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Rivista Marittima Febbraio 2020

Iniziato da Napy , 24.03.2020 - 09:49
#cernuschi

  • Per cortesia connettiti per rispondere
Nessuna risposta a questa discussione

#1

Napy
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Buongiorno,

 

comunico che la Marina Militare, visti i problemi inerenti la pandemia da COVID-19, ha reso disponibile online e scaricabile in pdf, il numero di febbraio (e gennaio) 2020 di Rivista Marittima.

 

http://www.marina.di...CH_FIELD=2020-3

 

Per tutti gli appassionati di storia navale, segnalo un articolo di Cernuschi intitolato "Le Prede e i trofei della Regia Marina durante la Seconda guerra mondiale" in cui si potrà godere di particolari salienti in cui si sostiene che la Marina Italiana, nei giorni successivi l'armistizio, combatté infliggendo gravi perdite ai tedeschi e "Dati i danni inferti....l'operatività delle già modeste forze di superficie della Kriegsmarine nel Mediterraneo occidentale era stata fortemente compromessa". L'autore sostiene altresì che la Marina Militare affondò, tra le altre, la torpediniera TA 11, danneggiò gravemente la gemella TA 9, 4 ex VAS appena catturate, 1 mercantile e catturò la vedetta della Luftwaffe FL.B 412 e 2 mercantili.......

 

Buona lettura


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Marco Ghiglino

Genova
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  • Inviato 24 marzo 2020 - 09:49

#2

Francesco Mattesini
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Se qualcuno mi dice come entrare é un fenomeno. Chiedono l'impossibile. Se qualcuno riesce ad avere l'articolo di Cernuschi, sarebbe bene lo facesse conoscere. Grazie

 

Francesco Mattesini


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  • Inviato 24 marzo 2020 - 11:36

#3

Francesco Mattesini
  • Francesco Mattesini
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Da WIKIPEDIA:

 

Il 9 settembre 1943, dopo la proclamazione dell'armistizio, la TA 11, al comando del Kapitänleutnant Karl Wolf Albrand, e la gemella TA 9 salparono da Napoli insieme al piroscafo ex francese Hans SS Carbet per occupare il porto di Piombino, necessario per l'evacuazione dalla Corsica e dalla Sardegna della 90ª divisione Panzergrenadieren e della Sturmbrigade Reichsführer-SS[6]. Durante la navigazione la formazione prese inoltre sotto custodia quattro vedette antisommergibili italiane, le VAS 201, 214, 219 e 220, catturate poco prima da motosiluranti tedesche[6]. Alle 4.30 del 10 settembre le tre navi giunsero davanti a Piombino e richiesero la rimozione delle ostruzioni, adducendo la scusa di doversi rifornire di carbone: dopo u iniziale rifiuto la richiesta venne esaudita e, una volta in porto, la TA 11 si ormeggiò al molo meridionale mentre la TA 9 si portava al molo settentrionale, in modo da avere sotto tiro tutta l'area portuale: assunto così il controllo della rada, nelle ore successive affluirono a Piombino numerose chiatte, motozattere e motobattelli tedeschi[6]. Nella notte tra il 10 e l'11 settembre le truppe italiane passarono decisamente al contrattacco: le unità tedesche ormeggiate nel porto vennero bersagliate dal tiro delle batterie costiere ed anche di alcuni carri armati italiani[6]. Diverse unità minori furono affondate o messe fuori uso ed entrambe le torpediniere furono gravemente danneggiate mentre cercavano di ritirarsi rispondendo al fuoco[6]. Raggiunta dall'incendio del carburante in fiamme riversatosi in mare da una delle VAS colpite nello scontro, e centrata da vari colpi esplosi dai carri armati, la TA 11 affondò nel porto di Piombino intorno alle cinque del mattino dell'11 settembre[6], in posizione 42°55' N e 10°33' N

 

Non mi ricordo il nome del Reggimento  a cui appartenevano i carri armati, provenienti da Siena. Lo ho scritto da qualche parte delle mie pubblicazioni, ma non ricordo dove:

 

Comunque  il volenteroso stupisce ancora i marinai del Bollettino d'Archivio per le sue scoiperte!

 

Francesco Mattesini


Messaggio modificato da Francesco Mattesini, 24 marzo 2020 - 11:53

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  • Inviato 24 marzo 2020 - 11:51

#4

Francesco Mattesini
  • Francesco Mattesini
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Si trattava del XIX Battaglione carri armati, dislocato nella Pineta di Terranuova (Venturina) e che accorse a Piombino con 20 carri M.42 e 18 Semoventi, prer appoggiare i reparti dell'Esercito e le batterie della Marina che combattevano contro i tedeschi che continuamente facevano affluire in porto mezzi navali. Se si leggono i documento panzane é difficile dirne!


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  • Inviato 24 marzo 2020 - 12:23

#5

Francesco De Domenico
  • Francesco De Domenico
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Mio padre faceva parte del locale Comitato antifascista cittadino. Secondo il suo racconto, il Comitato si impegnò a  fondo per convincere i reparti del Regio Esercito a resistere contro l'occupazione tedesca del porto, facendovi affluire i carri armati ed usando anche  la batteria costiera del promontorio del Falcone che copriva il Canale di Piombino. Riuscì nel suo intento con l'esercito, ma non con la marina, i cui componenti si dettero alla macchia.

 

Franco, il piroscafo ex francese si chiamava semplicemente CARBET, 3.689 tsl/aprile 1920, un cargo costruito da Napier & Miller a Glasgow per la Cie Générale Transatlantique di Le Havre, rilevato dai tedeschi a Marsiglia l'11 gennaio 1943 in base all'accordo Kaufmann-Laval del 23 novembre 1942  e tra i pochi non ceduti all'Italia dai tedeschi. Aveva mantenuto il nome francese pur inalberando bandiera tedesca.


  • Giuseppe Garufi, Napy, Platon Alexiades e un altro piace questo
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  • Inviato 24 marzo 2020 - 12:30

#6

Francesco Mattesini
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Sei sempre in gamba. Grazie delle notizie. Non sapevo il nome del piroscafo. Ma se i marinai delle batterie sono scappati che cosa ha sognato EC.


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  • Inviato 24 marzo 2020 - 13:52

#7

Giancarlo Castiglioni
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L'articolo tratta altri argomenti e di passaggio enumera le perdite della Kiegsmarine durante l'armistizio.

Attribuisce la perdita della TA11 alla Marina; secondo Wikipedia andava attribuita a batterie costiere e carri armati.

Le batterie costiere di Genova appartenevano all'Esercito, ma la maggioranza appartenevano alla Marina.

Quindi probabilmente anche quelle di Piombino erano della Marina. 

Non mi sembra il caso di farne una polemica.


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  • Inviato 24 marzo 2020 - 21:10

#8

Francesco Mattesini
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Se l'autore fosse attendibile, polemiche non ne verrebbero fatte. Avete mai constatato che io abbia polimizzato senza ragione ? Mi faceva l'amico, e le informazioni che gli passavo non le ha mai onorate con lo scrivere, questa notizia mi é stata data da Mattesini.

 

Che stima volete che ne abbia se ha dato  a ogni colpo di una scheggia di cannone che ha colpito una nave britannica  (vedi Lively l'8 novembre 1941) come un successo della Marina che gli inglesi ci avevano nascosto, facendo gongolare gli ignari ex combattenti dell'Arma, quando la notizia era già di dominio pubblico.

 

Se lo hanno accettato all'Ufficio Storico, facendoli scrivere quel libercolo di Punta Stilo. e non solo, é perche,tramite gli amici, anche al vertice, ci sono coloro  che, sognando ad occhi aperti, ritengono che le abbiamo suonate alla perfida Albione; e a quanto mi risulta solo di successi della Marina si deve scrivere!  Il motivo: le missioni internazionali in cui si é a contatto con coloro che hanno vinto.

 

Per questo chi ha scritto prima di lui, revisionando la storia scritta fino agli anni '80, e non parlo solo per me, é stato emarginato.

 

Francesco Mattesini


Messaggio modificato da Francesco Mattesini, 26 marzo 2020 - 11:27

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  • Inviato 25 marzo 2020 - 05:51

#9

Francesco Mattesini
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A pagina 501 del mio libro La partecipazione tedesca alla guerra aeronavale nel Mediterraneo, di cui é curatore per l'introduzione e le conclusioni Alberto Santoni, ed anche  per alla correzione delle bozze, avevo scritto nel 1980:

 

"Quattro vedette antisom italiane, i VAS-208, 214, 219 e 220, furono catturate presso l'Isola d'Elba da unità leggere [tedesche] che le costrinsero ad entrare a Piombino, dove poi queste ultime unità andarono distrutte nel corso di un acceso combattimento, al quale presero parte anche carri armati e cannoni semoventi del Regio Esercito che tra l'altro colarono a picco la torpediniera germanica ex francese L'IPHIGENIE".

 

Questa notizia l'avevo appresa da fonte sicura tedesca.

 

Dopo 42 anni, evidentemente, impiegando i "volenterosi", si sente il desiderio di fare una revisione storica, all'incontrario, prendendoci il merito di quello che non ci appartiene.

 

FM


Messaggio modificato da Francesco Mattesini, 25 marzo 2020 - 13:36

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  • Inviato 25 marzo 2020 - 13:34

#10

Giancarlo Castiglioni
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Intendevo dire che se si voleva criticare quanto scritto da Cernuschi c'erano motivi più validi.

Prima di tutto, se voleva celebrare quanto fatto nell'occasione dalla Regia Marina, scrivere "i tedeschi hanno affondato la Roma" e qualche riga dopo "noi abbiamo affondato la TA11", non era molto efficace.

Più interessante quanto è scritto nella seconda parte dell'articolo.

Cernuschi sostiene che nei contatti precedenti all'armistizio, gli USA (non gli inglesi) si fossero in qualche modo impegnati a non cedere ad altri paesi unità della Regia Marina.

Nel dopoguerra, per tener fede a questo impegno, gli USA avrebbero ceduto alla Marina Militare alcune unità a compenso di quelle cedute.

Io non credo che questo impegno ci sia mai stato e credo che comunque tra i due fatti non ci sia nessuna relazione.

Le unità cedute nel dopoguerra erano semplicemente surplus della US Navy, cederle non è stato un gran sacrificio.

L'interpretazione, che fa fare bella figura agli USA, rientra nella posizione rigorosamente filo-atlantica di Cernuschi. 

Comunque, dato che dietro alle leggende di solito c'è qualcosa di vero, gradirei un approfondimento sull'argomento.  


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  • Inviato 26 marzo 2020 - 10:41

#11

Francesco Mattesini
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Siccome non sono così fesso da farmi superare da EC in argomenti Storici sulla seconda guerra mondiale, l'argomento lo avevo già scritto nel mio saggio  per Academia Edu "La Tragedia dell'Italia", che evidentemente l'Autore dell'articolo ha letto, ma, ritengo, come al solito interpretato a modo suo: Pag. 95, Nota 99..

 

Con il trattato di pace del gennaio 1947 a Parigi la Vittorio Veneto e l’Italia furono assegnate ai britannici e agli statunitensi (una per ciascuno), che però, essendo impegnati a demolire molto loro navi di ogni tipo, lasciarono agli Italiani l’impegno di smantellarle, facendo finta di non vedere il ritardo dei lavori, limitati al taglio dei cannoni, anche in seguito alla guerra fredda con l’Unione Sovietica, e all’entrata dell’Italia nella NATO. Intenzione della Marina era di riportare in servizio la Vittorio Veneto e l’Italia al posto delle anziane Andrea Doria e Caio Duilio, che le erano state concesse di trattenere dal trattato di pace. Ma l’Unione Sovietica, che invece si era assicurata  le navi italiane che le erano state assegnate, compresa la corazzata Giulio Cesare, protestò per il fatto che, ancora nel 1951, le due “Littorio” non erano state ancora smantellate, ricevendo l’appoggio del Partito Comunista Italiano, anche con manifestazioni di piazza. Dal momento che le demolizioni del naviglio Alleato continuavano, compresa la corazzata moderna francese Richelieu che fu smantellata a La Spezia, il Governo italiano, anche tenendo conto dell’opposizione, decise di rispettare gli impegni demolendo le due “Littorio”, che si trovavano anch’esse a La Spezia, concludendo i lavori entro il 1955.


Messaggio modificato da Francesco Mattesini, 26 marzo 2020 - 12:04

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  • Inviato 26 marzo 2020 - 11:42

#12

Francesco Mattesini
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Riporto l'intero Capitolo

 

Umiliazioni a non finire. Le corazzate della Regia Marina confinate a Malta e ai  Laghi Amari del Canale di Suez e la ripartizione del naviglio italiano fra le Nazione Alleate

 

Già il 2 ottobre 1943 Winston Churchill, facendo sapere al Primo Lord del Mare, ammiraglio Dudley Pound, al Vice Capo di Stato Maggiore della Royal Navy, ammiraglio Edward Neville Syfret e all’ammiraglio Andrew Browne Cunningham di non voler lasciare le navi italiane “a restare oziose” nei porti.[1] Confermando con ciò il lungimirante timore del generale Ambrosio (che indubbiamente conosceva i progetti degli Alleati), espresse il desiderio di impegnare le due moderne corazzate da 41.000 tonnellate tipo “Littorio” (Italia – ex Littorio –  e Vittorio Veneto) nel Pacifico, aggiungendo che a guerra finita esse dovevano essere incorporate nella Marina britannica per rimpiazzare le forti perdite subite.

Data l’importanza del documento, e per far riflettere i lettori che non conoscono l’episodio in tutti i suoi dettagli, lo trascrivo integralmente:[2]

 

1 -  Non possiamo permettere alle unità della Marina italiana di restare oziose ad Alessandria o altrove. Per il momento mi sembra si dovrebbe proporre agli americani di mandare le navi tipo “Littorio” negli Stati Uniti, dove si possa attrezzarle per la guerra nel Pacifico e poi utilizzarle colà. Proporrei anche al Presidente che, dopo la guerra, queste navi vangano cedute a noi, primo perché abbiamo sostenuto la parte principale della guerra contro di loro; poi perché abbiamo subito gravi perdite di unità maggiori; e infine perché abbiamo interrotto la costruzione di unità di grosso tonnellaggio per attuare operazioni a breve scadenza. Sono certo che tali proposte verranno accolte con particolare cordialità. Gradirei il vostro consiglio in merito, e anche, naturalmente, in merito alla struttura e al valore di queste navi.

2 – Per quanto riguarda incrociatori e altre navi, devono essere tutti utilizzati al massimo. Non possiamo permetterci di tenere navi d’alto valore bellico in ozio nei porti del Mediterraneo. Le navi più valide moderne dovranno essere messe in servizio e le nostre più antiquate andare in disarmo. Le corazzate italiane più antiquate potranno esse pure far parte delle squadre per il bombardamento di difese terrestri, di cui avremo certamente bisogno, anche se per brevi periodi soltanto, nel 1944, tanto nella Manica quanto nell’Oceano Indiano.

 

In definitiva, Winston Churchill si riprometteva d’impiegare le navi italiane sui fronti dell’Estremo Oriente e dell’Europa, ma nel contempo dal contenuto della sua lettera non si comprende bene se egli intendeva utilizzarle sotto bandiera ed equipaggi italiani, oppure britannici. Su un argomento era invece estremamente chiaro, ossia sul desiderio di impossessarsi, dopo la fine della guerra, delle corazzate tipo “Littorio”, (che gli arsenali statunitensi dovevano rendere adatte alla guerra nel pacifico con l’adeguamento dell’autonomia, dei radar e dell’armamento contraereo), per poi far parte della Royal Navy in conto riparazioni di guerra.

Ma non esistendo tra l’Italia e il Giappone lo status effettivo di guerra dichiarata, per un grosso errore di valutazione dei governanti italiani che non né vollero sapere fino al 14 luglio 1945, le navi italiane non poterono operare nel Pacifico sotto loro bandiera, e rimasero confinate ai Laghi Amari di Suez per tutto il periodo del conflitto.[3]

Che l’impiego delle navi italiani, ma soltanto per compiti secondari, fosse nelle intenzioni dei britannici, lo conferma il fatto che, dopo la lettera di Churchill, più che per le continue richieste dell’ammiraglio de Courten espresse in più riunioni con  ammiraglio Power, il 4 ottobre ebbe finalmente inizio il rimpatrio da Malta a Taranto di quasi tutte le unità della flotta, escluse le tre corazzate Caio Duilio, Andrea Doria e Giulio Cesare, e la nave appoggio idrovolanti Giuseppe Miraglia.[4] Complessivamente fino al giorno 6 presero il mare gli incrociatori Luigi di Savoia duca degli Abruzzi, Giuseppe Garibaldi e Pompeo Magno, i cacciatorpediniere Legionario, Alfredo Oriani e Alvise da Mosto, le torpediniere Libra, Calliope, Orione, Aliseo, Ardimentoso, Animoso, Fortunale, Indomito, Ariete, Augusto Riboty, Nicola Fabrizi, Giacinto Carini, le corvette Minerva, Cormorano, Danaide, Ape (che si aggiunsero alle dodici corvette già presenti a Taranto), due cacciasommergibili, nove vedette antisommergibili (VAS), e i sommergibili Marea, Giada, Nichelio, Vortice e Onice, dei quali gli ultimi tre diretti a Napoli allo scopo di fornire energia elettrica alla zona del porto.[5]

Nel contempo, il 5 ottobre, il Comandante delle unità navali dislocate ad Alessandria, ammiraglio di divisione Romeo Oliva, aveva ricevuto l’ordine di prepararsi a partire con gli incrociatori Eugenio di Savoia, Emanuele Filiberto duca D’Aosta, Raimondo Montecuccoli e Luigi Cadorna, e i cacciatorpediniere Nicoloso da Recco, Velite, Artigliere e Grecale.

Ma nonostante il notevole numero di unità italiane che si rendevano disponibili (circa 90), gli Alleati non mostrarono particolare entusiasmo nel richiederne i servizi, che nel mese di ottobre riguardarono la protezione del traffico mercantile scortando nove convogli nello Ionio e Basso Tirreno. Ansi giustificarono lo sgombre delle navi italiane dai porti di Malta è Alessandria, perché la presenza di tutte quelle navi stava creando non pochi problemi di spazio per le possibilità di attracco del naviglio Alleato. Quanto alle corazzate Italia e alla Vittorio Veneto, esse furono spostate da Alessandria ai Laghi Amari del Canale di Suez, con la motivazione che li erano più al sicuro!

Purtroppo sulla Marina Italiana pesava sempre la scura delle clausole dell’Armistizio, che gli Alleati non avevano ancora fatto conoscere in tutta la loro durezza. Lo avrebbero fatto alcuni giorni più tardi, e il risultato di quell’atto, del tutto inaspettato, portò a risultati morali dai risvolti drammatici.

Infatti, tra il 18 e il 30 ottobre 1943 si svolse a Mosca una conferenza dei Ministri degli Esteri delle tre maggiori potenze Alleate, in cui fu deciso la spartizione della flotta italiana tra le nazioni che avevano combattuto contro l’Italia. Tale fatto, che violava apertamente gli accordi de Courten – Cunningham del 23 settembre, fu rappresentato in promemoria e portato, il 9 novembre, dal generale MacFarlane all’accettazione del maresciallo Badoglio. Questi, pur protestando indignato per il modo in cui l’Italia era trattata, dovette dare la sua adesione  poiché gli Alleati, con un ricatto in cui avevano il coltello dalla parte del manico, minacciarono di pubblicare i termini di armistizio firmati a Malta, senza gli emendamenti proposti dal generale Eisenhower, ed accettati dai Capo di Stato con qualche leggera modifica.

Il 17 novembre l’ammiraglio de Courten firmò il protocollo navale, che ratificava l’accordo precedente, dopo una protesta scritta per  Badoglio e da questi consegnata in copia agli Alleati, affermando: “Voi siete i vincitori e noi i vinti, ma la storia che riprodurrà questi documenti darà loro il vero appellativo che essi meritano”.[6]

In definitiva gli Alleati, che avevano giocato i governanti italiani in più occasioni, per costringerli ai loro voleri,  continuarono a farlo per tutto il resto della guerra, illudendoli con promesse non mantenute. Essi trattarono gli italiani praticamente da subordinati, prendendo tutto in loro mani, a iniziare dal 16 novembre, quando la Missione Militare di Controllo diramò ai Comandi Militari Alleati e italiani il seguente telegramma dell’Alto Comando di Algeri, trasmesso con foglio n. 62/Q:[7]

 

N. di origine 8860 – Gruppo orario 101054A:

1) In base ai termini dell’armistizio con il Governo Italiano le Autorità Italiane devono dare disponibili per uso da parte alleata tutte le installazioni militari Navali ed Aeree, servizi di pubblica utilità, tutti i porti e approdi, tutti i trasporti e i mezzi e le installazioni o depositi a seconda delle richieste delle Nazioni Unite. Il Governo Italiano darà inoltre disponibile qualunque altra risorsa locali o di servizio che le Nazioni Unite potessero richiedere.

2) Nessun contrattazione sarà perciò stipulata a riguardo delle suddette prestazioni ed analogamente nessun pagamento sarà dovuto (a eccezione dei luoghi ove le operazioni lo richiedessero) a riguardo delle stesse da parte delle forze alleate.

 

In definitiva, nonostante esistesse di fatto un’alleanza con gli anglo-americani, l’Italia fu trattata in modo sempre più umiliante, fino ad esigere l’integrale applicazione delle condizioni armistiziali, e quindi di resa senza condizioni, come richiesto fin dal convegno di Casablanca del gennaio 1943, che Badoglio aveva inutilmente tentato di far cancellare.

Sono noti i risvolti politici che portarono alla formazione di un Governo di  larga base democratica guidato dall’onorevole Ivanoe Bonomi, che spianò poi la strada al referendum e alla costituzione della Repubblica, e tramite Alcide De Gasperi alla ratifica delle dolorose clausole del trattato di pace di Parigi del gennaio 1947. E’ anche conosciuta , anche se non sempre considerata correttamente, l’attività delle Forze Armate, che dovettero affrontare una serie di circostanze umilianti, prima fra tutte quella di indossare una divisa nemica, che avevano precedentemente combattuto.

Anche le imprese militari contro i tedeschi, svolte indubbiamente con determinazione, valore  ed entusiasmo, dovendo liberare il territorio nazionale e riscattare il proprio prestigio di combattenti, servirono poco a mitigare le condizioni imposte. E non fu neppure tenuto adeguato conto dell’attività partigiana e degli enti di resistenza, civili e militari, che fu indubbiamente utile nei riguardi dei sabotaggi e delle azioni in campo aperto, (criticabile in quella delle vendette e uccisioni politiche  che generavano rappresaglie), ma che è stata anche supervalutata, aumentando ad arte il numero dei combattenti reali che contribuirono alla liberazione della Nazione dai tedeschi. La guerra in Italia, per volontà degli Alleati, fu quasi esclusivamente combattuta dagli anglo-americani e nazioni satelliti, in cui emersero (anche per fatti criminosi), i coloniali francesi, ma anche nazioni come il Brasile o la brigata Ebraica.

L’appoggio italiano, per quanto riguardava le unità militari combattenti, fu complessivamente modesto rispetto a quanto sarebbe stato possibile fare, mentre invece risultò assai ampia e utile per gli Alleati l’attività logistica delle Forze Armate del Regno, svolta dalle truppe adibite a compiti di retroguardia e di salmerie.


[1] Cunningham abbandonerà la carica di Comandante in Capo delle Marine Alleate il 15 ottobre 1943, per assumere l’incarico do Primo Lord del Mare, in seguito alla grave malattia dell’ammiraglio Pound, che lo porterà alla morte il giorno 21 del mese al Ravenscourt Park Hospital di Londra. I funerali si svolse all’Abbazia di Westminster il 26 ottobre.

[2] Winston Churchill, La seconda guerra mondiale, parte V, volume 1 (La morsa si stringe), Mondadori, Milano, 1951, p. 215-216.

[3] Con il trattato di pace del gennaio 1947 a Parigi la Vittorio Veneto e l’Italia furono assegnate ai britannici e agli statunitensi (una per ciascuno), che però, essendo impegnati a demolire molto loro navi di ogni tipo, lasciarono agli Italiani l’impegno di smantellarle, facendo finta di non vedere il ritardo dei lavori, limitati al taglio dei cannoni, anche in seguito alla guerra fredda con l’Unione Sovietica, e all’entrata dell’Italia nella NATO. Intenzione della Marina era di riportare in servizio la Vittorio Veneto e l’Italia al posto delle anziane Andrea Doria e Caio Duilio, che le erano state concesse di trattenere dal trattato di pace. Ma l’Unione Sovietica, che invece si era assicurata  le navi italiane che le erano state assegnate, compresa la corazzata Giulio Cesare, protestò per il fatto che, ancora nel 1951, le due “Littorio” non erano state ancora smantellate, ricevendo l’appoggio del Partito Comunista Italiano, anche con manifestazioni di piazza. Dal momento che le demolizioni del naviglio Alleato continuavano, compresa la corazzata moderna francese Richelieu che fu smantellata a La Spezia, il Governo italiano, anche tenendo conto dell’opposizione, decise di rispettare gli impegni demolendo le due “Littorio”, che si trovavano anch’esse a La Spezia, concludendo i lavori entro il 1955.

[4] L’ammiraglio de Courten era stato precedentemente avvertito dell’intenzione britannica di far rientrare a Taranto le navi italiane che si trovavano a Taranto, con esclusione delle tre corazzate,  e dell’intenzio di mandare incrociatori italiani ad operare in Atlantico. Ed immediatamente, in un incontro con l’ammiraglio Power il 30 settembre aveva richiesto che le unità fossero rifornire di nafta, poiché le scorte esistenti nella Puglia erano “ridotte praticamente a zero”. Fece inoltre presente che, avendo i radiotelemetri in dotazione alle navi italiane caratteristiche inferiori a quelli in uso nelle unità germaniche, e allo scopo di evitare che gli incrociatori da inviare in Atlantico potessero essere attaccati di sorpresa da navi tedesche, fosse necessario dotarli di radar più moderni [naturalmente del mediocre “Gufo”] britannici e americani. Cfr., AUSMM, De Courten – Memoriale.

[5] Giuseppe Fioravanzo, La Marina dall’8 settembre 1943 alla fine del conflitto, USMM, cit., p. 273.

[6] AUSMM, Le memorie dell’Ammiraglio de Courten 1943-1946, p. 371-.372;  ASMEUS, Diario Storico Comando Supremo, b. 3016.

[7] ASMEUS, fondo I.3, b. 58. Francesco Mattesini, Da Cobelligeranti ad Alleati. La Regia Marina e la dichiarazione di guerra al Giappone, nei siti  Quaderno SISM 2019 e Academia Edu.


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  • Inviato 26 marzo 2020 - 12:23

#13

Giancarlo Castiglioni
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La Richelieu fu demolita molto dopo.

Io la vidi da terra a La Spezia nel marzo 1968 mentre la demolizione era in corso, era ridotta allo scafo. 

Quanto scritto da Churchill nell'ottobre 1943 lascia capire che aveva ancora la mentalità del 1914, quando la forza di una flotta era data dal numero delle corazzate.

Non lo dice esplicitamente, ma mi pare ovvio che dopo averle rimodernate intendesse usare le navi italiane con equipaggi inglesi.

Sembra ignorare completamente che le navi moderne erano molto complesse e non era semplice mettere in servizio una nave di un'altra marina.

Si poteva fare nel 1905 quando i giapponesi misero in servizio senza difficoltà le navi russe catturate.

Nella fase finale della guerra del Pacifico gli USA accettarono malvolentieri e solo per ragioni politiche, l'appoggio della Royal Navy di cui non avevano bisogno.

Ancora meno avrebbero voluto le navi ex italiane.

Incredibile l'idea di usare le nostre corazzate vecchie per bombardamenti costieri nella Manica.

Ne abbiamo già discusso, non credo sia stato un grosso errore di valutazione aver ritardato la dichiarazione di guerra dell'Italia al Giappone fino al luglio 1945.

Farlo prima non avrebbe cambiato il trattamento dell'Italia da parte degli Alleati. 


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  • Inviato 26 marzo 2020 - 14:38

#14

Danilo Pellegrini
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Se qualcuno mi dice come entrare é un fenomeno. Chiedono l'impossibile. Se qualcuno riesce ad avere l'articolo di Cernuschi, sarebbe bene lo facesse conoscere. Grazie

 

Francesco Mattesini

Credo che alla fine tu sia riuscito ad aprirlo, altrimenti ti do il link diretto. http://www.marina.di...Febbraio_MR.pdf

Danilo


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  • Inviato 26 marzo 2020 - 16:38

#15

Francesco Mattesini
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 Ci sono tutt'altri argomenti, sempre di Marina, ma non della Rivista Marittima,, ed é una pagina sola. Sul sito dirtetto non sono riuscito ad entrare: motivo ?


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  • Inviato 26 marzo 2020 - 17:31




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