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I condizionamenti nello sviluppo della Regia Marina negli anni ‘30.


CARABINIERE
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I condizionamenti nello sviluppo della Regia Marina  negli anni ‘30.

 

Quando si analizza lo sviluppo della Regia Marina dopo la 1^ Guerra Mondiale, spesso ci si dimentica che la stessa Regia Marina godeva di scarsissimo potere decisionale ( e  spesso neppure propositivo) e che per tutto il ventennio fu “sotto tutela”…

 

Nel 1923, con il programma di potenziamento e di ristrutturazione delle Forze Armate, furono posti a capo dei Ministeri della Guerra e della Marina il Generale Diaz e l’Ammiraglio Thaon di Revel, con l’ apparente desiderio di coinvolgere nelle decisioni politiche esponenti militari di grande prestigio e con largo seguito nelle rispettive FFAA.

Questo indirizzo sparì presto, quando con la legge dell’8 maggio 1925 veniva istituito lo Stato Maggiore Generale, subordinando praticamente la Marina alle dipendenze del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito poiché questi era anche il Capo di S.M. Generale.   Il malessere nella RM fu tale che  Thaon di Revel si dimise per la sancita dipendenza dall’Esercito dello sviluppo e dell’impiego della Marina, nel contesto di una visione di guerra prettamente terrestre.     

 

Non solo la Marina da questo momento fu subordinata ad una visione strategica non consona alla sua esperienza ma neppure a quella proiezione regionale e  globale  a cui aspirava il Paese, ma si acuì anche la dipendenza dal potere politico quando, accettate le dimissioni di Tahon di Revel, il Ministero della Marina passò ad interim nelle mani del Capo del Governo che aveva accentrato nella sua Persona i dicasteri della Guerra, degli Interni, degli Esteri e della giovane Aeronautica.  In pratica da questo momento gli indirizzi e l’effettiva guida degli affari militari rispondeva anche agli obbiettivi propagandistici del Governo, e le commesse dipendevano anche dalla vulnerabilità del governo alle lobbies industriali che certamente avevano appoggiato l’ ascesa del regime.

 

Intorno agli anni trenta la ricostruzione della flotta era già delineata, non tanto come strumento navale ma come proiezione di immagine,  inquadrata nella situazione storica di quel periodo e nella politica estera che il regime stesso perseguiva, facendo propria la tesi che in tempo di pace le Marine determinino le gerarchie delle nazioni, ed in particolare che la potenza della flotta doveva essere il sostegno della politica estera.   Il tutto rigidamente ancorato alle conclusioni della grande guerra, compresa la “vittoria mancata”, in precario equilibrio tra un atteggiamento di diffidenza verso Inghilterra e Francia e nello stesso tempo di ricerca di un compromesso.

 

Nei confronti della Marina il programma del governo si rivelò – almeno sulla carta - ambizioso, anche se non rispondeva alle reali esigenze della Marina, sia per le caratteristiche delle unità sia per la realizzazione in tranches troppo accelerate (a favore dell’ industria navale) per permettere la valutazione di eventuali errori e la loro correzione.  

Un programma quasi di guerra,  come cadenza, portato avanti con inusuale decisione e sacrifici finanziari per la Nazione, a favore di una ricostruzione e proiezione industriale fittizie, anche a scapito di quelle che avrebbero potuto essere le reali esigenze della Regia Marina.

In termini di potere navale e reale rispondenza dello strumento navale andò cosi in gran parte vanificato lo sforzo economico e finanziario del Paese, quando nel quadro del previsto potenziamento gli stanziamenti per la Marina subirono continui aumenti passando dai 770 milioni di lire del 1923-1924 (120 dei quali destinati alle nuove costruzioni contro i 48 dell’anno precedente) agli oltre 1.000 milioni del 1926-1927 dei quali oltre 210 per nuove costruzioni.

Nel 1926-’27 vennero inoltre stanziati - finalmente - anche 100 milioni per l’ espansione e l’ ammodernamento delle basi, condizione anche per assicurare un maggior raggio di azione alla squadra.      

 

Con tali stanziamenti i programmi navali prevedevano: due incrociatori pesanti da 10.000 tonnellate, i “Trento”; 4 incrociatori leggeri, il primo gruppo della classe “Condottieri”; 12 esploratori classe “Tarigo”; e poi 12 caccia, 19 sommergibili, 7 mas, 7 posamine, 7 navi ausiliarie.

Lo sviluppo della flotta negli anni trenta fu quindi teso a realizzare, in attesa del rinnovamento della linea delle navi da battaglia, un nucleo di unità, solo formalmente rispondenti alle linee del trattato di Washington, ma non esistette mai un quadro di riferimento per un bilanciato incremento delle capacità industriali (cantieri ma soprattutto stabilimenti meccanici dedicati all’ industria navale) in linea con l’ evoluzione globale delle tecnologie e degli apparati.   Macroscopico ed ingiustificabile il ritardo nrll’ adozione della saldatura elettrica ad arco, fondamentale per le unità navali, determinante anche per equilibrare le caratteristiche delle unità pur nel rispetto dei termini dei trattati (bastava vedere l’ esperienza e l’ impegno dell’ “alleato” tedesco.

 

Per un programma tutto teso a massimizzare la velocità delle unità, assurdo ed ingiustificabile il ritardo, incolmabile, nello studio e nell’ applicazione dell’ ottimizzazione del ciclo vapore:  alcune unità italiane, come conseguenza di questo avevano apparati motore dell’ ordine dei 50 kg di peso per CV/asse, quando le altre marine partirono da condizioni intorno ai 30 kg di peso/Cv asse per tendere a valori inferiori ai 20 Kg.   Lo stesso dicasi per i consumi specifici, gr/CvH

 

Di fatto si adattò – appiattendolo verso il basso -  lo sviluppo della flotta alle capacità industriali presistenti, senza imporre alla connivente industria di regime  ricerche, sviluppi, acquisizione di nuove tecnologie;  il mito dell’ autarchia nascose molte delle deficienze industriali del paese, che aumentarono paurosamente nel corso del decennio.

Il mito dell’ autarchia ed il mito della visibilità, che in tempo di pace poteva venire espresso da velocità strabilianti richieste (in condizioni del tutto particolari) alle nuove costruzioni.

 

Lo Stato Maggiore della Marina si preoccupò di tale lacuna tentando  di puntare su tipi di nave, e soprattutto caratteristiche,  più idonei al compito di costituire una flotta bilanciata, idonea ad operare in tutto il Mediterraneo ed in parte negli oceani, con al centro una Squadra, spina dorsale del potere navale, in cui la solidità costruttiva desse più ampie garanzie.         

Il mito della velocità portò a condizionare i progetti ed a trascurare, soprattutto per le unità minori, l’ equilibrio tra le varie componenti di un progetto navale.    Non solo vale ricordare che la velocità cresce con il quadrato della potenza, ma bisogna ricordare che gli apparati motore prodotti in Italia segnavano già all’ inizio degli anni 30 un margine notevole di ritardo ed obsolescenza, che si ampliò ancora nel corso del decennio.

Nell’ esponente di peso delle unità navali italiane (ma anche dei grandi transatlantici dell’ epoca) l’ A.M. aveva un “peso” (non solo fisico) preponderante, a scapito di tutti gli altri parametri, comprese autonomia e vivibilità, per volutamente omettere i fondamentali protezione ed armamento.

 

Il rispetto dei termini dei trattati fu risibile, pieno di sottigliezze ed omissioni, e comunque indebolì molto (e non solo in Italia) la “buona pratica” delle progettazione e della costruzione navali.

Le velocità furono raggiunte in condizioni di carico e dislocamento ben lontane dalle condizioni in cui effettivamente operarono le navi (basti pensare che alcune torpediniere, con dislocamento alle prove di 740 T, quando raggiunsero 35 nodi, operarono in guerra con un dislocamento superiore alle 1000 T,  con evidente decadimento delle prestazioni)

L’ autonomia era data riferita ad una velocità di crociera minima (12 /15 nodi, a volte persino difficile da mantenere) che non rispondeva minimamente alle necessità operative ;  caccia dati con autonomia teorica di 4000 mg a 15 nodi, nelle operazioni di squadra (ma anche in quelle di scorta convogli con il zigzagamento e le rapide variazioni di andatura) scarsamente disponevano di 2000 mg di autonomia, e nulla fu fatto per rifornimenti in mare o simili (anche se in particolari condizioni, in rada e comunque in condizioni sicure, era previsto il rifornimento delle unità sottili da parte delle unità maggiori)

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  • 2 months later...

Guardando un po’ indietro:  noi e la guerra tecnologica, arroganza, miopia, incapacità, speculazione

 

La storia navale non è fatta solo di cronaca, non è fatta (anche se sembra, e cosi è intesa da molti) solo di puntigliose ricostruzioni cinematiche e temporali, oppure di sottili disquisizioni estetiche, con competizioni di spotting, corredate più o meno di aneddoti, ma è fatta anche di perché, perché politici, perché strategici, ma anche perché tecnici ……  credo sia giunto il momento che si parli anche di storia della tecnica, investendo un poco anche sulla conoscenza de problemi e dei parametri fondamentali di una nave  .….  magari cominciando da una maggiore conoscenza degli apparati motori.      

 

Per la storia tecnica credo sia giunto il momento di fare chiarezza, per quanto riguarda la Regia Marina ed anche per gli uomini che in essa si sono sacrificati per un’ ideale, di Patria e di Nazione.  

Chi ha servito nei primi anni della MMI, ancora su navi con branda e gamella, a contatto di gomito con “quelli di sottocastello” non poteva che guardare stupito quelle condizioni  poco umane confrontandole con quelle di altre marine, e poi della Marina che è sopraggiunta, con la fortuna di coloro che  successivamente hanno potuto “vivere” navi sempre più moderne.

 

Occorre rendersi conto  che  un apparato motore dovrebbe essere lo strumento che permette ad una nave “equilibrata” di andare per mare ed assolvere i compiti che le sono stati assegnati (sia come specifica di progetto sia per esigenze operative) ed essere consapevoli,  forti dell’ esperienza acquisita con le costruzioni dei primi programmi postbellici e poi delle leggi navali, ormai due, che nel periodo tra le due guerre , più per scelta politica e pressioni di lobbies che per scelta strategica,  soprattutto per ragioni di immagine, ci siamo trovati di fronte all’ assurdo di navi fatte per portare a spasso gli apparati motori, esibendo alte velocità, mettendo in secondo piano e minore priorità le altre caratteristiche, apparati che poi solo sulla carta ed in condizioni eccezionali fornivano quelle prestazioni tanto sbandierate.

Per descrivere molte delle navi prodotte (scafi, a.m., dotazioni) negli anni 30 per la Regia Marina bisogna forse ricorrere ad un brutale paragone, quello della vendita sulle spiagge e per le strade di prodotti contraffatti, soprattutto borse e borsette.   Molto simili a quelle delle grandi griffes, a volte perfette come sembianze, alla prova dei fatti mostrano la corda, per i materiali di cui sono fatte, più ancora che per la forma e la  cura con cui sono fatte.   

 

La Regia Marina e la sua gente sono state mandate a combattere, e spesso a morire, con mezzi contraffatti, contraffatti perché la nostra industria non  disponeva né degli impianti né dei materiali adatti e non lo ammetteva, perché le imprese tacevano e speculando preferivano investire in lobbies e rapporti politici piuttosto che in ricerca ed innovazione, in relazioni e licenze con imprese straniere .

 

Mancando queste premesse, e mancando la possibilità di scambi e di confronto con “cose” diverse, con pensieri diversi, e di conseguenza aggregazioni ed economie  di scala, poco contarono molte brillanti invenzioni,soluzioni che sarebbero state favorevoli per la RM e l' industria stessa.

 

La Regia Marina, nei suoi primi cinquant’ anni - riscattandosi da Lissa e con un indubbio peso politico e partecipazione alla vita nazionale - arrivò tutto alla 1^ GM con mezzi all' altezza dei tempi, appoggiata da industria aperta, un' industria collegata, anche come investimenti, all'industria internazionale; si spense con la “vittoria”, forse una vittoria mancata, incompiuta.

Tra le due guerre mancarono i collegamenti, mancò soprattutto la spinta alla ricerca ed all' innovazione da parte dell' industria, chiusa su se stessa, arrogante, chiusa a speculare e tesaurizzare quanto aveva acquisito con lo sforzo bellico della  1 GM, e su questa base e con queste (in)capacità si affrontò e si combatté la 2^GM, che fu un conflitto tecnologico, che ci schiacciò.

 

L’ autarchia fu un’ invenzione solamente intellettuale che ammantò tutto, nascose incapacità e corruzione, fece brillare menzogne, presunzione ed arroganza, lasciando spesso le FFAA al margine, anzi tacitandole: per la Regia Marina il punto massimo dell’ inganno fu raggiunto con la rivista H del 1938, un’ esibizione di altri tempi, che solo si può paragonare allo sciorinio estivo dei “vu cumprà..” sulle nostre passeggiate e strade ….  

 

Con la  Marina Militare è faticosamente nata un’ altra Marina, in un’ epoca di povertà ma di maggiore etica e coerenza, con ufficiali che come a Lissa avevano imparato una dura lezione; ne portiamo l’ insegnamento ed i segni  …..   speriamo che un’ occhiata al recente passato ci serva da lezione per il futuro, adesso che bisogna guardare almeno all’ Europa ..

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