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"La US Navy nel Mediterraneo nella Grande Guerra e dopo" - parte quinta

Iniziato da Francesco De Domenico , 15.03.2019 - 17:19

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#1

Francesco De Domenico
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Da "Victory Without Peace. The United States Navy in European Waters, 1919-1924" di William N. Still Jr., Naval Institute Press, Annapolis, 2018.


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  • Inviato 15 marzo 2019 - 17:19

#2

Francesco De Domenico
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(pagg. 52-53)
"Tre destroyers e più tardi un quarto vennero inviati in Adriatico per rafforzare una forza navale alleata che dava attuazione ai termini dell'Armistizio con l'Austria-Ungheria.(...) Per diverse settimane dopo l'Armistizio i pattugliamenti antisom continuarono nell'Atlantico, nella Manica e nel Mediterraneo. Sarebbero proseguiti finché tutti gli U-Boats tedeschi ebbero risposto all'appello. (...)

Il 4 dicembre 1918 l'ammiraglio Sims informò il CNO che in base al piano di smobilitazione approvato, tutti gli yacht, le cannoniere e i cutter della Guardia costiera di base a Gibilterra sarebbero salpati per gli Stati Uniti "a partire dal 6 dicembre circa". (...) I subchasers di base a Corfù ricevettero inizialmente l'ordine di andare a Gibilterra per poi rientrare negli Stati Uniti, ma un certo numero vennero invece inviati in Adriatico e su un'isola greca. Due navi di base a Gibilterra, il cutter SENECA e lo yacht armato NAHMA, rimasero temporaneamente in acque europee (probabilmente gli equipaggi pensarono ad un errore). (...)

Il dispiegamento dei subchasers da 110 piedi nel teatro europeo fece nascere qualche problema. All'Armistizio c'erano 120 subchasers, sparpagliati da Queenstown (oggi Cobh) in Irlanda a Corfù nel Mediterraneo orientale. Il Segretario della Marina Daniels telegrafò a Benson e a Sims degli ordini (presumibilmente preparati dal Dipartimento della Marina) concernenti i subchasers. Questi piccoli battelli in legno, a suo avviso, sarebbero stati di scarsa utilità per la flotta e per gli Stati Uniti. Raccomandò di venderne almeno 66, quelli di base a Queenstown e a Plymouth, "se l'acquisto è richiesto dai governi alleati e se ne ottiene un giusto prezzo. Altrimenti inviateli in convoglio a Charleston, S.C." (..) Voleva che i 32 [rectius 36 ndt] di base a Corfù venissero inviati alla flotta in Asia. Poi cancellò quest'ordine. 30 dovevano esser inviati a Charleston, S.C., e 6 consegnati alla Croce Rossa al Pireo, in Grecia. 18 dei battelli di base a Corfù erano stati temporaneamente dispiegati in Adriatico, ma in dicembre partirono per Gibilterra. Solo 18 di essi lasciarono Gibilterra in convoglio per gli Stati Uniti, 8 vennero in seguito venduti in Italia (1), e i restanti si unirono in Scozia ai subchasers provenienti dalla Francia e dalla Gran Bretagna per la forza di dragaggio [del grande sbarramento minato del Mare del Nord ndt]". (...)
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  • Inviato 15 marzo 2019 - 17:33

#3

Francesco De Domenico
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(1) I seguenti battelli mi risultano venduti in Italia nel 1919, ma non sono riuscito a trovare a chi e con quale destino:
 
SC-78, costruito da Hiltebrant DryDock, Kingston, NY, in servizio 14.11.1917, venduto in Italia 19.6.1919
SC-94, costruito da ELCO (Electric Launch CO.) a Bayonne, N.J., 24.12.1917, venduto in Italia 1919
SC-128, costruito da Norfolk Naval Shipyard, Portsmouth, Va., 18.1.1918, venduto in Italia 1919 o forse in Grecia 19.6.1919
SC-179, costruito da International Shipbuilding & Marine Engineering, Upper Nyack, NY, 24.12.1917, venduto in Italia 1920
SC-215, costruito da Alex McDonald, Staten Island, NY, 24.12.1917, fuori servizio a Venezia 5.7.1919, venduto in Italia 1919 o forse in Grecia 28.6.1919
SC-248, costruito da Eastern Shipyard, Greenport, NY, 17.1.1918, fuori servizio a Venezia 5.7.1919, venduto in Italia 1919 o  forse in Grecia 1919
SC-327, costruito da Kyle & Purdy, City Island, NY, 12.12.1917, venduto in Italia 19.6.1919
 
Fonti:
il database di Tim Colton,  http://shipbuildingh...y.com/index.htm
http://www.navsource.org

Foto da navsource

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  • Inviato 15 marzo 2019 - 18:15

#4

Francesco De Domenico
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Pag. 53:

"La marina americana tuttavia riscosse scarso successo nella vendita dei subchasers agli Alleati o ad altri paesi. 66 erano a Plymouth in attesa di compratori. La Francia ne aveva ordinati 35 poco dopo l'inizio del programma e l'Italia quattro (in effetti l'Italia di fatto ne ottenne otto) (1). La marina voleva dapprima 35.000 dollari, ma in seguito ridusse il prezzo ad un minimo pari alla metà di quella somma. Nel gennaio 1919 degli inviti ad offrire vennero inviati sia ai paesi alleati che neutrali. Vennero ricevuti un notevole numero di offerte, ma poche offrivano almeno il prezzo minimo. Dei sondaggi in Gran Bretagna, Francia e Scandinavia indicarono che 10.000 dollari era il massimo prezzo su cui ci sarebbe stato un qualsiasi interesse nel battelli. (...)

La Grecia appariva il paese più interessato ai mezzi, per il suo servizio doganale. In dicembre 6 vennero inviati al Pireo. Ma in gennaio l'ambasciata americana ad Atene informò il Dipartimento di Stato che a causa di un intervento britannico, il governo greco aveva invece acquistato diversi mezzi in esubero della Royal Navy. Tre dei subchasers ex americani vennero in seguito offerti ad interessi commerciali greci come piccole navi da carico, ma nessuno fu venduto. La scadenza degli inviti ad offrire fu estesa a febbraio, ma senza successo. Il comandante Theodore G. Ellyson, incaricato della vendita, dette la colpa al prezzo richiesto (25.000 dollari), la cui responsabilità risaliva alla politica (così suggerì a sua moglie). Tuttavia l'ammiraglio Bristol a Plymouth informò Sims che il governo greco offriva 38.000 dollari a testa per 4 subchasers. Sfortunatamente due si dimostrarono in pessime condizioni, non in grado di salpare,  e gli altri due erano richiesti nel Mar Nero come battelli per portare dispacci (corrieri).

Diversi subchasers vennero consegnati alla Croce Rossa per portare aiuti alimentari in Mediterraneo orientale. In attesa di esser alienati, altri fornirono un utile servizio con la flotta del dragaggio  e come corrieri non solo in Mar Nero ma specialmente in Adriatico. In effetti il CNO si rifiutò di smobilitare tutti i subchasers rimasti finché "la situazione in Adriatico non si normalizza". (L'ammiraglio Benson aveva inizialmente disapprovato l'invio di subchasers in Adriatico alla luce della difficoltà di ottenere il combustibile per loro, ma poi la benzina necessaria venne ottenuta a Brindisi in Italia)."


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  • Inviato 16 marzo 2019 - 16:02

#5

Francesco De Domenico
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Pag. 64:

"Al novembre 1918 la marina americana aveva 27 basi per idrovolanti in Europa: 16 in Francia, 3 in Italia, una nelle Azzorre, 2 in Inghilterra e 5 in Irlanda." (...)

 

Pag. 71:

"[La smobilitazione]  in Italia si dimostrò più facile [che in Francia]. Nel 1917, su richiesta italiana, la marina aveva inviato del personale per presidiare due basi, sul Lago di Bolsena e a Porto Corsini.  In seguito ne venne aggiunta una terza  a Pescara. L'Italia acconsentì a fornire praticamente tutto, dal casermaggio agli aerei e agli equipaggiamenti di volo. Gli Stati Uniti non si occupavano di costruire nulla in quelle basi. A metà dicembre il contrammiraglio S. Orsini, responsabile dell'aviazione nel Ministero della Marina italiano, confermò a Sims che gli Stati Uniti non dovevano preoccuparsi di nulla: tutte le spese sarebbero state sostenute dal governo italiano. Roosevelt [Segretario assistente della marina] a quanto pare temeva che in seguito alla Marina sarebbe stato presentato il conto per "migliorie, danni alle proprietà private ecc." ma il governo italiano mantenne la promessa. Corsini cessò il servizio nell'ultimo giorno di dicembre del 1918 e le altre due poco tempo dopo. Il costo di queste basi era trascurabile in confronto all'enorme debito che l'Italia aveva accumulato durante la guerra. Secondo un alto funzionario americano l'Italia sperava di ottenere un consistente prestito dagli Stati Uniti, oltre a diversi beni materiali. Forse questo fu un elemento della generosità italiana circa le basi per idrovolanti.

 

Gibilterra (...) nella prima guerra mondiale giocò un ruolo chiave nella protezione del naviglio mercantile alleato. Nel 1917 i britannici avevano chiesto che navi da guerra americane rinforzassero quelle della Royal Navy là presenti, e navi e personale americano vennero inviati. Il 16 novembre, cinque giorni dopo l'Armistizio, Sims mandò le sue prime istruzioni di smobilitazione al contrammiraglio Albert Niblack a Gibilterra. Doveva mantenere nella base  le installazioni per la riparazione e le comunicazioni ma distaccare personale e unità navali in esubero. Le munizioni e gli altri materiali d'armamento dovevano esser riportate negli Stati Uniti o, se non necessarie, consegnate ai britannici. Gli ordini di smobilitazione vennero ricevuti il 27 novembre, e le unità navali statunitensi cariche di materiali e di personale salparono in quattro gruppi il mese successivo.

 

Subito prima della chiusura della base di Gibilterra, Sims chiese notizie sui contratti e gli affitti, avvertendo Niblack che avrebbe probabilmente dovuto trattenersi finché tutti  non fossero stati chiusi. Le autorità britanniche tuttavia non avanzarono richieste di danni, e l'ammiraglio Niblack fu sostituito come previsto e salpò sull'incrociatore USS OLYMPIA (ben noto per la guerra ispano-americana). Il 20 febbraio la base fu ufficialmente smobilitata, anche se  del personale della marina americana rimase per supportare le navi del NOTS [Naval Overseas Transportation Service], i trasporti truppe e le navi da guerra di passaggio. L'ammiraglio Knapp informò il CNO ad aprile che 17 trasporti truppe avevano fatto tappa a Gibilterra in rotta per gli Stati Uniti e raccomandò di mantenervi l'ufficio portuale de facto finché la marina americana aveva delle forze operanti nel Mediterraneo. Il 5 maggio la ex base venne ribattezzata ufficio portuale, che sarebbe rimasto aperto fino al 1922."

 

(pagg. 72-73)

 

"Nel Mediterraneo orientale gli Stati Uniti avevano stabilito una piccola base navale sull'isola greca di Corfù. Una squadra di 36 subchasers americani cooperava con i britannici, i francesi e gli italiani nel blocco dell'Adriatico a mezzo dello sbarramento di Otranto, una serie di campi minati e pattugliamenti navali intesi a confinare all'interno di quel mare i sommergibili nemici. La base americana, una tendopoli e pochi edifici prefabbricati, era sul punto di esser ampliata al momento dell'Armistizio. Sims ordinò di smantellare la base e rimandò in patria 18 battelli, inclusa la nave appoggio. I rimanenti vennero inviati in Adriatico per prendere il controllo delle navi austriache che si erano arrese e per aiutare a mantenere la pace. A gennaio restavano in mano americana solo un capannone deposito e una casa. La base fu smobilitata il 20 febbraio 1919, anche se gli ultimi materiali vennero ritirati solo a marzo. I funzionari greci non crearono alcun problema all'evacuazione americana.  E questo molto probabilmente grazie all'instabilità politica in Grecia."


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  • Inviato 16 marzo 2019 - 16:34

#6

Francesco De Domenico
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"La nave appoggio sommergibili LEONIDAS a Corfù salpò poco dopo l'Armistizio per gli USA scortando dei subchasers. Lo staff dell'ammiraglio  Sims dovette cavarsela con le navi officina rimaste. La BUFFALO fu inviata da Gibilterra alle Azzorre per sostituire la DIXIE. La partenza della BUFFALO da Gibilterra lasciò la base insufficientemente attrezzata per supportare le navi che entravano e uscivano dal Mediterraneo, comprese le navi della Food Commission. Per fortuna i britannici furono in grado di farsi carico di gran parte delle riparazioni sul posto. Il 24 gennaio 1919 il comandante del distaccamento in Adriatico richiese la BUFFALO: "Il lavoro di riparazione delle navi del NOTS è considerevole". (...)

Parente stretto delle riparazioni era naturalmente il salvataggio. Quattro navi da salvataggio, 12 dragamine e 17 rimorchiatori rimasero in acque europee dopo l'Armistizio. Le navi salvataggio e i rimorchiatori rimasti vennero ripartiti tra le varie basi navali. Quattro rimorchiatori stavano con la flotta di dragaggio nel Mare del Nord; due dei rimorchiatori vennero prestati agli italiani. (...) Lo yacht armato NAHMA, dopo dei lavori di rimessa a punto fu inviato in missioni quasi-diplomatiche. Passò il successivo anno e mezzo a Costantinopoli, in Adriatico e altrove nel Mediterraneo."

(pag. 55)

"Il periodo post-armistiziale stressò la situazione del combustibile della Marina in Europa. (...) La flotta di navi cisterna della Marina era sovraccaricata dalla necessità di supportare navi in collocazioni lontane - la Russia settentrionale, il Baltico, l'Adriatico, il Mediterraneo orientale e il Mar Nero. (...)
Gibilterra era altrettanto importante di Brest ai fini del rifornimento di combustibile. Non c'erano depositi di combustibile disponibili nel Mediterraneo per le navi americane, né per quelle da guerra né per quelle che portavano aiuti. Di quando in quando una nave cisterna riforniva le navi del governo americano nel Mediterraneo orientale, ma Gibilterra rimase la fonte primaria di combustibile. Nel marzo 1919 una carenza di carbone in Italia costrinse i britannici a ridurre la quantità disponibile per le navi americane; in luglio, le autorità navali britanniche informarono l'ammiraglio Knapp che a partire dal 1° agosto le navi americane avrebbero dovuto procurarsi il carbone da fornitori commerciali anziché dalle riserve dell'Ammiragliato."

(pagg. 59-60)

"Nel gennaio 1919 degli uffici portuali vennero aperti a Rotterdam, Trieste, Fiume, a Salonicco in Grecia e a Costantinopoli. (...) In marzo, Hancock riferì che c'erano 28 uffici portuali: 4 in Inghilterra, uno in Irlanda, 12 in Francia, 7 in Adriatico e uno ciascuno in Belgio, Olanda, Germania e a Costanza sul Mar Nero."

(pag. 73)


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  • Inviato 17 marzo 2019 - 11:17

#7

Francesco De Domenico
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(pag. 107)

 

"Una settimana dopo la firma dell'Armistizio con la Germania, l'ammiraglio William H.G. Bullard alzò la sua bandiera sull'incrociatore BIRMINGHAM a Venezia. (...) Bullard aveva assunto il comando delle forze navali statunitensi nel Mediterraneo orientale, quello che  nel 1920 sarebbe stato ribattezzato Distaccamento Navale americano nell'Adriatico.(...) La nuova formazione rimase in essere fino al 1922 e per tutto il periodo fu concentrata nel mare Adriatico - perché? 

 

Gli Stati Uniti avevano dichiarato guerra all'Impero Austro-Ungarico nel 1918. La sconfitta e lo smembramento dell'impero crearono una crisi in Adriatico dopo l'Armistizio. Sorse ora un nuovo stato serbo-croato-sloveno (la Jugoslavia)  lungo la costa dalmata, anche se non fu riconosciuto fino al 1919. In base all'Armistizio gli  Alleati, compresi gli Stati Uniti, dovevano occupare la regione e assicurare l'esecuzione delle sue clausole. La conferenza di pace di Parigi all'inizio del 1919 preparò un trattato con l'Austria-Ungheria. (...)

Gran parte degli storici concordano sul fatto che l'Adriatico divenne in definitiva una delle maggiori crisi alla conferenza di pace, e questo a causa delle aspirazioni italiane. L'Italia era entrata in guerra nel 1915 in base ad un trattato segreto con le Potenze dell'Intesa, il Trattato di Londra, che le garantiva, tra le altre cose, gran parte della Dalmazia; quando la guerra  finì, incombeva la decisa possibilità di un conflitto armato. Gli italiani - che erano estremamente nazionalisti, avendo ottenuto l'indipendenza e l'unità nazionale poco più di mezzo secolo prima - reclamavano ad altissima voce le loro rivendicazioni sulla Dalmazia. Erano tra le nazioni vincitrici della guerra; mentre le nuove forze armate jugoslave erano state parte dell'esercito asburgico sconfitto. L'Italia, com'era prevedibile, non riconobbe il nuovo stato jugoslavo."

( ...)

 

(pag. 108)

 

 "A causa del trattato del 1915 e poiché gli italiani o ignoravano l'Armistizio o vi leggevano solo quello che volevano, le sue clausole erano estremamente difficili a realizzare. Per quanto li riguardava gli jugoslavi (in questo caso di etnia serba) [sic ndt] erano solo degli austriaci che avevano combattuto durante la guerra, e anche piuttosto primitivi. Anche prima dell'Armistizio austro-ungarico truppe italiane cominciarono ad occupare, con il pretesto di preservare l'ordine, dei territori dalmati che Roma riteneva le fossero stati promessi dal trattato del 1915. Truppe italiane si portarono rapidamente nei porti lungo la costa dalmata, in molti luoghi trovandosi di fronte le forze armate dell'appena proclamato stato di Jugoslavia. Entro pochi giorni erano entrate a Trieste e a Pola (oggi Pula in Croazia), già basi navali austro-ungariche, per catturarvi le navi da guerra . Occuparono le isole al largo della costa  ed entro dieci giorni controllavano gran parte della Dalmazia settentrionale, con l'eccezione di Fiume, che, sebbene non facesse parte della zona militare assegnata agli italiani, le truppe italiane occuparono con un sotterfugio, perché circa 50.000 dei suoi abitanti erano considerati italiani. Secondo una fonte,  già alla fine di novembre era stata deliberatamente accreditata l'impressione che "L'Italia era lì per rimanervi".


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  • Inviato 17 marzo 2019 - 16:32

#8

Francesco De Domenico
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Prime tre foto dal libro di Still.
Quarta foto da navsource

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  • Inviato 20 marzo 2019 - 15:49

#9

Francesco De Domenico
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Da pag. 108:

 

"I partecipanti alla conferenza di pace, che si riunirono a Parigi a novembre e dicembre [1918 ndt], si trovarono di fronte allo sviluppo del problema della Dalmazia. Pareva chiaro che l'Italia era disposta ad abbandonare la sua allenza del tempo di guerra  pur di ottenere i suoi obiettivi nell'Adriatico. La minaccia portò gli jugoslavi a mobilitarsi. Il Supreme War Council, nel timore di ostilità, accettò un invito jugoslavo ad intervenire e propose di dividere la regione costiera della Dalmazia in tre zone, di cui una amministrata dagli americani.  In realtà gli americani non amministrarono mai la loro zona - lo fecero i serbi. L'ammiraglio Philip Andrews, comandante la forza navale statunitense in Adriatico, avrebbe ricordato "Era una curiosa situazione, in cui le truppe serbe sulla costa erano le truppe legali di occupazione nella regione [americana], che mantenevano il controllo della zona e proteggevano la linea dell'Armistizio contro gli italiani, mentre nessuno dei due si comportava come alleato dell'altro." I diplomatici alla Conferenza di Pace di Parigi considerarono la disputa, al limite del conflitto armato, tra l'Italia e la Jugoslavia, come una crisi che richiedeva la presenza di navi da guerra alleate ed americane per salvaguardare la pace".

 

(segue)


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  • Inviato 28 marzo 2019 - 17:57

#10

Francesco De Domenico
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"La marina austro-ungarica aveva controllato l'Adriatico durante tutta la guerra. I poco frequenti tentativi della marina italiana di sfidare il controllo austriaco dell'Adriatico non avevano portato a risultati, ma l'Italia era l'unica potenza alleata che aveva combattuto lì gli austriaci. Gli italiani non volevano che le altre potenze, compresi gli americani, dispiegassero navi da guerra in quel mare, che ora consideravano un "lago italiano". Negli anni del dopoguerra gran parte degli ufficiali della Regia Marina insistevano che l'Italia doveva avere il controllo dell'Adriatico ed erano persino chiaramente disponibili a rischiare una guerra con la Francia, e più tardi con la Jugoslavia.
 
Durante la guerra e subito dopo  vi era stato tra gli americani un considerevole sentimento a favore delle aspirazioni italiane in Adriatico, compresa l'acquisizione di basi navali sulla costa dalmata. L'ambasciatore americano in Italia Thomas Nelson Page, e il suo addetto navale, captain Charles Train, lo condividevano certamente.  Anche l'ammiraglio Bullard era stato, a detta del CNO, "filo-italiano" quando assunse il comando in Adriatico. Page, che aveva lavorato "sodo e a lungo" per migliorare i rapporti tra gli Stati Uniti e l'Italia, dava agli jugoslavi gran parte della colpa per i problemi in Dalmazia. Il suo addetto sembrava fin troppo influenzato dagli italiani. "Non c'è alcuna ragione" scrisse il CNO a Train "perché nell'applicare le clausole dell'Armistizio all'Italia sia lasciata troppo mano libera", e Train non doveva discutere la politica americana con il capo di stato maggiore della marina italiana. L'ambasciatore era irritato perché Benson  e l'ammiraglio Bullard prendevano delle decisioni poltiche  senza far alcun riferimento a lui. "Fortunatamente" scrisse al segretario di stato "la mia conoscenza della linea politica del nostro governo mi ha messo in grado di agire seguendo le stesse linee". Questo era vero in una certa misura, specie subito dopo l'Armistizio, ma l'atteggiamento americano cambiò bruscamente di fronte alla ben orchestrata avanzata italiana in Dalmazia. Reparti militari americani, sia navali che  dell'American Expeditionary Force, avevano collaborato con gli italiani durante la guerra - i subchasers statunitensi avevano partecipato alla battaglia di Durazzo il 29 settembre 1918 - ma ora questa collaborazione del tempo di guerra era generalmente dimenticata dagli alleati europei, compresi gli italiani.
 
Fin dal 12 novembre  H. Percival Dodge, agente speciale del Dipartimento di Stato nel Montenegro, avvertiva che le azioni italiane minacciavano "di produrre una collisione aperta con gli jugoslavi in Dalmazia e in Montenegro.
 
I rapporti tra gli Stati Uniti e l'Italia cominciarono a peggiorare. L'opposizione alle aspirazioni italiane si diffuse dall'Adriatico a Parigi nella delegazione americana alla conferenza di pace, compreso il presidente Wilson. Page, scontento di questo cambiamento, si dimise nel 1919; Train era stato sostituito nel dicembre 1918. Nel 1919 l'uffciale di porto  americano  a Trieste scrisse che "gli italiani oggi si sentono un esercito vincitore e che la guerra è stata decisa dal loro splendido successo.. e che gli alleati devono accordar loro  quello che vogliono  o altrimenti essi [gli italiani] se lo prenderanno da soli." Questa non era una opinione isolata: secondo un autore, gli attori principali di questo confronto politico-militare nel 1919 erano l'Italia e gli Stati Uniti. La Gran Bretagna e la Francia in generale appoggiavano il trattato del 1915, a cui il presidente Wilson, si opponeva, perché in contrasto con la clausola dell' autodeterminazione facente parte dei suoi Quattordici Punti. L'intransigenza italiana tuttavia portò i due alleati ad allinearsi con la politica di Wilson.
 
Il presidente rese chiaro subito che era favorevole a cedere  gran parte della Dalmazia alla Jugoslavia, e non si spostò da questa posizione nel mesi successivi. Questo naturalmente lo portò a frequenti scontri con il primo ministro Vittorio Emanuele Orlando. Gli italiani, che avevano all'inizio adorato il presidente americano, ben presto cominciarono a urlare il loro odio. "Abbasso Wilson! Abbasso i pellirosse!". Durante una performance dell'opera Andrea Chénier un cantante cantò la parola traditore, e qualcuno tra il pubblico urlò Wilson!, seguito da tutto il pubblico che urlava Wilson!"
 
(pagg. 108-109)
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  • Inviato 30 marzo 2019 - 16:11

#11

Francesco De Domenico
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(pagg. 135-137)

"Una volta che il presidente Wilson ebbe lasciata Parigi nel giugno 1919, Henry White, l'unico componente repubblicano della commissione di pace, e non il colonnello Edward House, assunse la responsabilittà per il problema dell' Adriatico. A luglio Frank Polk sostituì Lansing come Secretary of State ad interim, ma non divenne capo della delegazione americana a Parigi - che era White. Polk e White non erano d'accordo sulla politica nei confronti dell'Adriatico e delle rivendicazioni italiane. Polk, forse un po' ingenuamente, prendeva sul serio le assicurazioni del primo ministro italiano sul fatto che gli italiani avrebbero rinunciato alle rivendicazioni sulla Dalmazia in cambio di aiuti economici americani. In seguito, la disperata necessità italiana di carbone fu posta sul tavolo, e del carbone venne inviato, ma la situazione in Adriatico cambiò ben poco. White, per contro, era a favore di una linea politica forte in Adriatico, ivi compreso l'uso della forza se necessario (House non lo era). A settembre il contrammiraglio McCully arrivò a Parigi e sostituì Knapp come consulente navale della commissione di pace americana. Andrews [comandante della forza navale americana in Adriatico ndt] continuò a far capo a Knapp come suo superiore diretto ma tenne informato McCully.

Polk cambiò opinione circa l'uso della forza come risultato di una nuova crisi, creatasi quando il 12 settembre 1919 Gabriele d'Annunzio con un migliaio di volontari, compreso un battaglione di truppe regolari italiane, marciò su Fiume e ne prese possesso. Nei giorni e nei mesi seguenti d'Annunzio consolidò la sua presa sulla città ed estese la zona da lui controllata ad altre parti della Dalmazia, con il pieno, entusiastico appoggio del popolo e delle forze militari italiane. Le forze alleate ed americane si ritirarono completamente, considerando, secondo un autore, le sue azioni come un problema esclusivamente italiano. Il comandante militare italiano a Fiume, tuttavia, "dichiarò la sua impotenza". Questa fu la scena di apertura di quella che è stata descritta come un'opera comica.

D'Annunzio era già una leggenda per il popolo italiano. Nel 1919 aveva 55 anni, era cieco da un occhio (avendolo perduto in un incidente aereo), e calvo. Era un poeta, un aviatore, un eroe di guerra, un ufficiale dell'esercito, un rivoluzionario, e un nazionalista radicale. Era, secondo l'ammiraglio McCully, "un degenerato sul piano morale - e nonostante questo l'eroe della nazione italiana". Usando la stampa italiana amplificò la questione fiumana, che era rimasta per mesi a bollire a fuoco lento. Il governo italiano appariva impotente. L'Italia era in una condizione di paralisi economica; una rivoluzione comunista sembrava imminente. Giunse a d'Annunzio a Roma la notizia che il Supreme War Council a Parigi (d'Annunzio non nutriva alcun rispetto per nessuno dei delegati che ne facevano parte, incluso Wilson prima che tornasse in patria) avevano finalmente raggiunto un compromesso su Fiume. (Alla notizia Vittorio Emanuele Orlando, che era stato considerato un eroe fino a poco tempo prima, fu cacciato dalla carica). D'Annunzio mise insieme un piano per occupare Fiume nel giorno in cui le truppe britanniche avrebbero dovuto rilevare i soldati italiani in città.

Le truppe italiane, che avevano l'ordine di fermarlo, invece si unirono a lui e lo aiutarono ad occupare la città senza spargimento di sangue. Alla fine dello stesso giorno le bandiere alleate vennero ammainate, e le truppe britanniche e francesi evacuarono la città. Gli stessi jugoslavi non fecero alcun tentarivo di opporglisi. Andrews telegrafò a Parigi "Un'azione drastica è necessaria subito. Dovrebbero esser inviati rinforzi per le forze alleate." (In seguito abbassò i toni di questa disperata richiesta d'aiuto). In una riunione di emergenza delle cinque grandi potenze, David Lloyd George [primo ministro britannico ndt] informò il delegato italiano che gli alleati avrebbero fornito assistenza mediante le loro navi a Fiume ma non avrebbero inviato rinforzi, né terrestri né navali. Quale appoggio avrebbero dovuto fornire le navi non è chiaro; sia l'esercito che la marina americana ricevettero l'ordine di tenersi alla larga da qualsiasi possibile conflitto armato.

Il 3 settembre 1919 il presidente Wilson lasciò Washington in treno per un giro del paese per convincere il popolo americano a sostenere la Società delle Nazioni. Fu informato della crisi di Fiume mentre il suo treno andava verso ovest. Le comunicazioni erano complicate - da Andrews a Knapp o a McCully, a Polk e a White, sia al Dipartimento di Stato che a quello della Marina, poi al presidente. La sua risposta fu altrettanto lenta. Parigi la ricevette il 16 settembre. Wilson, che era sempre stato fermo nella sua determinazione di non consentire agli italiani di ottenere il controllo di Fiume, prese in considerazione l'idea di rimandare truppe in Adriatico e ordinò di rinforzare la forza navale colà dislocata.

Il suo treno fece una fermata a St.Louis, dove ricevette dei telegrammi da Washington. I delegati britannico e francese alla conferenza di Parigi cercavano di convincere il presidente ad accettare un compromesso, temendo che il problema potesse sfociare in un conflitto armato. L'addetto navale americano a Roma, tuttavia, telegrafò che gli italiani volevano Fiume e che "qualsiasi altra soluzione (come il farne un porto franco) era insoddisfacente". Il segretario di stato ad interim Polk informò Wilson che "rispetto al movimento di d'Annunzio, abbiamo adottato la posizione che si tratta di un ammutinamento italiano e che è un loro obbligo il reprimerlo".

Gli esponenti americani, come i britannici e i francesi, temevano che questa più recente crisi potesse portare ad un conflitto armato con i francesi, gli jugoslavi, o entrambi. Polk a Parigi era preoccupato che i francesi, rifiutandosi di lasciare Fiume, avrebbero fatto precipitare uno scontro con gli italiani. Andrews era convinto che d'Annunzio progettasse di occupare altre città lungo la costa, che gli jugoslavi avrebbero potuto fare resistenza, e che ne sarebbe derivato un conflitto armato. Andrews telegrafò a McCully che se gli alleati (compresi gli Stati Uniti) "intendono agire contro Fiume (che vuol dire contro l'Italia) la mia opinione è che le piccole formazioni alleate presenti dovrebbero ritirarsi e darsi un appuntamento da decidere quando le forze navali saranno state rinforzate ad un livello sufficiente per far fronte alla marina italiana". Quattro navi da guerra italiane, una nave da battaglia e tre cacciatorpediniere, si erano ammutinate e schierate con d'Annunzio. Knapp era d'accordo con Andrews che le forze in Adriatico dovevano esser ritirate finché gli italiani non risolvevano la questione. Il generale Bliss e l'ammiraglio McCully chiesero insieme a Polk di convincere i delegati britannici e francesi al Supreme War Council a cooperare e "ad emettere istruzioni uniformi".

Il Consiglio dei Cinque si riunì per quella che il delegato britannico definì "una conversazione privata" alla sola presenza dei capidelegazione. Concordarono che la "manovra" di d'Annunzio sarebbe stata ripetuta in altri punti lungo la costa dalmata, ivi compreso Spalato. I delegati, compreso l'italiano, furono d'accordo sul fatto che le forze americane sul posto dovevano reprimere i disordini; Polk riferì loro che il comandante della forza navale dell'Adriatico aveva ricevuto istruzioni "di agire in conformità". Il giorno seguente (26 settembre) il Dipartimento di Stato apprese che la commissione di pace americana a Parigi aveva assunto la posizione per cui la forza navale statunitense era stata inviata a Spalato per mantenere l'ordine e "avrebbe dovuto eseguire quest'ordine salvo diversa decisione del presidente". Il Supreme War Council si trovò d'accordo sul fatto che i britannici, i francesi e gli americani dovevano coordinarsi per contenere d'Annunzio, ma non è chiaro come - il gabinetto britannico avrebbe dovuto modificare la sua direttiva di "nessuna interferenza" diramata alle proprie forze. Ma "contenimento coordinato" non significava azione militare coordinata. I francesi erano responsabili per Cattaro; gli americani per Spalato e la zona americana.

Daniels [segretario della marina ndt] telegrafò al segretario di stato "Le condizioni sono molto gravi (in Adriatico). Una risposta dal presidente degli Stati Uniti è attesa da tutti da un momento all'altro". Wilson ordinò all'ammiraglio Knapp di "inviare rinforzi (a Spalato)... il più rapidamente e con tutte le forze possibili"; venne informato che altre due navi da guerra erano in rotta per Spalato. Verso la fine del mese, il presidente cadde estremamente malato e abbandonò il suo viaggio nel paese. Il 2 ottobre subì un infarto che di fatto lo rese inabile ad agire per il resto della sua durata in carica.

Andrews fu colto da questo evento con forze ridotte. L'(incrociatore) OLYMPIA era stato inviato in Mar Nero, e a Fiume c'erano solo l'(incrociatore) PITTSBURGH e un cacciatorpediniere. La cannoniera SACRAMENTO, che in quel momento si trovava a Gibilterra, ricevette l'ordine di andare in Adriatico. Il caccia J. FRED TALBOTT raggiunse Spalato ma ebbe subito l'ordine di andare a Fiume. Tuttavia Andrews non voleva in quel momento aumentare le sue forze navali al largo di Fiume; come scrisse Ellyson sul J. FRED TALBOTT, "La situazione a Fiume rimane tranquilla". Ma un ufficiale di marina britannico su un cacciatorpediniere a Spalato scrisse il 16 "Ordine di procedere immediatamente per Fiume... Siamo tornati proprio come in guerra. Il PITTSBURGH ha circa 200 nostri soldati a bordo. Gli hanno sparato contro ma sono riusciti a sfuggire durante la notte". L'ammiraglio britannico aveva ricevuto l'ordine di salpare per Malta con tutte le truppe britanniche, ma 'i francesi hanno ricevuto l'ordine di tener duro con tutte le loro truppe'. Non abbiamo ricevuto alcun ordine circa le linee da tenere e le procedure da seguire". I soldati britannici si imbarcarono su una nave da trasporto quella sera.

Le navi britanniche abbandonarono Fiume (lasciando un incrociatore fuori dal porto, con istruzioni di seguire i consigli di Andrews) e Andrews ne seguì l'esempio, per non avendo avuto ordini precisi di farlo. Il PITTSBURGH e il TALBOTT salparono, l'incrociatore diretto a Spalato. Le navi da guerra americane che avevano ricevuto l'ordine di andare a Fiume vi fecero ritorno in seguito. I britannici avevano l'ordine di non interferire con quello che l'ammiraglio descrisse come un conflitto tra gli italiani e i francesi. Il delegato britannico alla conferenza di pace cercò in più di una occasione di convincere il suo gabinetto a cambiare politica - a rinforzare la squadra nell'Adriatico e a "partecipare ad una qualche precisa dichiarazione o annuncio per quanto riguarda Fiume e il pericolo di guerra tra gli italiani e gli jugoslavi". Un incrociatore francese rimase in porto, e le truppe francesi erano concentrate sul molo dietro una barricata e una postazione di mitragliatrice. Knapp telegrafò a Daniels che se i francesi insistevano per restare a Fiume, sarebbe scoppiato un conflitto armato con gli italiani. (...)

Andrews cancellò ogni libera uscita per gli equipaggi di entrambe le sue navi e li mise in allerta permanente per il caso di un attacco (di fatto, come scrisse nel suo particolareggiato diario dell'incidente, "non se ne verificò alcuno né ci fu alcuna dimostrazione ostile"). Richiese "ordini precisi ed una dichiarazione della linea da tenere" se i francesi fossero stati attaccati a Fiume. Prima di ricevere una risposta, si incontrò più volte con gli ammiragli alleati e con il generale italiano al comando a Fiume. In una dichiarazione che può solo apparire ridicola, il generale italiano insisté che non era d'Annunzio ma lui stesso a controllare la città, sebbene gran parte delle sue truppe fossero passate dalla parte dello spumeggiante poeta. Quando arrivò la risposta del segretario di stato, questa era di non interferire. Andrews scrisse a Knapp che c'erano ben poche prove del fatto che gli ufficiali italiani stessero avendo successo nel reprimere la rivolta; uno aveva ammesso con lui che non c'era alcuna possibilità che le truppe italiane sparassero su sudditi italiani. Il ministro degli esteri conte Carlo Sforza disse all'ambasciatore britannico a Roma che "nessuna nave o reparto italiano avrebbe obbedito all'ordine di operare contro d'Annunzio, e che il supposto blocco navale era una farsa, dato che le navi entrano ed escono come gli pare".


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  • Inviato 15 aprile 2019 - 15:07

#12

Francesco De Domenico
  • Francesco De Domenico
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(pagg. 138-139)

 

"Andrews era giustamente più preoccupato per la zona americana, Non c'erano truppe americane; la sicurezza era a carico dei serbi. C'erano diverse unità navali statunitensi a Spalato (Polk aveva richiesto l'invio di unità navali aggiuntive in Adriatico). Andrews temeva che gli italiani, sotto la persuasione del "poeta", avrebbero cercato di invadere la zona americana per impadronirsi delle due navi da battaglia ex austro-ungariche. Due giorni dopo che d'Annunzio aveva occupato Fiume, Knapp dette ordine alla (cannoniera) SACRAMENTO e ad un Eagle boat (una nave scorta) di andare a Spalato. Anche all'OLYMPIA fu ordinato di tornare indietro. Il comandante dell'incrociatore, capitano David Boyd, divenne l'ufficiale più alto in grado presente. (Boyd, che era stato guadriamarina sul MAINE nel porto dell'Avana  quando la nave esplose, e Andrews non andavano d'accordo. E neppure Ellyson, il comandante di destroyer più elevato in grado nell'Adriatico, andava d'accordo con Andrews).

 

Oltre alle due corazzate ex austro-ungariche in porto sotto controllo americano, c'era un piccolo ufficio per la base ed il porto presidiato da marinai americani. D'Annunzio rese chiaro che intendeva occupare la zona, compresa Spalato; il governo italiano era impotente ad impedirlo, temendo una rivoluzione a causa dell'enorme popolarità di d'Annunzio in Italia. Il 23 settembre giunse l'informazione che una forza italiana aveva attraversato il confine tra le zone italiana ed americana e aveva occupato Trau. Andrews, in un certo  stato di ansietà, telegrafò a Knapp, "Si desidera qualche azione da parte delle forze americane?" In un secondo dispaccio lo stesso giorno chiese notizie delle due navi da battaglia  e gli fu risposto di usare la forza se gli italiani cercavano di impadronirsene. Ma come al solito i suoi ordini erano un po' vaghi e alquanto contraddittori circa l'uso della forza se la zona americana veniva invasa nel suo insieme: avrebbe avvertito il comandante delle forze italiane d' invasione di rientrare nella zona italiana e avrebbe dichiarato che l'invasione avrebbe probabilmente provocato spargimento di sangue e "molto probabilmente fatto scoppiare una guerra". Ma non doveva andare oltre questo avvertimento. Polk approvò queste istruzioni."


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  • Inviato 16 aprile 2019 - 18:50




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