di tre S. 81 del 25° Gruppo Bombardieri contro due piroscafi che si trovavano all’ancora nel porto di Rosas, uno dei velivoli italiani fu abbattuto da aerei da  caccia repubblicani.  Il 25 agosto velivolo nazionalista attaccò a 20 miglia da Barcellona il mercantile da carico greco Jona. Registrato quale piroscafo britannico Romford, il Jona  fu successivamente raggiunta dall’incrociatore nazionalista Canarias che, dopo averlo ispezionato,  lo catturò e lo condusse nel porto di Ceuta. In precedenza, l’11 agosto, lo stesso Canarias aveva costretto ad entrare nel porto di Metilla il piroscafo Planik, incontrato presso Orano.

 

 

L’attuazione del blocco navale

 

Contemporaneamente alle operazioni aeree si svolgeva il blocco navale italiano, che fu attuato con le seguenti modalità, descritte dall’accennato studio compilato dalla Regia Marina:[12]

 

         Al principio di agosto il governo fascista, libero ormai dai vincoli derivanti dagli accordi per il Controllo che aveva denunciato in seguito ai noti incidenti dei mesi precedenti, prese per la seconda volta la determinazione di far intervenire direttamente nel conflitto le sue forze navali.

         Questo secondo intervento fu molto più largo del precedente della fine 1936 - principio 1937 poiché si estese in tutte le zone di passaggio obbligato del traffico marittimo del Mediterraneo con l’impiego di un forte numero di unità di superficie e di sommergibili.

         Infatti sommergibili operarono nell’Egeo davanti ai Dardanelli; sommergibili e navi di superficie controllarono i passaggi del Canale di Sicilia e dello Stretto di Messina; siluranti perlustrarono la zona al largo della costa settentrionale africana tra La Galite e Capo Tenes; infine sommergibili effettuarono il blocco della costa spagnola rossa.

Questo nostro intervento fu, nelle linee generali, regolato nel seguente modo: Il nostro speciale servizio informativo a Istanbul comunicava all’Alto Comando Navale le notizie relative al transito per il Bosforo delle navi russe e di quelle di altre nazioni sospette di essere al servizio dei rossi.

         In base a queste comunicazioni veniva da prima regolata l’azione dei sommergibili in agguato  all’uscita dei Dardanelli. Se  questa riusciva  infruttuosa, il piroscafo incriminato veniva segnalato alle unità di superficie ed ai sommergibili dislocati nel Canale di Sicilia e nello Stretto di Messina; qualora poi in particolari  circostanze, appoggiandosi ai porti neutrali, la nave superasse anche questa barriera, incappava fatalmente nelle unità di superficie in crociera al largo della costa della Tunisia e  dell’Algeria. Poteva  però darsi che, mantenendosi  nelle acque territoriali neutrali, la nave superasse anche questo ostacolo; prima però di raggiungere un porto spagnolo doveva ancora eludere il blocco dei sommergibili. Questo blocco aveva anche il compito di intercettare il traffico di provenienza dai porti francesi del nord e dai porti extra-mediterranei.

         Con queste disposizioni fu possibile portare un così forte colpo alle comunicazioni marittime dei rossi che in brevissimo tempo venne praticamente a cessare  qualsiasi  traffico. I  pochi piroscafi che ancora riuscirono ad  approdare in  qualcuno dei porti rossi erano quelli che battevano per diritto od abbusivamente bandiera inglese o francese e quelli che, partendo dai porti francesi, riuscivano a raggiungere Barcellona durante le ore notturne.

 

         L’intervento diretto delle unità di superficie e subacquee fu ordinato da Roma il 7 agosto ed ebbe inizio il giorno 9 con lo schieramento di dodici sommergibili in tutti i punti strategici del Mediterraneo, tra i Dardanelli e le coste della Spagna repubblicana. Contemporaneamente prendevano posizione nel Canale di Sicilia, e poi anche lungo le coste del Nord Africa Francese, otto cacciatorpediniere e otto torpediniere che, coadiuvati da quattro sommergibili e da un sistema di esplorazione aerea a maglie strette, operavano agli ordini del Comandante Marina Militare della Sicilia, ammiraglio di divisione Riccardo Paladini. Questi, in un secondo tempo, sostituì le unità in mare con altre siluranti ed anche con quattro incrociatori leggeri, della 4a Divisione Navale, comandata dall’ammiraglio Pietro Barone.

         In definitiva parteciparono alle missioni le seguenti unità di superficie:[13]

 

         - 4 incrociatori: Di Giussano, Diaz, Cadorna, Colleoni;

 

         - 1 esploratore: Aquila;

 

           - 10 cacciatorpediniere: Freccia,  Dardo,  Strale,   Saetta,  Zeffiro,  Borea,  Espero,     Ostro, Fulmine, Lampo;

 

           - 24 torpediniere: Cigno,  Climene,  Centauro,   Castore,  Altair,  Aldebaran, Andromeda, Antares, Vega, Sagittario, Astore, Perseo, Sirio, Spica, Cassiopea, Canopo, La Masa, Montanari, Nievo, Abba, Papa, Fabrizzi, Missori, Monfalcone;

 

         - 1 nave coloniale: Eritrea;

 

         In tale schieramento di unità di superficie, che era integrato con  i sommergibili e con gli idrovolanti dell’83° Gruppo Ricognizione Marittima di Augusta, si aggiungevano le motonavi Adriatico e Barletta che, camuffate da navi armate spagnole e col nome fittizio di Lago e Rio, furono destinate a visitare i piroscafi sospetti avvistati dalle unità in crociera.[14] La base operativa di queste due navi fu stabilita a Favignana, dove già si trovava la petroliera spagnola Mina Piquera (ribattezzata per l’occasione Ariane), destinata al rifornimento dei mercantili armati nazionalisti che, impegnati nel Canale di Sicilia, vi si appoggiavano segretamente.

          Nel dispositivo di vigilanza stabilito dall’Ordine generale di operazioni n. 1 (vedi Appendice n.1), gli incrociatori, la  nave coloniale ed alcuni cacciatorpediniere furono destinati ad effettuare una esplorazione  pendolare sul  meridiano 16° est, operando in collaborazione con una esplorazione aerea sistematica disposta per parallelo. Altri cacciatorpediniere furono adibiti a costituire uno sbarramento esplorativo in una zona di mare compresa tra l’estremità meridionale del banco di Kerkennah (davanti a Sfax) e l’isola di Lampedusa. Le torpediniere furono incaricate di attuare l’esplorazione a rastrello tra Malta e Pantelleria nel senso dell’asse del Canale di Sicilia. Le motonavi armate si mantennero sotto Capo Bon per effettuarvi un’esplorazione a triangolo. Infine l’esploratore Aquila (capitano di vascello Giuseppe Fioravanzo), Capo Flottiglia Scuola Comando, e le otto torpediniere dipendenti (La Masa, Montanari, Nievo, Abba, Papa, Fabrizzi, Missori e Monfalcone), ebbero l’incarico di effettuare la vigilanza sistematica dello Stretto di Messina.[15]

         Vediamo ora come si svolse il controllo del Canale di Sicilia secondo quanto scritto nello studio della Marina:[16]

 

         Il dispositivo di vigilanza fu messo in atto il 7 agosto e fu interrotto il 12 settembre. Esso non ebbe sempre la stessa intensità; nel mese di settembre essendosi constatata una totale sospensione nel traffico dei piroscafi rossi attraverso il Bosforo, fu sensibilmente ridotto, anche per non cimentare troppo il materiale in una zona frequentemente soggetta al mare grosso. Le unità ad esso adibite furono però mantenute dislocate nelle basi della Sicilia pronte a riprendere le crociere al primo cenno.

         Nel periodo della maggiore intensità furono in mare contemporaneamente nel solo Canale di Sicilia 12 unità di superficie, 5 sommergibili e 6 aerei.

         Le istruzioni impartite alle unità in crociera precisavano che dovevano essere riconosciuti tutti i piroscafi avvistati con particolare riferimento a quelli che:

 

- erano senza bandiera e non l’avevano prontamente all’intimazione della nave di vigilanza;

- navigavano di notte a fanali spenti;

- avevano bandiera della Spagna rossa;

- avevano bandiera sovietica;

- portavano visibilmente in coperta carichi militari;

- erano stati segnalati nominativamente dal Comando Centrale.

        

         Una volta riconosciuto un piroscafo per uno di quelli al servizio della Spagna rossa, la silurante doveva seguirlo e segnalarlo al sommergibile più prossimo il quale doveva agire offensivamente e distruggerlo. Qualora per particolari circostanze  l’intervento  del  sommergibile risultasse  impossibile, esso  doveva  mantenersi a contatto visivo col piroscafo sino a notte e, appena buio, doveva precedere all’affondamento con siluro.

         I piroscafi riconosciuti per contrabbandieri durante le ore notturne dovevano essere senz’altro siluranti.

         Se il riconoscimento avveniva molto lontano dalle acque territoriali della Tunisia l’unità avvistante doveva richiedere l’intervento di uno dei piroscafi armati “Rio” e “Lago” o di una delle navi da guerra spagnole dislocate appositamente nel Mediterraneo Centrale, perché accorressero per procedere alla cattura.

         Nel periodo del 7 agosto al 12 settembre furono così riconosciuti 1070 piroscafi delle più diverse nazionalità.

         L’intensità del traffico nella zona obbligata dal Canale di Sicilia rese assai difficile e delicato il compito assegnato alle nostre unità soprattutto perché esse ebbero ordini tassativi di evitare, in ogni caso, interferenze ed incidenti col traffico dei neutrali. Per questa ragione, per effettuare il riconoscimento fu necessario talvolta seguire piroscafi per una intera giornata dato il fondato sospetto che alcuni di essi facessero uso si bandiera falsa.

 

         Nei primi giorni di attività i cacciatorpediniere di base ad Augusta furono particolarmente attivi. Un primo risultato della vigilanza nel Canale di Sicilia fu conseguito nel pomeriggio dell’11 agosto, quando il Saetta (capitano di corvetta Giulio Cerrina Feroni) avvistò la petroliera repubblicana Campeador (7932 tsl) che, salpata dal porto sovietico di Costanza trasportando 9600 t di benzina, era stata segnalata in transito per il Bosforo il giorno 5 del mese.

         Maristat aveva segnalato fin dal 9 agosto a Marina Messina che in nessun caso la Campeador doveva “Sfuggire” alla cattura da parte di navi spagnole incrocianti a nord della Tunisia, oppure all’azione offensiva delle siluranti italiane, se la petroliera avesse diretto verso un porto dell’Africa settentrionale francese, per mettersi al sicuro. Il Saetta, che aveva segnalato di aver avvistato la Campeador a sud-ovest di Lampedusa alle 12.45 dell’11 agosto, ricevette da Marina Messina l’ordine: “CAMPEADOR deve essere affondata con siluro et se necessario con cannone dopo tramonto et prima delle ore 21.00”. Al cacciatorpediniere Strale fu nel contempo ordinato di raggiungere il Saetta, per partecipare all’azione contro la petroliera.

 Il comandante Cerrina Feroni, in attesa dell’arrivo dell’incrociatore nazionalista Baleares che sapeva stesse incrociando nei pressi di Capo Bon, si limitò a seguire la nave spagnola; ma alle 20.30, avendo constatato che il Baleares non era ancora giunto, per impedire che la Campeador, dirigendo verso le acque territoriali francesi della Tunisia, potesse sfuggire alla cattura, ordinò l’attacco poi concluso alle 21.20 con lancio di quattro  siluri, tre  dei  quali  giunti  a  segno, determinarono  l’incendio  e  il  rapido affondamento della petroliera in prossimità di Capo Mustafa.[17]

         Il sommergibile Santarosa, che trovandosi nella zona già allertato, si stava appartando ad attaccare la Campeador, vide la petroliera colpita dai siluri del Saetta e incendiarsi. Della nave, che affondo in lat. 36°55’N, long. 11°15’E) decedettero dodici dei quarantadue uomini dell’equipaggio. I trenta superstiti furono raccolti dalle navi mercantili britanniche Dido, e Clintonia, la prima delle quali aveva assistito al siluramento e all’incendio della Campeador da parte di una nave da guerra oscurata che si disinteressò della sorte dei naufraghi.

         Quattro giorni più tardi, nella notte del 13, il cacciatorpediniere Ostro (capitano di corvetta Teodorico Capone), che incrociava anch’esso nella zona centrale del Canale di Sicilia, trovandosi poco a nord dell’Isola di Linosa avvistò il piroscafo repubblicano Conde de Abasolo (3945 tsl), navigante a luci oscurate, e alle 20.43 lo colpì al centro con un siluro determinandone il rapido affondamento in lat. 36°13’N, long.12°52’E. Ventitré membri dell’equipaggio della nave furono raccolti dal piroscafo britannico City of Wellington, e sbarcati ad Algeri il giorno 17.

         La sera del 14 agosto il Freccia (capitano di vascello Ernesto Pacchiarotti) si imbatteva a nord di Pantelleria nella grossa petroliera panamense George W. Mac Knight  (6213 tsl). Ritenendo erroneamente che l’unità battesse bandiera falsa e che il suo carico, costituito da 8000 t di benzina, fosse diretto ai rossi, il cacciatorpediniere attaccò decisamente. Tra le ore 21.13 e le 21.37 il Freccia lanciò cinque siluri, tre dei quali mancarono il bersaglio, e sparò ventiquattro granate dirompenti e ventinove granate perforanti contro la cisterna, determinandone l’incendio e l’affondamento che si verificò alle  22.00 a 20 miglia a nord-ovest di Capo Bon, in lat. 36°10’N, 12°52’E.[18]

         Il 15 agosto, dopo l’affondamento nel Canale di Sicilia della Campeador, del Conde de Abasolo e della George W. Mac Knight, il Sottocapo di stato maggiore della Marina, ammiraglio Pini, si consultò telefonicamente con l’ammiraglio Paladini, per poi decidere di inviare all’ammiraglio Domenico Cavagnari, Sottosegretario di Stato e Capo di Stato Maggiore della Marina, un telegramma, che fu trasmesso alle ore 01.10 del giorno 16 nella seguente forma.[19]

 

         A nave SAVOIA per S.E. il S.S.S.: avvenimenti ultime ore lasciato tracce ancora visibili in nota zona di mare. Tenuto conto allarmi dati et probabilità imminente esplorazioni sottopongo convenienza  V.E. voglia ordinare Messina ritirare aut ridurre forze salvo riprendere crociere fra uno aut due giorni.

 

         Evidentemente questa proposta non fu accolta dall’ammiraglio Cavagnari, dal momento che il controllo del Canale di Sicilia non fu allentato. Il 17 agosto il piroscafo repubblicano Aldecoa, che navigava con bandiera britannica, riuscì a  sfuggire  al controllo dei  cacciatorpediniere  Turbine e Pancaldo  entrando in acque territoriali francesi, per poi navigare in vicinanza della costa ed entrare nel porto di Algeri. Il Turbine comunicò di essere stato fatto segno al lancio di siluri. In seguito a questi avvenimenti, e per evitare che  le navi  spagnole  potessero  sottrarsi  al controllo e  alla distruzione, il comando della Regia Marina  trasmise al capitano di vascello Giovanni Remedio Ferretti e all’Esploratore Quarto, che si trovava a Palma di Maiorca, il seguente messaggio:[20]

 

         Nostre unità leggere sorvegliano costa tra Algeri e Orano, ma durante giorno non possono intervenire. Occorre azione tempestiva ed insistente CANARIAS  aut BALEARES per evitare che piroscafi sfuggano.

 

         Contemporaneamente all’attuazione del blocco di vigilanza, attuato dalle navi di superficie nel Canale di Sicilia, nell’intero Mediterraneo, dai Dardanelli alla costa spagnola, si realizzò quello assegnato ai sommergibili. Tale impiego, certamente il più gravoso, si svolse nelle zone di agguato secondo le modalità già attuate nell’inverno del 1936-1937, con durata media delle missioni tra i dodici e i diciotto giorni consecutivi, ed una permanente giornaliera in immersione di circa quindici ore.[21]

         Complessivamente furono impiegati in quella stressante forma di attività bellica cinquantadue sommergibili, che tra il 5 agosto e il 12 settembre effettuarono cinquantanove missioni di guerra così ripartite: diciotto in Egeo, quindici nel Mediterraneo centrale e ventisei nel Mediterraneo occidentale. La media degli agguati portò alla contemporanea presenza in mare di otto sommergibili  dislocati fra   Barcellona e  Cartagena, due  tra  l’Isola Galite e il porto di Bona, tre o quattro nel Canale di Sicilia, e d’altri quattro in Egeo. Di questi ultimi due operavano permanentemente presso l’Isola di Tenedo, a sud dei Dardanelli.[22]

         Circa le misure prese per non svelare la nazionalità effettiva dei sommergibili e le loro modalità d’impiego, nel citato studio della Marina si legge:[23]

 

         Per rendere meno sospette le azioni offensive, specie quelle della zona dell’Egeo e del Canale di Sicilia, furono fatte circolare ad arte sui giornali notizie di avvistamenti di sommergibili spagnoli nei predetti paraggi e notizie esagerate sulla consistenza della flotta sottomarina della Spagna nazionale. Queste notizie non furono evidentemente accettate da tutti, ma servirono a portare un certo smarrimento ed incertezza almeno di fronte ai primi siluramenti.

I Comandanti dei sommergibili ebbero le seguenti istruzioni per l’esecuzione delle azioni offensive durante le loro missioni:

 

    a) attaccare di notte le navi da guerra sicuramente spagnole rosse;

b) attaccare  le navi da carico spagnole rosse o russe sia di giorno che di notte, sia in zona che fuori zona, quando sicuramente riconosciute;

c) attaccare di notte le navi da guerra oscurate che attraversavano la zona soltanto se sicuramente riconosciute come spagnole rosse;

d) di notte, entro i limiti delle acque territoriali, attaccare le navi mercantili dirette in un porto spagnolo rosso sia oscurate che con i fanali accesi;[24]

e) attaccare sia di giorno che di notte, sia in zona che fuori zona, i piroscafi particolarmente segnalati di volta in volta dal Comando centrale e quelli indicati in una lista speciale in possesso di ogni Comandante;

f)  entro i limiti delle acque territoriali spagnoli agire anche con il cannone contro i pescherecci sospetti di esercitare nella zona la sorveglianza antisommergibile.

 

         Queste istruzioni che condizionavano e vincolavano l’azione offensiva dei Comandanti al preventivo sicuro riconoscimento, resero assai difficile l’opera dei Comandanti così che, a similitudine di quanto si era verificato nella precedente campagna, i risultati appariscenti ottenuti non furono proporzionati allo sforzo compiuto. Su 444 attacchi soltanto 24 furono portati a fondo, gli altri furono interrotti per incertezza sulla effettiva nazionalità del bersaglio.

 

         Occorre dire che nei ventiquattro attacchi portati a termine dai sommergibili i risultati conseguiti furono di entità assai modesta, dal momento che su quarantatre siluri lanciati soltanto una minima parte arrivarono a bersaglio, danneggiando irreparabilmente un cacciatorpediniere e affondando quattro navi mercantili.

         I successi conseguiti furono infatti i seguenti.

Alle ore 09.25 del 12 agosto, trovandosi a quota periscopica, lo Jalea (capitano di corvetta Silvio Garino) attaccò due cacciatorpediniere che stavano uscendo dal porto di Cartagena, il Churruca e l’Almirante Antequera. Il sommergibile lanciò due siluri, diretti su entrambi i bersagli, e colpì al centro lo Churruca, comandato dal tenente di vascello Manuel Nuñez Rodriguez. Il cacciatorpediniere, avendo riportato sul fianco sinistro uno squarcio di sette metri per due e tre caldaie inutilizzate, entrò nel porto di Cartagena con tre morti e nove feriti, ed essendo molto danneggiato vi rimase per sempre immobilizzato.

         Il mattino del 15 agosto, dopo aver attaccato senza esito un piroscafo poi riconosciuto per l’inglese Socont, il Ferraris (capitano di corvetta Sergio Lusana), che operava nelle acque di Tenedos, nell’alto Egeo, immobilizzò ed affondò con due siluri e otto colpi di cannone la motonave spagnola repubblicana Ciudad de Cadiz (4602 tsl) i cui superstiti, ripartiti su tre imbarcazioni, furono raccolti dal piroscafo sovietico Abanouro. Il giorno 18, dopo aver mancato con un siluro il piroscafo repubblicano Aldecoa, il Ferraris silurò l’Armuro (2762 tsl) della medesima nazionalità. Il piroscafo si incaglio e fu considerato irrecuperabile (total loss), mentre l’intero equipaggio si salvò.

         Infine, il 1° settembre, il Diaspro (capitano di corvetta Giuseppe Mellina), che stazionava nella zona di capo Oropesa, silurò e colò a picco la petroliera britannica Woodford (ex spagnola  Jalcos), di 6.987 tsl, della quale vi fu un solo morto fra i membri dell’equipaggio. Lo stesso giorno il Settembrini (tenente di vascello Beppino Manca) colò a picco, con lancio di tre siluri uno soltanto dei quali giunto a segno, il piroscafo sovietico Blagoev, di 5500 tsl, incontrato nell’alto Egeo a 15 miglia dall’isola Ikjros. Anche in questa occasione vi fu un solo morto.

         Negativi rimasero poi gli esiti degli attacchi svolti contro altre navi mercantili da parte di altri sommergibili; in particolare quello effettuato il 15 agosto dello Sciesa (capitano di corvetta Candido Corvetti), contro un piroscafo incontrato presso Capo Sant’Antonio, e quelli svolti il 17 e 30 agosto nella zona di Terragona dall’Onice (tenente di vascello Mario Ricci) e del Galitea (tenente di vascello Vittorio Raccanelli) contro altre navi da trasporto.

         Ugualmente senza esito risultò il lancio effettuato all’alba del 20 agosto dal Finzi (capitano di corvetta Alvise Minio) nella zona di Valencia, contro un cacciatorpediniere tipo “Lazaga”. Si trattava in effetti del Lazaga, la cui reazione causò al sommergibili danni al periscopio d’attacco, che rimase lesionato dalle scariche delle bombe di profondità.

         Anche l’attacco effettuato il 29 agosto, nel Golfo del Leone, dal sommergibile nazionalista General San Jurio (ex Torricelli), contro il piroscafo Ciudad De Reus, in rotta da Marsiglia a Barcellona, non ebbe fortuna, dal momento che pur danneggiato da colpi di cannone, il mercantile repubblicano riuscì a salvarsi entrando nelle acque territoriali francesi di Capo Adge.

         Nel frattempo, dopo i primi successi conseguiti dai cacciatorpediniere italiani, apparve chiaro che il dispositivo di vigilanza nel Canale di Sicilia non era assolutamente ermetico. I piroscafi esercitanti il traffico per i repubblicani spagnoli erano infatti in grado di sfuggire facilmente al controllo, avvicinandosi di giorno alla zona in cui stazionavano le unità italiane, per poi entrare, con l’oscurità, nelle acque territoriali tunisine, in modo da attraversare la zona pericolosa costeggiando la costa, oppure sostando, in attesa dell’alba, nei porti francesi.

         Il Comando della Marina italiana dovette pertanto correre ai ripari integrando lo sbarramento con crociera di cacciatorpediniere nella fascia costiera tra 10 e 30 miglia della costa africana tra La Galite e Capo Tenes. Alle missioni, della durata di tre giorni, furono adibite le sezioni da Recco-Euro, Pancaldo-Turbine, Turbine-Ostro, Zeffiro-Euro, che ebbero basi alternativamente a Cagliari e a Palma di Maiorca.

         Dal momento che le crociere dei cacciatorpediniere si svolgevano in zone ove erano possibili incontri con navi da guerra repubblicane, fu presa la precauzione di dislocare a Cagliari, a turno, le sezioni di incrociatori Eugenio Di Savoia-Attendolo, Trento-Trieste, e Bande Nere-Attendolo, che si tennero pronte ad intervenire in sostegno delle siluranti se, nel caso, ve ne fosse stato bisogno per la presenza di rilevanti forze navali avversarie.

         I cacciatorpediniere ricevettero istruzioni particolareggiate di come dovevano comportarsi nell’attacco ai piroscafi in transito al di fuori della zona delle acque territoriali francesi, e riconosciuti come esercitanti il traffico in favore dei repubblicani spagnoli. Incontrato un piroscafo rosso essi dovevano mantenere il contatto visivo durante il giorno e quindi, al calare dell’oscurità, serrare le distanze ed affondarlo con il siluro. In caso di sicuro riconoscimento notturno l’azione offensiva contro la nave incontrata doveva essere immediata.[25]

         Ma, nonostante l’impiego profuso nella ricerca, i risultati conseguiti  furono assai deludenti, dal momento che nel corso delle crociere fu possibile intercettare una sola nave, da includere sicuramente nella lista delle sospette, e ciò avvenne il 30 agosto per opera del Turbine (capitano di corvetta Virgilio Rusca). Questo cacciatorpediniere che operava in sezione con l’Ostro, incontrò infatti il piroscafo sovietico Timiryazev (2151 tsl), e alle  ore 21.00  lo colpì  con uno dei  due siluri  lanciati, determinandone il rapido affondamento, che si verificò in lat. 36°57’N, long. 03°58’E a 74 miglia ad est di Algeri. Anche l’Ostro (capitano di corvetta Teodorico Capone) lanciò un siluro contro il Timiryazev, che però fallì il bersaglio. Occorre dire che il piroscafo sovietico era perfettamente in regola, essendo partito da Cardiff diretto a Porto Said.

         Oltre allo svolgimento delle missioni offensive dei sommergibili e delle siluranti, occorre anche parlare degli episodi che portavano alla cattura di due piroscafi, al servizio dei repubblicani, da parte di altre unità di superficie della Regia Marina.

         Il 30 agosto l’esploratore Aquila (capitano di vascello Giuseppe Fioravanzo) avvistò nello Stretto di Messina la petroliera Burlington, ex spagnola Nausica, inscritta nel registro britannico, e immediatamente informò per radio la nave armata Rio affinché accorresse nella zona per il riconoscimento. La Rio, che era in realtà la nave ausiliaria italiana Barletta (capitano di fregata Ernesto Ciurlo), accertò che la Burlington, oltre ad essere comandata da un capitano di nazionalità greca, aveva in pochi giorni cambiato due volte la bandiera e che quella inglese, al momento issata, era di regolarità sospetta. Pertanto, il comandante Ciurlo procedette alla cattura della petroliera, con il suo carico di 5000 t di nafta. Quindi, passando a nord delle coste siciliane, condusse la Burlington verso la Sardegna, per poi consegnarla alla nave armata nazionalista Mallorca che trovandosi in attesa a sud di Capo Spartivento, portò la petroliera a Palma di Maiorca. In tale porto il carico venne confiscato e la stessa Burlington sequestrata, senza  curarsi delle  proteste delle  autorità  britanniche che, non  potendo sostenere con troppo calore la regolarità della nave, furono in verità assai blande.

         Di tutt’altra natura fu invece la modalità della cattura del piroscafo repubblicano Mar Negro il quale, per sfuggire alla vigilanza delle navi italiane, il 25 agosto era entrato nel porto di Bona. Durante la sosta in quella località francese dell’Algeria, alcuni membri dell’equipaggio del piroscafo, che trasportava un grosso carico di duecentotre automezzi di fabbricazione sovietica, pezzi di ricambio e ottanta barili di lubrificanti, furono avvicinati da  agenti nazionalisti. Questi, facendo presenti le difficoltà che si presentavano nella navigazione verso la Spagna   rossa, convinsero i marinai repubblicani a  consegnare   spontaneamente  la   loro  nave. Vennero   infatti  presi accordi affinché il Mar Negro, salpato da Bona il 1° settembre, dirigesse per Cagliari, e per impedire un ripensamento dell’equipaggio ribelle, la navigazione del piroscafo verso il porto italiano fu controllata da due siluranti della Regia Marina, che si tennero pronte ad intervenire in caso di bisogno. L’unità spagnola, incontro  alla quale fu anche inviata la nave armata Lago, ossia l’Adriatico (capitano di fregata Roberto Caruel), entrò a Cagliari il 2 settembre. L’indomani mattina, scortato dal cacciatorpediniere Ostro, il Mar Negro diresse per Capo Spartivento dove s’incontrò con il piroscafo armato nazionalista Jaime I che lo condusse a Palma.[26]

 

***

 

         Ancora una volta, dopo le missioni sulla costa spagnola fra l'ottobre 1936 e il febbraio 1937, i risultati conseguiti dalle unità subacquee italiane non furono proporzionati al potenziale impiegato e all’attività svolta in 601 giorni di missione bellica, che comportò una percorrenza di 5.624 miglia di navigazione in superficie e di 12.688 miglia in immersione. Su 444 manovre di attacco iniziate soltanto 24 furono portate a termine contro unità navali ritenute stessero forzando il blocco; le altre vennero interrotte per incertezza sulla effettiva nazionalità del bersaglio. I successi conseguiti nei ventiquattro attacchi risultarono assai modesti, dal momento che su quarantatre siluri lanciati soltanto una minima parte arrivarono a colpire il bersaglio, danneggiando irreparabilmente un cacciatorpediniere e affondando quattro navi mercantili. Ragion per cui il numero dei lanci di siluri falliti risultò talmente elevato da denunciare fin d’allora quelle grandi carenze di strumentalizzazione e di addestramento che poi sarebbero emerse impietosamente nel corso della seconda guerra mondiale.

         I risultati complessivi dell’intervento della Regia Marina nella guerra al traffico diretto ai repubblicani, visti sotto il punto di vista strategico, furono invece ragguardevoli. E ciò non tanto per lo scarso numero di navi mercantili affondate, (otto in tutto per 37.342 tsl, delle quali quattro per 21.266 tsl colate a picco dai cacciatorpediniere e quattro per 16.076 tsl dai sommergibili, a cui era da aggiungersi la cattura di altre due per opera delle navi ausiliarie), quanto per il fatto che si verificò un immediato e quasi totale arresto delle merci inviate via mare ai porti della Spagna rossa. Arresto che coinvolse anche le navi delle grandi potenze, in particolare dell’Unione Sovietica che  nelle azioni di blocco italiane aveva perduto due piroscafi. In seguito a ciò Mosca, presentò al Regio governo italiano e alla stampa una nota dal contenuto durissimo, in cui si denunciava:[27]

 

         L’ambasciata della Russia sovietica richiama l’attenzione del governo italiano sul fatto che il  governo dell’Unione  Sovietica ha a  propria  disposizione  prove indubbie degli atti aggressivi di unità da guerra italiane contro mercantili dell’Unione Sovietica.

         Questi atti consistono nell’affondamento da parte di un sottomarino italiano del vapore sovietico Timiryazev, che mentre navigava con un carico di carbone da Cardiff verso Porto Said fu attaccato il 30 agosto, alle ore 10 p.m., a 74 miglia ad est di Algeri.

Un attacco dello stesso genere venne fatto contro la nave sovietica Blagoev che navigava da Mariupol verso Sete con un carico di pece per asfalto, e che fu affondata il 1 settembre alle ore 6.30 a.m., a 15 miglia dall’isola di Skyros.

         Il governo italiano si renderà indubbiamente conto che questi atti, commessi contro mercantili che seguivano le normali rotte di navigazione e che appartenevano  all’Unione Sovietica, la quale mantiene normali rapporti diplomatici con l’Italia, sono in flagrante contrasto non solo con i principi di umanità, ma con le norme più elementari ed universalmente accettate dalla legge internazionale.

         Questi attacchi di navi italiane a navi battenti bandiera sovietica sono, contemporaneamente una violazione al patto concluso il 2 settembre 1933 tra l’Unione Sovietica  e l’Italia, nel quale  all’art. 1 si dice che  ciascuna delle due parti contraenti si impegna a non ricorrere in nessun caso ad atti di guerra o a qualsiasi  attacco in terra, in mare, o nell’aria contro l’altra, sia essa sola o associata ad una o più potenze.

         In base a quanto sopra, l’ambasciata dell’Unione Sovietica, a nome e dietro istruzione del governo sovietico, presenta la sua più risoluta protesta al governo italiano.

         Il governo dell’Unione Sovietica attribuisce al governo italiano piena responsabilità delle conseguenze politiche  e anche materiali dei suddetti atti aggressivi delle forze navali italiane contro mercantili battenti bandiera sovietica.

         L’ambasciata dell’Unione Sovietica è autorizzata dal suo governo ad insistere sulla completa ed immediata cessazione di queste aggressioni, e a chiedere il risarcimento dei danni causati da questi atti al governo sovietico, e agli uomini delle dette navi sovietiche o alle loro famiglie.

         L’ambasciata è anche autorizzata ad insistere sulla punizione esemplare delle persone colpevoli di aver commesso i suddetti atti d’aggressione.

 

         Ma le proteste internazionali raggiunsero un punto critico dopo un fallito attacco portato  dal sommergibile  Iride (tenente di vascello  Juno Valerio Borghese)  al cacciatorpediniere inglese Havock (capitano di corvetta Rafe Edwards Courage), che fu mancato da un siluro nella notte del 1° settembre al largo di Capo Sant’Antonio. L’episodio, verificatosi in acque internazionali per un errato riconoscimento del comandante del sommergibile, sollevò minacciosi avvertimenti da parte di Londra.[28] Ciò convinse Ciano ad ordinare il 4 settembre, all’ammiraglio Cavagnari, di sospendere fino a nuovo ordine le azioni navali, che se fossero continuate per tutto il mese, come avevano chiesto i nazionalisti, avrebbero potuto avere effetti decisivi.

         Era questa una verità che Ciano non poteva mettere in dubbio, ciononostante il ministro degli Esteri italiano decise di sospendere le operazioni di blocco, per non urtare ancor di più la Gran Bretagna.

         Sui risultati conseguiti con l’attuazione del blocco navale nei riguardi dei repubblicani spagnoli, la Marina italiana ritenne che fossero state raggiunte “conseguenze importantissime sia nel campo militare che in quello morale”, e nel citato studio fece le seguenti considerazioni:[29]

 

         Nel campo militare si produsse una grave crisi nei rifornimenti di materiale bellico proprio mentre per effetto della conclusione della campagna nei paesi baschi, venne  a mancare la fonte  più importante di  produzione  di armi  nel paese e mentre maggiori si presentavano le necessità per l’armamento delle riserve in corso di formazione e per far fronte al nuovo poderoso sforzo offensivo dei nazionalisti che si delineava imminente nel fronte centrale.

         Nel campo morale si verificò nelle sfere dirigenti dei rossi una forte depressione perché appariva chiaro che, mentre l’Italia era pronta a qualsiasi sacrificio per far trionfare la causa dei nazionalisti, le altre potenze non erano disposte ad affrontare alcun serio rischio per venire in aiuto dei rossi. In qualche centro si ebbero addirittura aperte manifestazioni di risentimento contro l’Inghilterra e contro la Francia.

         Tra le masse della popolazione l’effetto deprimente del blocco fu profondissimo. Le sempre crescenti difficoltà di rifornimento delle materie di prima necessità fecero sorgere uno stato d’animo di rassegnazione alla sconfitta, di rinuncia a combattere e di scoramento veramente molto profondo.

Quando il 12 settembre l’intervento diretto della Marina italiana fu sospeso, la Marina della Spagna nazionale poté con più libertà ed energia proseguire nella guerra al traffico ammaestrata dalla esperienza di oltre un mese di attiva condotta delle operazioni e più che mai conscia, in base ai risultati ottenuti della importanza del fattore marittimo sulle sorti del conflitto.

 

         Queste considerazioni sono sostanzialmente esatte, poiché si produsse infatti una grave crisi nel rifornimento di materiale bellico riservato ai repubblicani spagnoli, e ciò  avvenne  nel  momento  in cui, conclusa  vittoriosamente la campagna  nei Paesi Baschi, l’esercito nazionalista si apprestava a compiere un nuovo poderoso sforzo offensivo nel fronte centrale. Si verificò poi negli ambienti dirigenti dei repubblicani, e nella stessa popolazione civile, una forte depressione, causata dalla constatazione che l’Italia dimostrava di essere pronta a compiere grossi sacrifici per far trionfare la causa dei nazionalisti di Franco, mentre invece le altre potenze simpatizzanti con i rossi non apparivano disposte ad affrontare alcun serio rischio per venire in aiuto al governo di Madrid.

         E tale constatazione fu anche causa, in alcuni centri repubblicani, di aperte manifestazioni di protesta nei riguardi dell’Inghilterra e della Francia; un risentimento che poi si trasformò in vero stato di disperazione, quando anche l’Unione Sovietica, impegnata in Manciuria a fronteggiare la crisi militare con il Giappone, in seguito a nuovi obiettivi politici di Josif Stalin volse le spalle alla Repubblica spagnola, sospendendo l’invio delle armi.

         Tali “verità” ancora oggi non sono state messe sufficientemente in risalto da molti storici italiani di parte, evidentemente per non dover ammettere apertamente che la vittoria finale di Franco fu fortemente agevolata dall’intervento delle Forze Armate italiane. Di esse la Regia Marina fu quella che più si espose, e rappresentò, indubbiamente, uno degli strumenti più efficaci dal punto di vista bellico, per la sua attività nel sostenere la Marina nazionalista e per il contributo dato nel campo logistico e in quello operativo.


 [1] Francesco Mattesini, Archivio Ufficio Storico della Marina Militare, Il blocco navale italiano nella guerra di Spagna (ottobre 1936-marzo 1939). Parte prima: Come si giunse alla prima campagna sottomarina e ai bombardamenti navali di Barcellona e di Valencia, settembre 1997. Parte seconda: Le operazioni navali nell’estate 1937, e l’attività della Regia Aeronautica contro i porti di Barcellona e Valencia, dicembre 1997.

[2] Archivio Stato Maggiore Esercito Ufficio Storico (da ora in poi  ASMEUS), OMS., b 13.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] “L’allemagne et la guerre civile Espagnole (1936-1939)”, in Les Archives Secrèts de la  Wilhelmstrasse (ministero  degli   Esteri  del  Reich), vol. III, Plon, Parigi 1952, p. 345-346, Documento riprodotto anche da J.L. Alcofar Nassaes in, La marina italiana en la guerra de Espana, Barcellona, Euros, 1975, p. n. 193-194.

[7] MAE, Ufficio Spagna,   Lancellotti, b. 2.

[8] Ibidem; J.L. Alcofar  Nassaes, La  marina  italiana en  la  guerra  de  Espana, cit, p. 346.

[9] Le archivese segretes de la Wilhelmstrasse,   cit. p. 195.

[10] ASMAUS, “Diario Storico del 25° Gruppo  Bombardamento  Terrestre 1937”, OMS,  b. 54.

[11] Ibidem.

[12] Archivio Ufficio Storico Marina Militare, (da ora in poi AUSMM),  OMS,  Studio   del   comandante  Candido   Bigliardi,   b. 4.

[13] Ibidem.

[14] Ibidem. Per l’attività delle navi di superficie italiane   F. Mattesini, “Verità storiche sulla guerra di Spagna. Il blocco della Marina italiana nell’estate del 1937”, in Il Giornale d’Italia del 28 agosto 1985, e Franco Bargoni, l’Impiego navale italiano durante la guerra civile spagnola (1936-1939).

[15] AUSMM,  OMS.,  Studio  del  comandante  Candido  Bigliardi   b. 4.  Gli ordini Generali di Operazione e le istruzioni di Maristat per le missioni svolte nel Canale di Sicilia tra il 7 agosto e il 10 settembre 1937 si trovano in AUSMM, OMS, b. 12.

[16] Ibidem.

[17] AUSMM, Maristat - Ufficio Piani di Operazioni, “Diario giornaliero degli avvenimenti”.

[18] Ibidem.

[19] Ibidem.

[20] Ibidem.

[21] AUSMM, OMS, Rapporti di missione dei sommergibili, b. 86.

[22] Per l’attività dei sommergibili italiani F. Mattesini, “Verità Storiche sulla guerra di Spagna. Il blocco della Marina italiana nell’estate del 1937”, in Il Giornale d’Italia del 28 agosto 1985, e F. Bargoni, l’Impiego navale italiano durante la guerra civile spagnola (1936-1939),   cit.

[23] AUSMM,  OMS., Studio del  comandante Candido Bigliardi,  b. 4.

[24] Alle ore 17.00 dell’11 agosto 1937 Maristat ordinò ai sommergibili in agguato sulle coste spagnole di affondare, durante le ore notturne, tutte le navi cisterna che dirigevano verso i porti, anche se procedevano con i fanali di via accesi e apparivano di nazionalità non riconosciuta. Alle 20.30 dell’indomani 12 i medesimi sommergibili ricevettero l’ordine di affondare durante le ore notturne, entro i limiti delle acque territoriali, qualsiasi nave mercantile diretta verso i porti della Spagna repubblicana, anche se procedeva con i fanali accesi.: AUSMM,   OMS, Maristat - Ufficio Piani di Operazione, “Diario giornaliero degli avvenimenti”.

[25] AUSMM,  OMS,  b. 12.

[26] AUSMM, OMS., Studio del  comandante Candido Bigliardi,  b. 4.

[27] D. T. Cattel,  La diplomazia Sovietica e la guerra civile spagnola, cit.

[28] L’Ammiragliato britannico, che tramite il suo “Operation Intelligenze Centre” intercettava e decrittava le comunicazioni radio italiane, cifrate a mano con il codice SM.19/S, era perfettamente al corrente dei movimenti e degli scopi dei sommergibili italiani. Pertanto il governo britannico era tenuto al corrente, in modo accurato, sullo svolgimento delle missioni navali ordinate dal Comando in Capo della Regia Marina. Ciò nonostante Londra evitò di accusare apertamente gli italiani di svolgere attività illecita, evidentemente per la volontà del Primo ministro Chamberlain di non guastare la sua politica di riavvicinamento con il governo di Mussolini. Pertanto, chiudendo un occhio ipocritamente, il Foreign Office accusò il governo di Franco di essere l’unico artefice, con i suoi aerei e con le sue navi, degli incidenti che si stavano verificando non soltanto nel Mediterraneo, ma anche nel Golfo di Biscaglia. Una politica ambigua questa, da parte di Londra, che finì per irritare il governo repubblicano, il quale stava invece fornendo le prove che gli autori degli incidenti nel Mediterraneo erano, in realtà, gli italiani.

[29] AUSMM,  OMS., Studio del  comandante Candido Bigliardi,  b. 4.

 

 

Francesco Mattesini

 

Roma, 3 Agosto 2017

 


Messaggio modificato da Francesco Mattesini, 03 agosto 2017 - 16:48

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Francesco Mattesini
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Grazie a Nereo e Francesco. Il Saggio, direi libro, con cartrine e fotografie sarà di circa 400 pagine.

 

Cordialmente

 

Franco


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