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Il danneggiamento dell'incrociatore SAVANNAH al largo di Salerno


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Il 9 settembre 1943, alle 15.42, una bomba teleguidata tedesca Ruhrsthal SD 1400, meglio nota come Fritz X, colpì la nuovissima corazzata italiana ROMA, ammiraglia della Regia Marina. Cinque minuti dopo una seconda bomba ne provocò l’affondamento.

Sono argomenti ben noti, sui quali è inutile dilungarsi.

Spesso, nello scrivere delle Fritz X, dopo l’affondamento della ROMA si fa cenno al danneggiamento della corazzata inglese WARSPITE una settimana dopo a Salerno.  La vecchia super-dreadnought resistette al colpo e, dopo gli opportuni lavori di raddobbo, continuò la guerra partecipando, fra l’altro, allo sbarco in Normandia.

L’utilizzo delle Fritz X si chiuse rapidamente, la superiorità aerea alleata rendeva impossibile ai bombardieri tedeschi avvicinarsi alle flotte avversarie per poter lanciare le bombe guidate. Il bilancio finale fu di due navi affondate (la ROMA ed una nave ospedale britannica) e cinque danneggiate (due corazzate e tre incrociatori).

Raramente mi è invece capitato di leggere qualcosa sul danneggiamento dell’USS SAVANNAH (CL 42).

L’incrociatore leggero SAVANNAH, classe BROOKLYN, quarta nave della U.S. Navy a portare il nome della città della Georgia, era stato impostato il 31 maggio 1934 a Camden, presso i New York Shipbuilding Corp., varato l’8 maggio 1937, consegnato il 10 marzo 1938.

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(Foto NH 108686)

Nei concitati giorni dell’Armistizio e dello sbarco a Salerno il SAVANNAH era incaricato, insieme ad altre unità alleate, di assicurare il supporto di fuoco alle truppe sbarcate e presto duramente contrastate dai Tedeschi, si metteva a frutto l'esperienza accumulata in Sicilia durante le prime fasi dell'operazione Husky.

Lasciato il porto di Mers-el-Kebir il 5 settembre, il SAVANNAH iniziò ad operare nei pressi di Salerno nella notte del 9 settembre, dopo che i dragamine avevano aperto dei varchi negli estesi campi minati della zona. Il 9 ed il 10 settembre passarono per intero fra richieste di appoggio di fuoco delle truppe a terra ed allarmi aerei.

L’11 settembre l’alba era calda e limpida, nulla nella foschia lasciava presagire la tragedia in arrivo. L’incrociatore, costretto a rimanere distante dalla costa dai campi minati non ancora bonificati, si preparava a continuare l’opera di appoggio di fuoco alle truppe della testa di ponte salernitana.

Improvvisamente, alle 09.44, le vedette della nave avvistarono un bombardiere tedesco Do 217E-5 del Gruppe III del Kampgeschwader 100, che “usciva dal sole”. Il Dornier trasportava una bomba planante antinave guidata FX 1400 (Fritz-X) identica a quelle che avevano affondato tre giorni prima la corazzata ROMA.

Alcuni P-38 dell’USAAF tentarono senza successo di intercettare l’aereo tedesco, che riuscì a lanciare la sua bomba.

L’ordigno si precipitò verso la nave, producendo uno strano sibilo mentre colpiva la piastra di copertura della terza torre prodiera da 152 mm con un angolo di circa 20° dalla verticale, sollevando una massa di frantumi dalle zattere di salvataggio in balsa sistemate sul cielo della torre stessa

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Didascalia tradotta dall’originale: Il Fritz X fa irruzione nella torretta III del SAVANNAH mentre si allontana da Salerno, alle 09.44 dell’11 settembre 1943. La bomba penetra attraverso la torretta e in profondità nello scafo ed esplode, l’esplosione si sfiata attraverso la parte superiore della torretta ed anche attraverso lo scafo della nave sotto la linea di galleggiamento. In primo piano passa una motosilurante (PT). (Fotografia US Navy NH 95562, Naval History and Heritage Command)

 

La bomba penetrò negli organi vitali della nave ed esplose nei locali inferiori per lo stoccaggio delle munizioni. L’attacco aveva ucciso gli artiglieri della torretta ed una squadra di controllo dei danni, scuotendo violentemente la nave. L’esplosione del Fritz X causò un grosso squarcio nel fondo della nave a sinistra della linea centrale e lo spegnimento delle caldaie.

Il dettaglio dei danni è visibile in questo disegno di provenienza U.S. Navy.

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Segue …

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3 ore fa, Francesco De Domenico ha scritto:

Un episodio, come quello della WARSPITE,  che rincara i dubbi sul livello di protezione delle LITTORIO... per non parlare delle CESARE e CAVOUR, ma lì c'era la giustificazione del raddobbo sbagliato ... 

Sottotraccia ;) è il mio pensiero.

Continuo più tardi.

 

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Didascalia tradotta dall’originale: questa foto di prua di dritta scattata pochi istanti dopo con la nave ancora in marcia e le torrette orientate verso la riva. Il fumo si leva dall’incrociatore colpito che già si inclina leggermente a babordo. (Fotografia dell’US Army Signal Corps SC 243636, National Archives and Records Administration, Still Pictures Division, College Park, Md.)

Un incendio divampò nella torretta colpita, bruciando ed emettendo grandi volumi di fumo, che ricoprì completamente la parte anteriore della nave prima che le squadre di controllo dei danni riuscissero a spegnere le fiamme. L’acqua entrata attraverso le aperture nello scafo provocate dall’esplosione contribuì allo spegnimento dell’incendio. Il fumo ed i vapori tossici riempirono istantaneamente gli spazi delle due torri anteriori contigue a quella colpita, causando gravi perdite tra gli equipaggi. Quasi tutti i compartimenti al di sotto del terzo ponte si allagarono. Anche l’elettricità non veniva più erogata ed il SAVANNAH era fermo in mare con il ponte di prua quasi allagato, mentre lo sbandamento aumentava ad otto gradi in soli tre minuti.

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Didascalia tradotta dall’originale: Una vista ravvicinata a dritta del SAVANNAH poco dopo enfatizza l’enorme forza distruttiva della bomba, mentre la nave inizia ad appruarsi. Notare che il cannone sinistro da 6 pollici nella torretta III è abbassato verso il ponte. (Fotografia dell’US Army Signal Corps SC 364342, National Archives and Records Administration, Still Pictures Division, College Park, Md.)

Un’altra bomba teleguidata, nel frattempo, aveva mancato di poco l’incrociatore PHILADELPHIA esplodendo a poca distanza, causando pochi danni, che non impedirono alla nave di proseguire nei combattimenti di appoggio di fuoco alle truppe sbarcate a Salerno.

 

Segue ...

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Nonostante la perdita di energia elettrica ed il temporaneo guasto delle comunicazioni, le squadre di controllo dei danni lavorarono risolutamente alla luce delle lampade automatiche e, dopo quindici minuti, riuscirono a controllare l’incendio, anche se per spegnerlo furono necessarie oltre due ore. Otto minuti dopo l’impatto della bomba vi fu un’esplosione all’interno della torretta colpita, forse un proiettile da 152 mm, che colpì in pieno gli uomini che tentavano di mettere sotto controllo l’incendio

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Didascalia tradotta dall’originale: Gli uomini dell’equipaggio spruzzano acqua nella torretta fumante e i loro compagni sistemano tristemente le vittime (a destra nell’immagine). (Fotografia della US Navy (82-G-54357, National Archives and Record Administration, Still Picture Division, College Park, Md.)

 

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Didascalia tradotta dall’originale: Alcuni membri del team medico della nave si prendono cura dei feriti in una stazione di pronto soccorso improvvisata sul castello di prua. (Fotografia della US Navy 80-G-54355, National Archives and Records Administration, Still Pictures Division, College Park, Md.)

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L’equipaggio, dopo la dura lotta con le fiamme, riuscì a ripristinare la pressione del vapore nei motori principali, ripristinando la funzionalità dell’impianto elettrico in tutta la nave (tranne la parte colpita dalla bomba). Collaborarono due rimorchiatori d’altura della U.S. Navy AT-71 HOPI e AT-87 MORENO.

Il rapporto sui danni della nave osservava che "la bomba è esplosa nel mezzo dei caricatori della batteria principale e secondaria, un luogo che per certo avrebbe potuto causare l'immediata e violenta distruzione della nave". Aggiunge poi che il SAVANNAH ha assorbito il colpo “in modo tale che la sua sopravvivenza non fosse mai in pericolo. Che ciò fosse così è attribuibile sia alla robustezza dello scafo che all'eccellenza generale delle misure adottate dal personale di SAVANNAH per controllare i danni”. Il rapporto concludeva inoltre che "un'organizzazione di controllo dei danni quasi perfettamente funzionante era forse la caratteristica eccezionale dal punto di vista operativo".

L'attacco uccise 197 uomini del SAVANNAH e ne ferì gravemente altri 15.

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Didascalia tradotta dall’originale. Le coperte coprono gli uomini che hanno pagato il prezzo più alto per la libertà. (Fotografia 80-G-54353 della US Navy, National Archives and Records Administration, Still Pictures Division, College Park, Md.)

I caduti furono poi trasferiti a terra per la sepoltura, mentre i feriti furono imbarcati sulla nave ospedale inglese ABA.

Scortato dall’incrociatore PHILADELPHIA e dai cacciatorpediniere BENSON, NIBLACK, MAYO e PLUNKETT, il SAVANNAH, riaccese tutte le caldaie e si avviò verso Malta ad una velocità variabile fra 12 e 18 nodi; transitò dallo Stretto di Messina alle 06.45 del 12 settembre ed al tramonto della stessa giornata raggiunse il Grand Harbour di Malta. I lavori di rammendo sul SAVANNAH furono effettuati nel bacino di carenaggio n. 2 di La Valletta dal 19 settembre al 5 dicembre 1943.

Raggiunti gli Stati Uniti, l’incrociatore fu rimesso a nuovo presso i Philadelphia Navy Yard fra il 23 dicembre 1943 ed il 4 settembre 1944. L’11 settembre 1944, alle 09.30, Il SAVANNAH poté sparare con le sue artiglierie principali una salva commemorativa in onore degli uomini persi a Salerno.

La nave salutò il nuovo anno prendendo parte allo storico viaggio che portò il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt nel Mediterraneo e poi verso la Crimea per una conferenza con il primo ministro britannico Winston Churchill ed il premier sovietico Joseph Stalin … ma questa è un’altra storia che ha benissimo raccontato il nostro Presidente sull’ultimo Bollettino AIDMEN.

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Per quanto sopra sono debitore delle pagine del “Naval History and Heritage Command”, di quelle dei “National Archives and Record Administration”, del Dictionary of American Naval Fighting Ships (DANFS), oltre quelle di Paul H. Silverstone “US Warships of World War II”, Ian Allan, Londra, 1965 reprinted 1982

 

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L'episodio, con le solite fotografie, é stato riportato nel mio saggio nella la mia pagina in academia edu:

Attualmente é in corso di stampa, con lo stesso episodio, il mio libro:

 

LO SBARCO DEGLI ANGLO AMERICANI NELLA PENISOLA ITALIANA

 

                                                LE OPERAZIONI “BAYTOWN” e “AVALANCHE”       

Settembre 1943

                                                                                                  

                                                                                                      FRANCESCO MATTESINI

 

Capitolo XI

 

IL MICIDIALE IMPIEGO DELLE BOMBE PLANANTI E DELLE BOMBE RADIOCOMANDATE TEDESCHE

 

 

 

         Come abbiamo detto, le prime incursioni aeree tedesche, generalmente condotte all’alba con gli assaltatori, e al tramonto e durante la notte con i bombardieri, non avevano preoccupato fino ad allora agli Alleati gravi perdite, ma ad iniziare dall’11 settembre la 2a Luftflotte impiegò le sue nuove bombe perforanti Ruhrstahl PC.1400/X, a caduta libera ma con possibilità di dirigerle sull’obiettivo.

         La PC.1400/X, era una bomba perforante corazzata di una tonnellata e mezzo, progettata dal dottor Max Kramerm. Era in dotazione soltanto ai velivoli Dornier Do.217 K-2 del Gruppo III./KG.100 del 100° Stormo Bombardamento (con base a Istres nella Francia meridionale), che la impiegarono per la prima volta il 23 luglio 1943 contro navi all’ancora nel porto di Siracusa e poi, il 29 agosto, contro unità da guerra britanniche in navigazione presso l’Isola di Alboran, entrambe le volte senza conseguire alcun successo. Ma poi, il pomeriggio del 9 settembre le PC.1400 X, sganciate da undici velivoli Do.217 K-2 del III./KG.100, al comando del maggiore Bernhard Jope, avevano affondato con due colpi a segno la nuovissima corazzata italiana Roma al largo dell’Asinara, e danneggiato con un'altra bomba la corazzata Italia (ex Littorio) entrambe dal dislocamento superiore alle 41.000 tonnellate.

Ma oltre alla PC.1400/X, i tedeschi avrebbero impiegato a Salerno anche la bomba radiocomandata HS.293, che equipaggiava i velivoli Do.217 E2/R 10 del II./KG.100, anch’essa impiegata l’11 settembre al largo dell’Asinara e che affondarono il cacciatorpediniere italiano Vivaldi (capitano di vascello Francesco Camicia). Mentre la HS.293 era previsto fosse impiegata contro bersagli scarsamente  corazzati, la  PC.1400/X  doveva essere impiegata, di massima, contro bersagli fortemente protetti. Essa corrispondeva all’incirca alla bomba mina da 1.400 chili ed aveva una carica di scoppio relativamente piccola, di 300 chili di alto esplosivo. Per contro, la bomba, la cui traiettoria in caduta libera poteva essere controllata per mezzo radio dall’aereo che l’aveva sganciata da alta quota, possedeva un’enorme forza di penetrazione. Tuttavia, partendo dall’alto, sulla perpendicolare del bersaglio, poteva essere comandata durante la caduta soltanto in misura limitata (± 800 metri nella direzione del volo, ± 400 metri lateralmente).

Quanto al velivolo Dornier Do.217 che equipaggiava i due gruppi del 100° Stormo Bombardamento, era un bimotore dalla lunga fusoliera, successore del Do.17, ma più grande e più veloce del suo predecessore possedendo motori di maggiore potenza e in grado di trasportare un carico bellico più che doppio. Esso infatti era dotato di due motori radiali B.M.W. in grado di erogare 1580 cavalli al decollo e di imprimere una velocità massima di 533 km/h (515 Km/h a 6.000 metri di quota), ed era in grado di raggiungere un’altezza di 9.000 metri. Poteva portare fino a 4.000 chili di bombe, in parte sistemate in rastrelliere esterne ordinate sotto le ali. Nelle azioni con bombe radiocomandate Hs.293, gli ordigni, uno o due per velivolo, erano appunto ubicati sotto le ali.

Le bombe, PC.1400/X chiamate anche Fritz X, dopo lo sgancio raggiungevano una velocità di circa 250 metri al secondo alla fine della traiettoria e non potevano perciò essere evitati in specchi d’acqua affollati come quelli al largo di Salerno. In questa zona di mare i loro primi obiettivi furono la grossa cannoniera olandese Flores e gli incrociatori statunitensi Philadelphia e Savannah.

Ciò avvenne l’11 settembre. Le due prime unità riportarono soltanto alcuni danni per esplosione delle bombe in prossimità dei loro scafi, e qualche perdita, tra cui quindici feriti sul Philadelpia, la nave comando del contrammiraglio Davidson, attaccata alle 09.50. Dieci minuti dopo il gemello Savannah (capitano di vascello Robert Webster Carey) fu colpito in pieno proprio davanti al ponte di comando da una PC.1400/X. La bomba, sganciata da un aereo avvistato ad una quota di circa 6.000 metri, scendendo obliqua lasciandosi dietro una scia di fumo, cadendo a prua della torre n. 3 del Savannah, attraversando tre ponti, esplose violentemente nel sottostante deposito delle munizioni della torre uccidendo quanti uomini vi erano assieme a quelli che si trovavano presso la sala caldaie. L’esplosione aprì sullo scafo un buco di 10 metri e causando in chiglia, sul lato sinistro, una grande falla.

L’equipaggio dell’incrociatore, che per quindici minuti restò privo di energia, lotto contro incendi ed esplosioni secondarie innestate dalle fiamme. Poi, grazie all’acqua di mare che penetrò attraverso lo squarcio nello scafo, l’incendio fu domato

Ai testimoni oculari delle navi vicine sembrò improbabile che la nave potesse sopravvivere all’enorme esplosione, nondimeno, a differenza della modernissima corazzata italiana Roma, che di bombe ne aveva prese due la seconda delle quali con effetti micidiali, l’incrociatore statunitense, dal tonnellaggio di un quarto di quello della Roma e dalla protezione molto meno leggera, dando ottima prosa di resistenza, con l’assistenza di due rimorchiatori, poté raggiungere il Grande Harbour di Malta. Vi furono a bordo della nave ben 137 morti e 15 feriti, mentre 4 marinai radio operatori rimasti intrappolati in un compartimento di prua sommerso dall’acqua del mare, e con la porta bloccata da detriti, non poterono essere soccorsi per sessanta ore, fino a quando la nave non arrivò a Malta e fu immessa in bacino. Per quegli uomini non è possibile immaginare un’esperienza più terribile

Il Savannah, riparato temporaneamente alla Valletta, partì il 7 dicembre 1943, e facendo scalo nei porti di Tunisi, Algeri, e alle Bermude, il 23 dicembre raggiunse l’arsenale di Filadelfia. Le riparazioni definitive dell’incrociatore durarono otto mesi, per poi rientrare in servizio il 4 settembre 1944, partecipando alle operazioni di guerra nel Pacifico.

La notte tra il 12 e il 13 settembre i Do.217 del capitano Gerhard Döhler, che il giorno 10 aveva sostituito nel comando del III./KG.100 il maggiore Jope, tornarono ad attaccare il naviglio nel Golfo di Salerno assieme ai bombardieri Ju.88 della II Luftflotte decollati dagli aeroporti italiani. Il piroscafo britannico Lyminge fu colpito e danneggiato da bombe convenzionali. Dagli attacchi non rientrarono alla base cinque bombardieri, due Do.17 del II./KG.100, che erano armati con le bombe radiocomandate Hs.293, e tre  Ju.88, uno del I./KG.30 e due del II./KG.76.

         L’indomani 13 settembre, come vedremo, le truppe tedesche, rinforzate anche da alcuni reparti provenienti da Roma (dove avevano soffocato in poco più di una giornata la resistenza opposta dalle forze italiane, che avevano combattuto soltanto con piccole aliquote delle sei divisioni disponibili, per poi arrendersi dopo la fuga del Re con la corte e i ministri militari (che poi raggiunsero Brindisi consegnandosi agli Alleati), scatenarono verso le spiagge di Salerno un potente contrattacco. Come abbiamo descritto vi parteciparono circa duecento tra carri armati e cannoni d’assalto, che attaccarono sul punto di congiunzione fra le forze britanniche, a nord verso Salerno, e statunitensi a sud nella zona di Paestum.

         Contemporaneamente il feldmaresciallo Kesselring ordinò al feldmaresciallo Von Richthofen di intensificare gli attacchi con la 2a Luftflotte e nel pomeriggio, alle 14.40, del 13 settembre, mentre l’incrociatore britannico Uganda (capitano di vascello William Gerrard Andrewes) stava bombardando le posizioni tedesche sulla spiaggia settentrionale, fu attaccato da un Do.217 del III./KG.100, che volava molto alto. Dal velivolo si staccò la bomba PC.1400/X, e scese con una lunga corsa emettendo la solita scia di fumo. Quando fu circa sulla verticale dell’incrociatore, la bomba picchiò con un angolo molto acuto e alle 14.40 colpi sul lato di dritta la poppa dell’Uganda, per poi attraversare sette ponti ed esplodere sotto la chiglia. Pur avendo imbarcato, attraverso una grossa falla, circa 1.300 tonnellate d’acqua, anche questa unità della classe “Colony”, ottimamente costruita, dopo essersi fermata con le caldaie spente, e avendo riportato la morte di sedici uomini dell’equipaggio, e sette feriti, scaricando il materiale più pesante e pericoloso,  poté riprendere la navigazione con uno solo dei quattro motori in funzione. Quindi al traino del rimorchiatore statunitense Narragansett (tenente di vascello Charles John Wichmann), e con la scorta di due cacciatorpediniere,  l’incrociatore fu trascinato a Malta, dove fu sottoposta a riparazioni temporanee.

L’Uganda, traversando l’Oceano Atlantico con una sola elica in funzione, fu riparato negli Stati Uniti a Charleston (South Carolin), dove era arrivato il 27 novembre, per poi essere trasferito il 21 ottobre 1944 alla Reale Marina canadese. Durante l’attacco aereo si verificò la perdita di 2 Do.217 del III./KG.100 e di 1 assaltatore FW.190 del KSG.10.

Per rimpiazzare l’Uganda nel gruppo da bombardamento settentrionale furono inviati gli incrociatori, nostre vecchie conoscenze, Aurora e Penelope, della 12a Divisione che il 9 settembre avevano partecipato allo sbarco a Taranto. Essi raggiunsero la zona di Salerno alle ore 08.00 del mattino del 14, ed entrarono subito in azione con i loro sei pezzi da 152 mm.

                Lo stesso giorno 13 in cui fu colpito l’Uganda, venne affondata  da una bomba PC.1400/X la nave ospedale britannica Newfoundland, e furono danneggiati, gravemente per la stessa causa la nave Liberty statunitense Bushrod Washington, e da bombe normali  il piroscafo statunitense James W. Marshall,  i cacciatorpediniere di squadra britannici Loyal e Nubian, e la nave cisterna di squadra britannica LSI Derwentdale.

            Alle 05.00 del 13 settembre, la nave ospedale Newfoundland (capitano John Eric Wilson) fu colpita da una bomba radiocomandata Hs.293 sganciata da un velivolo Do.217 del II./KG.100, a 40 miglia nautiche (74 km) al largo di Salerno.[1] La bomba colpì a poppa il ponte delle barche A bordo della nave, che trasportava solo due degenti e trentaquattro membri dell'equipaggio, le comunicazioni si interruppero e l’attrezzatura antincendio andò completamente distrutta. Il cacciatorpediniere statunitense Mayo (capitano di corvetta Frederic Shrom Habecker) raggiunse la Newfoundland per salvare i degenti e mandò a bordo degli uomini per aiutare a controllare i danni alla nave, sulla quale era scoppiato un incendio Ci fu un'altra esplosione e apparve chiaro che anche i serbatoi della nafta si erano incendiati. Mentre i feriti dell’equipaggio venivano trasportati sul Mayo, dodici membri dell'equipaggio tentarono per trentasei ore di arrestare il fuoco, senza riuscirvi. Essendo la nave ormai condannata e fu rimorchiata più lontano da dove si trovava e fu intenzionalmente affondata il giorno dopo l'attacco dal cacciatorpediniere Plunkett (capitano di corvetta Edward Joseph Burke). Nel fare l’appello dei superstiti della nave ospedale risultò che sei infermieri del personale britannico e tutti gli ufficiali medici erano stati uccisi.

La nave da sbarco per fanteria britannica LSI Derwentdale, di 16.782 tsl., fu attaccata in picchiata alle 12.15 di quel giorno 13 da sette bombardieri Ju.88 provenienti controsole. Due bombe caddero vicino al dritto di prora della Derwentdale, altre tre al centro a dritta e altre due colpirono il fasciame in corrispondenza della sala macchine di sinistra con un angolo molto acuto aprendo una larga falla sul fianco della nave. La sala macchini si allagò immediatamente e la Derwentdale cominciò ad abbassarsi di poppa. Per evitarne l’affondamento il comandante, capitano Humphrey, fece mollare il cavo di rimorchio e, trainata dal rimorchiatore Hengist, la Derwentdale fu portata in costa ad incagliare. Appena fu possibile fornire vapore alle pompe di carico della nafta, il rimorchiatore, tramite una manichetta, traverso la nafta dalla LSI, che poi alle 17.30 poté partire a rimorchio per Malta.


[1] La bomba radiocomandata Hs.293, progettata dal professor Herbert Wagnes e in dotazione ai velivoli del II./KG.100,  era  costituita da un bomba  munita di due superfici portanti. Era praticamente un piccolo velivolo senza pilota, con un’apertura alare di quattro metri e dal peso di  900 chili, dei quali 350 costituiti da esplosivo ad alto potenziale. Azionata da un motore di 2160 hp, utilizzante permanganato potassico, che gli imprimeva una velocità di 500 chilometri orari, tale arma rivoluzionaria aveva il vantaggio di poter essere sganciata da una quota di 1.700 metri e a circa 7 chilometri dalla nave attaccata; una distanza che permetteva al velivolo Do.217, nella versione E2/R10, di guidare l’ordigno, dotato di una visibile codetta luminosa, a mezzo di radiocomando fino all’impatto con il bersaglio prescelto, e quindi di sottrarsi, abbastanza agevolmente, alla difesa contraerea delle navi. Le bombe Hs.293 furono impiegate per la prima volta il 25 agosto 1943 nel Golfo di Biscaglia, quando una formazione di dodici Do.217 E5 del II./KG.100, comandata dal capitano pilota Heinz Molinnus, e scortata da sette caccia pesanti Ju.88 C del I./ZG.1, attaccò tre unità di scorta britanniche, danneggiando con colpi caduti vicini allo scafo lo sloop Landeguard. In una successiva azione, portata a compimento il giorno 28 del mese da altri tredici “Do.217” del medesimo gruppo, fu distrutto lo sloop britannico Egret e danneggiato gravemente il cacciatorpediniere canadese Athabaska. Ciò costituì un netto successo della Luftwaffe, perché costrinse all’allontanamento delle unità di scorta britanniche nel Golfo di Biscaglia, dove esse operavano per dare la caccia ai sommergibili tedeschi partenti dalle basi atlantiche della Francia occidentale. Cfr. Ulf Balke, Kampfgeschwader 100 “Wiking”, Stuttgart, lMotorbuch Verlag, 1981, p. 257-258. Un ultimo successo la Hs.293 del II./KG.100 la ottenne il 9 settembre 1943 quando esplodendo vicino al cacciatorpediniere italiano Ugolino Vivaldi, già danneggiato da colpi di cannone sparati da batterie costiere tedesche, ne determinò l’affondamento.

 

 

 

 

 

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Abbandonando a sé stesso il SAVANNAH, possiamo passare dai fatti alle opinioni (le mie).

È normale che dopo aver letto quanto è avvenuto a WARSPITE, SAVANNAH, UGANDA ed alle altre navi colpite dalle Fritz X, il pensiero vada alla sorte della corazzata ROMA.

Si tratta, so bene, di una questione su cui si sono versati fiumi di inchiostro, ma mi permetterete di aggiungere qualche considerazione sparsa:

1 – Ascolto “cori unanimi” che addebitano la perdita della ROMA alla mancata copertura aerea da parte della Regia Aeronautica. Può essere che un ombrello aereo dei cacciatori italiani avrebbe tenuto lontano i bombardieri tedeschi, però vedo che un ombrello ben più corposo, fornito dagli aerei alleati, non riuscì ad impedire l’azione sulle navi alleate a Salerno. Come per la ROMA, i Dornier dovettero giungere quasi sulla verticale dei loro obiettivi e riuscirono a sfuggire alla caccia avversaria e fare il proprio lavoro. La Regia Aeronautica nel settembre 1943 avrebbe surclassato la caccia degli Alleati?

2 – Forse si è magnificata un po’ troppo l’eccellenza costruttiva delle LITTORIO, alcuni parlano di un colpo fortunato per i Tedeschi, ma io ricordo sempre il mio compagno di banco al Liceo che affermava con tranquillità di essere sempre fortunato nelle interrogazioni … se la sera prima aveva studiato. Spero, con queste parole, di non essermi fatto troppi nemici fra i fautori dell’eccellenza militare italiana in ogni campo.

3 – Un ultimo pensiero in libertà va alla rapida scomparsa delle corazzate dalle flotte. Uno dei motivi addotti è l’eccessiva vulnerabilità all’offesa aerea e si porta l’esempio della ROMA e delle due unità inglesi (PRINCE OF WALES e REPULSE) affondate nell’Oceano Indiano dai Giapponesi, Vero, però si omette di ricordare che per affondare la YAMATO furono necessari 13 siluri, tutti da un lato, ed almeno 10 bombe, con il concorso di almeno 400 aerei americani. Simili sono i numeri della MUSASHI. Si parla anche della vulnerabilità delle grandi navi da battaglia alle armi atomiche: pure questo è indiscutibile, dimenticando che, se si fosse arrivato ad uno scambio nucleare sulle flotte, gli ICBM sarebbero già stati in volo a riportare la Terra a prima della comparsa dell’uomo.

 Scusatemi se vi ho annoiato. 😊

 

P.S.: non me ne vogliate se ho scritto “la” ROMA, non è un lapsus calami.

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Grazie  Garufi.

Il problema della vulnerabilità  della Roma, se avete la pazienza di leggerlo, lo troverete nel mio libro:

La Marina e l’8 settembre”, I Tomo, “Le ultime operazioni offensive della Regia Marina e il dramma della Forza Navale da Battaglia”; II Tomo, “Documenti” (in massima parte in fotocopia dall’originale), Ufficio Storico della Marina Militare, Roma, 2002.

Nel secondo Tomo é riportata, al completo, la relazione della Commissione d'Inchiesta.

 

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Il pezzo mancante, che non vuol saperne di essere modificato, é il seguente:

Alle 05.00 del 13 settembre, la nave ospedale Newfoundland (capitano John Eric Wilson) fu colpita da una bomba radiocomandata Hs.293 sganciata da un velivolo Do.217 del II./KG.100, a 40 miglia nautiche (74 km) al largo di Salerno.

La bomba colpì a poppa il ponte delle barche A bordo della nave, che trasportava solo due degenti e trentaquattro membri dell'equipaggio, le comunicazioni si interruppero e l’attrezzatura antincendio andò completamente distrutta. Il cacciatorpediniere statunitense Mayo (capitano di corvetta Frederic Shrom Habecker) raggiunse la Newfoundland per salvare i degenti e mandò a bordo degli uomini per aiutare a controllare i danni alla nave, sulla quale era scoppiato un incendio Ci fu un'altra esplosione e apparve chiaro che anche i serbatoi della nafta si erano incendiati. Mentre i feriti dell’equipaggio venivano trasportati sul Mayo, dodici membri dell'equipaggio tentarono per trentasei ore di arrestare il fuoco, senza riuscirvi. Essendo la nave ormai condannata e fu rimorchiata più lontano da dove si trovava e fu intenzionalmente affondata il giorno dopo l'attacco dal cacciatorpediniere Plunkett (capitano di corvetta Edward Joseph Burke). Nel fare l’appello dei superstiti della nave ospedale risultò che sei infermieri sulle quattordici del personale britannico e tutti gli ufficiali medici erano stati uccisi.

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Caro Garufi

La colpa e mià. Avrei dovuto segnalare il testo in academia edu.

Comunque il libro é parecchio differente, perché gli episodi sono stati approfonditi e integrati con nuovi dati. La mia bozza e di 273 pagine a cui va aggiunto l'indice dei nomi.

Il mio correttore di bozza, molto bravo,  ci sta lòavorando.

Cordialmente

Franco Mattesini

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