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LA STRATEGIA FALLIMENTARE DELL'AMMIRAGLIO DOMENICO CAVAGNARI

Iniziato da Francesco Mattesini , 01.02.2019 - 19:27

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Francesco Mattesini
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BREVE STORIA DELLA STRATEGIA IN GUERRA DELL’AMMIRAGLIO DOMENICO CAVAGNARI

(giugno-novembre 1940)

 

FRANCESCO MATTESINI

 

La preparazione alla guerra

 

          Fino al 1935 l’orientamento strategico e la preparazione bellica delle Forze Armate italiane non ipotizzava un eventuale conflitto con la Gran Bretagna. Tale ipotesi, affrontata a titolo puramente didattico negli studi degli Stati Maggiori e in quelli dell’Istituto di Guerra Marittima, venne ritenuta politicamente poco probabile e dal lato militare assurda, troppo grande essendo il peso del potere militare e soprattutto marittimo dell’Impero britannico.[1]

         Inoltre l’Italia e Inghilterra avevano una lunga tradizione di amicizia; appariva, quindi, allora poco probabile l’ipotesi che il Governo fascista intendesse portare la nazione in un’avventura di guerra contro il Regno Unito, trascurando ogni  più sensata considerazione sul rapporto delle forze e delle risorse militari ed economiche.

         Peraltro le rivendicazioni italiane nei confronti della Corsica, del Nizzardo, della Savoia e della Tunisia, facevano ritenere più probabile la possibilità di una guerra contro la Francia.

         Il rapporto tra Italia e Inghilterra, che negli anni venti aveva incontrato periodi di attrito determinati dalle crisi di Fiume (primi anni ‘20) e di Corfù (1923), cambiò radicalmente nel 1935-1936 con l’inizio della guerra in Etiopia, a cui seguirono le sanzioni economiche punitive decretate contro l’Italia dalla Società delle Nazioni, e con  l’intervento del governo fascista in Spagna, in appoggio ai nazionalisti del generale Franco tra il 1936 e il 1939.

         Inoltre, con l’accentuarsi della rinnovata amicizia dell’Italia con la Germania, determinata in parte dalla gratitudine dell’aiuto ricevuto in campo economico durante il periodo delle sanzioni economiche, in parte da motivi ideologici e di politica totalitaria, venne a crearsi l’Asse Roma-Berlino; pertanto, i due governi legarono ancora più strettamente i loro destini firmando, il 6 novembre 1937, il Patto Anticomintern per la lotta contro il comunismo.

         Da questi avvenimenti fu ricavata la giusta convinzione che una guerra contro il Regno Unito era divenuta ipotesi altamente probabile; da quel momento gli stati maggiori delle Forze Armate italiane, la cui preparazione militare presentava gravi lacune in tutti i settori, furono sollecitati a studiare e a preparare piani per rafforzare le guarnigioni nelle colonie, soprattutto in Libia.

         Tuttavia, con la firma del “Gentlemen’s Agreement” fra il Governo di Londra e quello di Roma, avvenuto il 16 aprile 1938, si era verificata una distensione politica  che sembrava dovesse durare nel tempo.

         Ma i successivi avvenimenti, determinati dall’annessione all’Austria (Anschluss) alla Germania (13 marzo 1938), a cui seguì l’occupazione tedesca della Cecoslovacchia, pur mitigati dal patto di Monaco (29 settembre 1938), rappresentarono elementi di gravi complicazioni internazionali che minacciarono seriamente di sfociare in un conflitto europeo.

         Ne conseguì che alla fine del 1938 le Forze Armate del Regno furono sollecitate dal Capo del Governo Benito Mussolini a prepararsi in vista di una guerra a fianco della Germania, contro la coalizione franco-britannica, a cui probabilmente potevano affiancarsi la Grecia e la Turchia, mentre la Spagna, stremata da tre anni di guerra non ancora conclusa, avrebbe potuto assumere inizialmente uno stato di benevola neutralità in favore delle potenze dell’Asse, per poi schierarsi apertamente con Italia e Germania.

         Dal momento che la conquista dell’Etiopia e le operazioni in Spagna, a cui avrebbe seguito nell’aprile del 1939 l’annessione all’Italia dell’Albania, avevano richiesto alla nazione sacrifici ingenti, finanziari e di mezzi, sarebbe stato necessario, per reintegrare l’armamento e le scorte, soprattutto dell’Esercito e dell’Aeronautica, che più si erano logorate nelle operazioni nella penisola Iberica, colmare le gravi lacune esistenti nel campo militare, le più consistenti delle quali risiedevano: nell’artiglieria, quasi tutta da rinnovare; nei mezzi corazzati, praticamente inesistenti; in aerei, gran parte dei quali di deficienza qualitativa e carenti della specialità di reparti aerosiluranti; in scorte di ogni genere.

         In questo stato di fatto, in cui si doveva considerare che alla Marina sarebbero occorsi alcuni anni per raggiungere il massimo dell’efficienza, determinata dall’entrata in servizio delle quattro corazzate tipo “Littorio” (Littorio,Vittorio Veneto, Impero, Roma) e delle rimodernate Doria e Duilio, i Capi militari erano convinti che l’Italia non sarebbe stata pronta ad entrare in un conflitto prima della fine del 1942. Su tale base fu concretata l’alleanza con la Germania, entrata ufficialmente in vigore il 22 maggio 1939, con la firma a Berlino del “Patto d’Acciaio”, tra i ministri degli esteri Galeazzo Ciano e Joachim von Ribbentrop.

         Allo scopo di individuare una linea di condotta militare il più possibile convergente ai voleri del Duce e del Fuhrer, i Capi militari delle Forze armate dell’Asse sentirono il bisogno di consultarsi, per discutere della strategia e della linea di condotta da seguire in un eventuale prossimo conflitto, al quale si pensava, con una certa preoccupazione, avrebbe potuto partecipare l’Unione Sovietica schierata nella coalizione franco-britannica.

         Fu sulla base di queste esigenze che già ai primi di aprile del 1939 si erano incontrati ad Innsbruck il generale Alberto Pariani, Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, e il collega tedesco Wilhelm Keitel, a capo dell’OKW (Oberkommando der Wehrmacht), per discutere i problemi inerenti ai rispettivi eserciti; in tale occasione le due delegazioni parlarono di argomenti tecnici e addestrativi, ma non operativi poiché secondo l’opinione delle due parti, non ve n’era bisogno. Inoltre Pariani dichiarò apertamente che l’Italia, dovendo attuare il programma di rinnovamento del materiale bellico, non poteva entrare in guerra prima del 1943.

         Il 20 e 21 giugno 1939 –  precedendo di qualche giorno l’incontro tra i capi dell’aviazione, generale Giuseppe Valle e maresciallo del Reich Hermann Göring, che nelle discussioni fu rappresentato dal Sottosegretario della Luftwaffe Feldmaresciallo Herhard Milch – si recò in Germania una delegazione della Regia Marina, guidata dal Sottosegretario di Stato e Capo di Stato Maggiore ammiraglio Domenico Cavagnari. L’incontro con i colleghi tedeschi, che erano guidati dal Capo della Kriegsmarine, Grande ammiraglio Erich Raider, si svolse nella deliziosa località di Friedrichshafen, sul lago di Costanza.

         Sebbene lo scopo dell’incontro fosse quello di gettare le basi di una più stretta collaborazione operativa e strategico – tattica, a questi intenti non corrisposero conclusioni altrettanto promettenti di immediati sviluppi nell’interesse delle due Marine, come era nelle reali intenzioni dei due Capi delegazione, i cui contatti si svolsero in un clima di molta cordialità e reciproca comprensione.

         Infatti, data la natura di semplice correlazione, e non di cooperazione operativa, assunta nelle discussioni fra le due Marine, ognuna delle quali voleva essere responsabile nei propri settori di competenza, fu rinviata, di comune accordo, l’idea di costituire un Comando unico. Il tutto si concluse con il riconoscimento della necessità di adottare più fiduciosi contatti di carattere navale, limitati però a scambi di notizie sui rispettivi progressi tecnici e sui progetti di impiego.

         In definitiva a Friedrichshafen la delegazione della Marina italiana ottenne di impiantare sicure comunicazioni fra i due Alti Comandi Centrali, mediante l’utilizzo di cifrari operativi comuni; convenne sulla necessità di scambi di ufficiali in occasione delle grandi manovre navali per constatare il reciproco livello di addestramento raggiunto; trattò sulla costituzione di due Commissioni di Collegamento fra le due Marine; infine, fece presente l’opportunità di ricevere aiuto da parte della Germania per accelerare la preparazione bellica, sotto forma di contributo industriale e di cessione di materie prime, nonché di artiglierie contraeree (cannoni da 88 mm) da impiegare nella difesa della basi navali.

         Quanto al concetto prettamente operativo, l’ammiraglio Cavagnari fece presente che da parte della Regia Marina esso si sarebbe concretizzato nella formula di esercitare la massima pressione nel Mediterraneo Centrale, per mantenere il grosso delle Forze nemiche il più possibile diviso fra i due bacini occidentale e orientale. Inoltre la Regia Marina avrebbe svolto operazioni offensive nell’Oceano Indiano, con alcuni sommergibili e con tre incrociatori da ottomila tonnellate (classe “Ciano”) di prevista nuova costruzione, e partecipato alla guerra nell’Oceano Atlantico, inizialmente con dodici sommergibili, che il Grande ammiraglio Raeder, volendo evitare interferenze nei settori settentrionali assegnati alla Kriegsmarine, chiese  fossero dislocati a sud del parallelo di Lisbona.

         Tuttavia a queste generiche conclusioni, nei successivi contatti mantenuti tramite gli addetti militari per la fornitura di armi e materiali, e ai nuovi scambi di opinioni avvenuti nel gennaio del 1940 tra il Sottocapo di Stato Maggiore della Regia Marina, ammiraglio Odoardo Somigli, e l’Addetto Militare germanico a Roma, capitano di vascello Werner Lowish, non fece seguito nessun piano di guerra marittima in comune, che non fu neppure abbozzato. Ragion per cui il 10 giugno 1940, sette mesi dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale iniziata dalla Germania il 1° settembre 1939 con l’invasione della Polonia, la Regia Marina entrò in guerra, prima del previsto, con norme che prescrivevano, secondo gli ordini del Duce fissati con la direttiva n° 328 del 31 marzo, “Offensiva in mare su tutta la linea, in Mediterraneo e fuori”. Direttiva che aveva sollevato l’opposizione dell’ammiraglio Cavagnari.

         Quest’ultimo, con promemoria del 14 aprile inviato al Capo del Governo, esprimendosi in modo estremamente prudente, affermò che agire offensivamente nel Mediterraneo, contro le superiori flotte nemiche che ne controllavano le estremità, avrebbe significato strangolare l’attività della Marina e “giungere alle trattative di pace non soltanto senza pegni territoriali” per l’Italia, “ma anche senza flotta e forse anche senza Aeronautica”.

 

La preparazione della Marina tra il 1934 e il 1940

 

         La politica delle costruzioni navali della Regia Marina, a seguito della conferenza di Washington del 1921-1922, era stata improntata dal Grande ammiraglio Thaon de Revel e dall’ammiraglio Giuseppe Sirianni a mantenere la ottenuta parità con la Marina francese, che era considerata la principale antagonista dell’Italia nel Mediterraneo. Da ciò erano derivate scelte costruttive in cui furono privilegiati gli incrociatori, il naviglio leggero e i sommergibili, adeguandone le caratteristiche a quelle delle unità similari prodotte in Francia, che possedevano grande velocità ottenuta a scapito della protezione.

         La Regia Marina mutò indirizzo nel 1933 con l’ammiraglio Domenico Cavagnari, che assunse la duplice carica di Sottosegretario di Stato e di Capo di Stato Maggiore. Fu subito abbandonato il concetto delle costruzioni leggere e veloci, realizzate soprattutto per l’impiego della difesa del traffico marittimo e delle coste metropolitane, preferendo la dottrina della ricerca della grande battaglia navale quale evento risolutivo di un’operazione bellica. Ragion per cui, inseguendo questo mito in un epoca in cui la strategia navale si stava evolvendo radicalmente con l’era delle portaerei, fu subito avviata la costruzione delle prime due delle quattro navi da battaglia tipo “Littorio” (Littorio e Vittorio Veneto) da 41.000 tonnellate, che univano alla potenza delle artiglierie (nove cannoni da 381, 12 da 152 e dodici da 90 mm) grande protezione ed elevata velocità (29-30 nodi). E fu poi iniziato il rimodernamento delle due corazzate tipo “Cavour” (Conte di Cavour e Giulio Cesare) e successivamente delle due ”Duilio” (Caio Duilio e Andrea Doria), tutte risalenti alla Prima Guerra Mondiale, aumentandone il tonnellaggio a 28.000 tonnellate, e incrementando la velocità (28 nodi) e la potenza dei cannoni, portati dal calibro 305 al calibro 320 mm, il tutto nell’intendimento di disporre in caso di guerra di uno strumento decisivo e, in tempo di pace, di un considerevole elemento di potenza.

         Fu incrementata la costruzione dei sommergibili da impiegare nella guerra al traffico, anche nell’Oceano Atlantico, ma nel contempo fu penalizzata la realizzazione degli incrociatori pesanti e leggeri e del naviglio di scorta, sacrificati al programma di costruzione di dodici piccoli incrociatori veloci della classe “Capitani Romani”. Poco prima dell’inizio della Guerra era stata anche decisa la costruzione di tre incrociatori da corsa della classe “Ciano”, da 8.000 tonnellate, che l’ammiraglio Cavagnari, come accennato a Friedrichshafen, intendeva impiegare contro il traffico nell’Oceano Indiano. Ma essi non superarono la fase del progetto per la difficoltà di reperire i fondi di bilancio necessari per produrli. Si pensava di fare moneta con l’Esposizione Universale di Roma del 1942, per terminare le seconde due “Littorio”.

         Soprattutto deleterie risultarono poi, nell’impostazione strategica studiata dalla Regia Marina tra il 1933 e il 1940, la mancata realizzazione di navi portaerei, che volutamente  erano  state  sacrificate  alla  costruzione  delle  navi  da  battaglia,  e  la sottovalutazione delle  possibilità  tecnologiche d’avanguardia  sviluppate dal  nemico, soprattutto nel campo dell’elettronica e degli armamenti più sofisticati. Anche nella tecnica del combattimento notturno gli inglesi avrebbero dimostrato una superiorità assoluta determinata, non solo da strumenti di rilevamento, proiettori a finestra e di lancio siluri migliori, ma anche  da una  maggiore  precisione nel  tiro dell’artiglieria, a cui  da  parte  italiana  si aggiunsero in ugual misura, e questo era ancora più grave, inaccettabili lacune nell’addestramento al combattimento, i cui effetti negativi furono rilevati da Supermarina con promemoria del 30 dicembre 1940, preparato per il nuovo Capo di Stato Maggiore ammiraglio Arturo Riccardi.

 

La strategia di Supermarina nei primi sette mesi di guerra

                Nelle sue fondamentali direttive generali il comportamento che la Marina avrebbe dovuto mantenere in un conflitto con un avversario dal potenziale superiore era sintetizzato come segue:

 

         Alto spirito offensivo deve guidare l’azione della Marina che ha superiorità complessiva di forze, ma ancor più occorre che da questo spirito sia animata la Marina che nel complesso dispone di minori forze.

         La difficoltà di rimpiazzare in guerra le unità perdute impone ponderazione prima di intraprendere un’operazione; ma la possibilità di perdita non è elemento sufficiente per indurre a rinunciare a un’azione o a interromperla se iniziata.

 

         Come si comprende da queste due frasi lo spirito della seconda attenuava molto la portata etica della prima.

         Occorre ricordare che tutte le marine belligeranti, in ogni periodo della storia, hanno sempre operato per assicurare la protezione delle proprie linee di rifornimento, non trascurando tuttavia di attaccare nel contempo quelle avversarie. Dobbiamo sottolineare che in ogni trattato di storia marittima si è sempre puntualizzato che lo scopo primario di ogni flotta è quello della ricerca e della distruzione del potere navale nemico.

            Anche le direttive di Supermarina, fissate nella Direttiva Navale Zero  (Di. Na. Zero), “Concetti generali di  azione in Mediterraneo nell’ipotesi  di conflitto ‘Alfa Uno’ edizione 29 maggio 1940”, prevedevano di attenersi a tale logico sistema di impiego. La Di. Na. Zero conteneva le direttive generali e pertanto fissava le modalità di reazione ad eventuali iniziative nemiche, che dovevano concretarsi da parte italiana, mantenendo la tattica difensiva a ponente e a levante e un comportamento offensivo e controffensivo nello scacchiere centrale del Mediterraneo.[2] Esponendo nella Di. Na. Zero  i  concetti  d’azione  da  attuare  nel Mediterraneo, Supermarina escluse la possibilità di iniziare le ostilità di sorpresa  “per conseguire un iniziale vantaggio sull’avversario “. Prevedendo al contrario “intense ed immediate azioni franco-britanniche dirette ad intaccare la capacità di resistenza italiana” l’Organo Operativo dell’Alto Comando Navale ritenne che il nemico avrebbe esercitato una forte pressione nei due bacini del Mediterraneo, mentre al centro avrebbe impiegato l’isola di Malta soltanto come base “per le poche unità sottili e subacquee”.

          Nella Di. Na. Zero non fu fatto alcun altro cenno al problema di Malta, che pure era stato contemplato nel Documento di Guerra D.G. 10/A2 del novembre 1938, ove era ritenuto elemento fondamentale per mantenere i collegamenti con la Libia la conquista dell’isola.[3] Tuttavia, a partire dal maggio 1940, quando l’entrata in guerra era già stata fissata da Mussolini, fu iniziata la compilazione di un progetto tendente all’occupazione dell’isola che, sviluppato dall’ammiraglio Giuseppe Fioravanzo, fu ultimato a conflitto iniziato, il 18 giugno.

         Essendo nel frattempo subentrata la presunzione di ritenere l’operazione della conquista di Malta superflua e quindi non necessaria, perché con la resa della Francia l’isola appariva ormai indifendibile, il piano fu abbandonato anche per le difficoltà presentatesi per deficienza di mezzi da sbarco, ed anche perché si fece affidamento sulla capacità dell’aviazione di neutralizzare quell’obiettivo che non presentava allora un grosso pericolo. A Malta mancavano del tutto i mezzi navali, salvo qualche sommergibile, ed i pochi aerei presenti sui tre aeroporti dell’isola (non più di venti compresi per la difesa aerea soltanto cinque caccia biplani “Gladiator” della Marina che erano stati lasciati ad Al Far dalla portaerei Furious ) erano privi di sufficiente autonomia per attaccare con successo i convogli italiani le cui rotte passavano a distanza di sicurezza.

         La Difesa dei principali obiettivi del territorio metropolitano e delle linee di comunicazione con i possedimenti della Libia e dell’Albania, appariva come l’unico comportamento possibile ad una Marina nettamente inferiore a quella della coalizione nemica. Pertanto si intendevano evitare scontri con forze decisamente prevalenti, e nel contempo cercare di logorare l’avversario con largo impiego di sommergibili e unità leggere e sottili, ed eventualmente intervenire in forze, contando sull’appoggio dell’Aeronautica,agendo per linee interne per impedire la riunione delle forze avversarie attraverso il Canale di Sicilia.

Come vedremo, i compiti prettamente offensivi della Flotta, ad iniziare dalla battaglia di Punta Stilo (9 luglio 1940), furono abbandonati dopo alcuni iniziali sfortunati tentativi a favore di un deleterio impiego difensivo dal quale fu poi impossibile districarsi, perché ritenuto l’unico possibile per assicurare le rotte di rifornimento dell’Albania e dell’Africa Settentrionale. La  incerta  e   cauta  linea  di  condotta  seguita  a  questo  concetto  di strategia era basata sulla tacita convinzione della superiorità inglese, avvalorata ancor più dai primi insuccessi italiani, e dal convincimento, forse in parte più logico, che la Regia Marina avrebbe avuto minori possibilità di rimpiazzare le perdite rispetto a quelle della Royal Navy.

I molti piani elaborati nel corso del 1940 danno una chiara idea dello stato di indecisione e di ripensamenti, non sempre logici, esistenti nei responsabili di Supermarina. Essi, dopo aver messo a punto, su proprie esigenze, o su richieste provenienti dal Comando Supremo e dagli Stati Maggiori delle altre Forze Armate, i più   disparati    progetti   operativi,  consistenti   in    puntate   offensive   della   flotta,  bombardamenti   costieri, sbarchi   ecc., quasi  mai  riuscirono  a  tradurli in interventi risolutori. E ciò perché la loro preoccupazione fu sempre rivolta, in ogni occasione, anche la più favorevole, a schivare un eventuale insuccesso tattico e ad evitare perdite.

         Su questo comportamento rinunciatario  influì in parte, con il passare dei mesi, anche la consapevolezza di un’errata scelta del materiale navale; essa ebbe negativi riflessi soprattutto nell’imprecisione delle maggiori artiglierie per le quali risultò difficile la messa a punto dei calcatoi delle corazzate tipo “Littorio”, ed anche a causa delle cattive cariche di lancio, mal dosate, a cui si aggiunse la mancanza di apparecchiature tecniche adeguate, quali: il radar, l’ecogoniometro, i telemetri a grande luce notturna, binocoli più efficienti come i tedeschi Zais, proiettori a finestra che non mostravano la loro luce al nemico nel momento in cui venivano puntati, tutti strumenti particolarmente utili nei combattimento notturni. Infine, a partire dall’estate del 1941, si sarebbe aggiunto il problema di una sempre più marcata deficienza di nafta, con riflessi negativi soprattutto nel campo dell’addestramento, che occorreva assolutamente adeguare a quello decisamente elevato del nemico, per non esserne travolti.

         In questa situazione i responsabili di Supermarina mantennero una linea intransigente nella ricerca del combattimento, che ritenevano fosse solo nell’interesse degli inglesi, anche quando questi ultimi dirigevano verso il Mediterraneo Centrale in condizioni di inferiorità potenziale e numerica chiaramente manifesta.   

 

L’impiego della Squadra Navale

Per chiarire come la Regia Marina aveva organizzato le sue strutture in previsione di una guerra, ed adeguato le sue istruzioni operative per i Comandanti delle Squadre Navali, l’ammiraglio Fioravanzo ha spiegato esaurientemente il comportamento di Supermarina  in sede tattica e nei riguardi dei Comandi marittimi e navali esponendolo nel modo seguente:[4]

 

         “A ragione dei troppo evanescenti confini fra la strategia e la tattica SUPERMARINA si è sempre trovata durante il corso delle operazioni in mare davanti a due quesiti: intervenire o non intervenire; e in caso positivo, fino a che momento, fino a che punto e in quale modo intervenire?

         A questi interrogativi, che implicavano gravi responsabilità di comando e definizione concreta dei rapporti tra l’Alto Comando Centrale operativo e i Comandanti Superiori in mare, SUPERMARINA si è data di volta in volta una risposta che è stata normalmente ispirata al criterio di evitare  interferenze nella  libertà di  decisione di chi era responsabile  della manovra  pretattica e tattica, limitandosi di massima a fornirgli notizie sull’avversario - ritenute atte a chiarire la situazione - che ricavava dalla decrittazione dei suoi segnali intercettati e dagli avvistamenti aerei”.

 

Questa esposizione dell’ammiraglio Fioravanzo è però alquanto in contrasto con quanto scritto dall’ammiraglio Angelo Iachino che, tra il dicembre 1940 e il marzo del 1943, ricoprì la carica di Comandante in Capo della Flotta, dopo aver comandato la 2a Squadra Navale.[5] Affrontando il delicato argomento dei suoi rapporti con Supermarina, ed esponendo anche quali fossero i sentimenti riscontrabili nei vari Comandi periferici che, come lui, dipendevano per importanti decisioni dagli ordini, dalle direttive e dai consigli diramati in ogni circostanza, anche per argomenti di minore valore, dall’Organo Operativo dell’Alto Comando Navale, Iachino è stato piuttosto critico. Infatti, pur ammettendo che l’organizzazione di Supermarina era la più logica dal punto di vista teorico, quale Ente per la direzione della guerra navale e per la raccolta delle informazioni, ha lamentato il fatto che a quella “Organizzazione rapidamente organizzata” a terra, avrebbe dovuto corrispondere sulle navi una organizzazione “più elastica”; ciò allo scopo di “permettere al Comando in mare non solo di sfruttare meglio e più rapidamente le informazioni operative, senza aspettare di riceverle di seconda mano da Roma, ma anche di dare disposizioni direttamente, cioè senza perdita di tempo, alle forze aeree e subacquee che prendevano parte all’operazione”.

         E nel dare il suo giudizio complessivo sul funzionamento di Supermarina nella condotta delle operazioni navali, egli lamentò di avervi riscontrato varie lacune, soprattutto proprio nell’importante settore dei servizi informazioni e delle comunicazioni alla flotta, che, sebbene migliorati nel tempo, “non riuscirono mai a soddisfare completamente”.

         Quello che soprattutto l’ammiraglio Iachino contestò all’operato dei Capi della Marina, che si erano succeduti nell’alto incarico della direzione e condotta della guerra navale, in particolare all’ammiraglio Cavagnari, fu la teoria della “Fleet in being” (la flotta in potenza), che consisteva nell’attenersi ad un rigido criterio della difensiva nei confronti di un nemico più forte, per obbligarlo a tenere forze adeguate nel Mediterraneo, a scapito delle operazioni da svolgere in altri mari.

         Ma per comprendere il significato delle contestazioni dell’ex Comandante in Capo della Flotta italiana, sulla validità della tattica della “Feet in being”, dobbiamo tornare indietro nel tempo allo scopo di conoscere quale fu la dottrina d’impiego adottata dalla Regia Marina all’inizio della guerra.

 

***

 

                Non avendo ritenuto conveniente la ricostituzione del Comando in Capo dell’Armata Navale, esistente durante la prima guerra mondiale, sciolto negli anni venti, la Regia Marina aveva organizzato la propria flotta di superficie in due squadre, che il 10 giugno 1940 si trovavano distribuite in basi  dell’Italia meridionale, in particolare a Taranto, Augusta, Palermo e Napoli, per intervenire a copertura del “Dispositivo del Canale di Sicilia”. Il dispositivo era stato creato con apposite direttive, per coordinare l’impiego del naviglio leggero e dei sommergibili contro forze navali nemiche che intendessero attraversare quel tratto di mare fortemente minato o che cercassero di effettuare pericolose incursioni contro le coste metropolitane meridionali più esposte.

         Il 10 giugno 1940 la Regia Marita entrò in guerra con una grande flotta ma non ancora perfettamente a punto. Il potenziale navale raggruppato nella 1a e nella 2a Squadra Navale, rispettivamente al comando dell’ammiraglio Inigo Campioni e dell’ammiraglio Carlo Paladini – poi nell’agosto del 1940 sostituito, per malattia, dall’ammiraglio Angelo Iachino – era allora di consistenza nettamente inferiore a quello della coalizione franco-britannica che poteva schierare ben dieci corazzate, tutte pienamente operative, cinque delle quali concentrate, assieme ad una vecchia portaerei (Bearn), nel Mediterraneo occidentale, e altrettante, con un’altra anziana portaerei (Eagle), in quello orientale.

         La Regia Marina, sulle sei navi da battaglia disponibili, ne aveva efficienti, e quindi perfettamente in grado di combattere, soltanto due, la Giulio Cesare e la Conte di Cavour risalenti alla prima guerra mondiale e rimodernate nel 1937, a cui si aggiungevano altre due corazzate rimodernate del medesimo tipo, l’Andrea Doria e la Caio Duilio, tutte e quattro armate con dieci cannoni da 320 mm, un calibro inferiore a quello disponibile nelle unità delle flotte nemiche. Le  altre due grandi navi da battaglia di costruzione moderna, la Littorio e  la gemella Vittorio Veneto, di oltre 41.000 tonnellate ed armate con nove cannoni da 381 mm, entrate a far parte della 1a Squadra Navale nel maggio 1940, si trovavano ancora in periodo di addestramento; ma avevano problemi per una difficile messa a punto delle artiglierie da 381 mm, specialmente ai calcatoi, che richiedevano il lavoro degli operai delle ditte costruttrici. Pertanto né le “Duilio”, anch’esse nelle stesse condizioni di inefficienza, essendo impegnate nella fase di addestramento, né le “Littorio” poterono partecipare alla battaglia di Punta Stilo del 9 luglio 1940.

                Pertanto, per ottemperare alla bellicosa direttiva del 31 marzo di Benito Mussolini, “Offensiva su tutta la linea, in Mediterraneo e fuori”, non potendo impiegare in puntate offensive il numeroso naviglio di superficie, costituito da ventidue incrociatori e una cinquantina di cacciatorpediniere, senza l’appoggio delle navi da battaglia, nel primo periodo guerra restavano disponibili, per operare in zone sotto il controllo delle Flotte franco-britanniche, soltanto i 115 sommergibili alle dipendenze del Comando della Squadra Sommergibili. (Maricosom). Ma nonostante l’ampio schieramento impiegato i loro successi furono limitati all’affondamento dell’incrociatore leggero britannico Calypso, conseguito il 12 giugno a sud di Creta dal Bagnolini (capitano di corvetta Franco Topsoni Pittoni) e di una petroliera norvegese e di un piroscafo neutrale svedese, cui fece riscontro la perdita elevata di sei unità subacquee, a cui se ne aggiunsero altre quattro in Mar Rosso dove fu affondata soltanto una petroliera.

          Con la sconfitta della Francia, sotto i colpi di maglio della macchina bellica tedesca, a iniziare dalla fine di giugno restarono nel Mediterraneo, come unico rivale della Marina italiana, le flotte britanniche, ripartite tra Alessandria (Mediterranean Fleet) e Gibilterra (Forza H), che erano praticamente padrone dei bacini orientali e occidentali del “Mare nostrum.

          L’inferiorità numerica e potenziale in navi da battaglia rappresentava un deterrente nettamente sfavorevole che non poteva permettere alla flotta italiana di uscire dalle proprie basi per affrontare in forze il nemico. Ne conseguì che durante i tredici giorni di guerra con la Francia, le cui navi, quattro incrociatori pesanti (Algerie, Foch, Dupleix, Colbert) e undici cacciatorpediniere, il 14 giugno bombardarono la zona industriale  di Genova, senza che da parte italiana fosse stato possibile reagire, non essendovi unita navali nell’Alto Tirreno e nel Golfo Ligure, lasciati completamente sguarniti, il tutto si limitò a qualche missione di vigilanza e all’attività del naviglio sottile e dei sommergibili, che continuarono a conseguire gravi perdite e risultati modestissimi; in parte determinati da scarsità di traffico.[6]

         Ma se la Marina italiana non era ancora pronta ad affrontare in un duro cimento con la  Royal Navy, quest’ultima, con la  resa della  Francia, si  vide  costretta a  costituire una flotta di base a Gibilterra (denominata Forza H), inserendovi tre navi da battaglia (Hood, Barham, Resolution), una portaerei moderna (Ark Royal), due incrociatori (Arethusa, Enterprise), e una decina di cacciatorpediniere, i cui compiti iniziali furono quelli di neutralizzare la flotta francese. Questa fu attaccata il 3 luglio nella rada di Mers-el-Kebir, presso Orano, per impedire che cadesse contro il controllo tedesco. Una volta raggiunto questo obiettivo, che portò all’affondamento di una corazzata francesi (Bretagne), e al danneggiamento di un'altra corazzata (Dunkerque) e di due incrociatori da battaglia (Dunkerque, Strasbourg), la Forza H, al comando del contrammiraglio James Somerville, ebbe  il  compito  di  esercitare il controllo del Mediterraneo occidentale. Lo scopo era quello di dividere l’attenzione degli italiani dal bacino orientale, che si trovava sotto il controllo di quattro navi da battaglia britanniche (Warspite, Malaya, Royal Sovereign, Ramillies), una portaerei (Eagle), otto incrociatori e venticinque cacciatorpediniere della Mediterranean Fleet. Questa Squadra navale, dopo alcune azioni dimostrative e contro obiettivi costieri della Cirenaica, dove a Tobruk fu quasi annientata una squadriglia di cacciatorpediniere italiani, nella notte del 7 luglio prese il mare da Alessandria per svolgere un’importante operazione denominata “M.A. 5”. Si trattava di raggiungere Malta per prelevarvi due convogli diretti in Egitto con personale britannico evacuato dall’isola, che a quell’epoca veniva considerata dai britannici scarsamente difendibile.

         Il movimento della Mediterranean Fleet, con tre corazzate, una portaerei, cinque incrociatori e diciassette cacciatorpediniere, al comando dell’ammiraglio Andrew Browne Cunningham, si verificò parallelamente a quello della flotta italiana, salpata dalle basi con un complesso di due corazzate (Cesare e Cavour), quattordici incrociatori e ventiquattro cacciatorpediniere, agli ordini dell’ammiraglio Campioni che esercitava le funzioni di Comandante Superiore in mare. Lo scopo della missione era quello di scortare un convoglio di cinque motonavi, diretto in Libia con mezzi e carri armati dell’Esercito, richiesti urgentemente dal maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, Comandante Superiore delle Forze Armate dell’Africa Settentrionale.

         Nella rotta del ritorno le navi della flotta italiana ricevettero l’ordine di concentrarsi, nella notte sul 9, al largo delle coste calabre del Golfo di Squillace. Lo scopo era quello di intercettare, se ve ne fossero state condizioni favorevoli, la Mediterranean Fleet che, secondo precise informazioni crittografiche arrivate a Supermarina dal servizio informazioni della Marina germanica (B-Dienst), avrebbero dovuto attaccare obiettivi navali della Sicilia con un complesso di tre navi da battaglia (Warspite, Malaya, Royal Sovereign), sostenute da una nave portaerei (Eagle), 5 incrociatori e diciassette cacciatorpediniere.

         Ritenendo che la flotta britannica, dirigendo con rotta nord-ovest per raggiungere una posizione favorevole per attaccare i porti di Augusta e Messina, avrebbe potuto cercare di arrivare a contatto con le navi italiane una volta individuate più a nord nella loro zona di pendolamento, situata a sud-est di Capo Spartivento, per la giornata del 9 luglio era stato predisposto da Supermarina uno sbarramento di cinque sommergibili davanti alla probabile direttrice delle navi nemiche. Ed era stato nel contempo interessato Superaereo affinché intervenisse con la massa dei suoi velivoli da bombardamento concentrati in Sicilia e nella Puglia, allo scopo di determinare una preventiva menomazione delle corazzate britanniche, che potesse permettere alle navi della 1e della 2a squadra di intervenire con successo.

         Per avvistare tempestivamente e tenere sotto continuo controllo la Mediterranean Fleet era stato pianificato un ampio servizio di esplorazione affidato agli idrovolanti della Ricognizione Marittima. Questi però nel corso dell’intera mattinata del 9 non riuscirono a dare alcuna notizia sulla flotta nemica, la quale, a differenza di quanto pensavano Supermarina e i Comandi Squadra, messa sull’avviso da un sommergibile che aveva segnalato le due corazzate italiane a nord di Bengasi, nella notte aveva cambiato rotta e, dirigendo senza venire avvistata per nord-ovest, manovrava per arrivare alle spalle delle navi italiane allo scopo di tagliar loro la rotta della ritirata verso Taranto.

         La manovra dell’ammiraglio Andrew Brown Cunningham, Comandante in Capo della Mediterranean Fleet, tempestiva e precisa, riuscì perfettamente, e la flotta italiana, accortasi soltanto all’ultimo momento dell’insidia incombente che si profilava alle sue spalle per fortunosa segnalazione di un idrovolante Cant. Z. 501  della Ricognizione Marittima, impegnato in una ricerca antisom, fu costretta ad invertire la rotta ad un tempo, per andare ad un combattimento sfavorevole, che avrebbe voluto evitare, senza l’appoggio dei sommergibili e manovrando in una formazione alquanto scoordinata. Infatti le due corazzate italiane che dovevano essere precedute dalle divisioni di incrociatori, con l’inversione di rotta ad un tempo andarono invece al combattimento manovrando verso nord per lungo tempo in testa alla formazione, che pertanto non poté mantenere il dispositivo di battaglia predisposto dall’ammiraglio Campioni.

         Scarsamente appoggiate dai propri incrociatori, esse arrivarono al contatto balistico alla distanza di oltre 26.000 metri, ma il combattimento ebbe subito esito sfavorevole, dal momento che una granata da 381 m/m, sparata dalla nave ammiraglia britannica Warspite alla sua quinta salva, centrò la Cesare che, diminuendo la velocità e vistosamente menomata, obbligò l’ammiraglio Campioni ad ordinare la ritirata generale verso lo Stretto di Messina, con inversione di rotta verso sud, coperta dalle cortine di nebbia e dal contrattacco dei cacciatorpediniere, con lanci di siluri effettuati da grande e distanza.[7]

         La Regia Aeronautica, che per mancanza di notizie sul nemico non era potuta intervenire preventivamente per dare all’ammiraglio Campioni lo sperato appoggio preliminare, prima del combattimento navale, tendente a menomare le corazzate britanniche, cominciò ad attaccare subito dopo che si era concluso il contatto balistico; e poiché la visibilità era resa molto cattiva dalle cortine di fumo, una cinquantina di aerei, sui centotrentuno inviati all’attacco, per errato riconoscimento sganciarono le loro bombe sulle navi italiane in ritirata. Fortunatamente non le colpirono, così come non furono colpite quelle britanniche, il cui tiro oltre a centrare la Cesare aveva danneggiato, con tre proietti da 152 m/m sparati dall’incrociatore Orion, l’incrociatore Bolzano, e colpito di striscio con un altro proietto, sempre sparato dall’Orion, il cacciatorpediniere Alfieri.[8]

         Lo scontro di Punta Stilo, primo ed unico combattimento nella storia tra corazzate italiane e inglesi, essendosi svolto nei primissimi giorni di guerra rappresentò la prima occasione per controllare la validità degli studi e gli schemi tattici sperimentati nelle esercitazioni del tempo di pace, elaborati dalla Regia Marina. Da quell’episodio fu ricavato il convincimento di un comportamento soddisfacente, mentre in realtà venivano denunciate grosse lacune, particolarmente nei collegamenti, nella precisione del tiro, e per il molto scarso affiatamento esistente fra le due squadre navali italiane, che praticamente operavano insieme per la prima volta.

         Ma quello che soprattutto costituì una sgradita sorpresa fu determinata dalla inaspettata carenza operativa nella collaborazione aeronavale italiana per mancanza di coordinamento tra i reparti della Marina con quelli dell’Aeronautica, la quale dimostrò di non possedere unità aeree addestrate per agire sul mare in appoggio alle unità della flotta; fallimento a cui andarono incontro anche gli idrovolanti della Ricognizione Marittima nel servizio di esplorazione.

         Tuttavia, fu soprattutto l’incidente del bombardamento delle navi italiane a generare una spiacevole polemica fra Marina e Aeronautica, che si sviluppò fra gli Alti Comandi delle due Armi, con riflessi nella stessa sede del Capo di Stato Maggiore Generale maresciallo Badoglio.[9] Ciò portò a studiare e ad emanare immediatamente nuove norme per il riconoscimento delle navi nazionali e per l’impiego della propria aviazione, stabilendo tassativamente che l’intervento dei velivoli, per evitare equivoci, avrebbe dovuto verificarsi prima o dopo la fase del combattimento navale e soltanto nel caso di bersagli nemici perfettamente riconosciuti.

         Fu inoltre provveduto a migliorare i collegamenti fra navi ed aerei, a rinforzare gli organici della Ricognizione Marittima con velivoli “Cant. Z. 506” ceduti dall’Aeronautica, e a fissare norme di intervento per gli aerei da caccia destinati a scortare le unità navali. Soluzioni che portarono indubbiamente a dei sostanziali miglioramenti di carattere tecnico-operativo, che però non avrebbero mai raggiunto l’efficacia di quelli del nemico, anche a causa della povertà del potenziale tecnico-industriale dell’Italia.

         Il 19 luglio gli italiani ebbero un’altra grossa delusione presso Capo Spada, all’estremità nord-occidentale dell’isola di Creta, quando l’incrociatore australiano Sydney, appoggiato da cinque cacciatorpediniere britannici, intercettò due incrociatori della 2a Divisione Navale, che Supermarina aveva destinato a raggiungere l’Egeo per attaccare il traffico nemico fra la Turchia e l’Egitto. Ne seguì uno scontro violento che portò all’affondamento del Colleoni e al danneggiamento del Bande Nere, che poi ritirandosi raggiunse Bengasi.[10]

         La battaglia di Punta Stilo, e il successivo affondamento del Colleoni rappresentarono per la Regia Marina i primi duri impatti con la Royal Navy. I due episodi fecero comprendere che le navi della flotta non erano ancora pronte ad affrontare quelle nemiche in una battaglia di grosse dimensioni e dagli esiti, se non decisivi, strategicamente condizionanti. Ciò rese ancora più cauti Supermarina ed il Comando Supremo nella pianificazione delle operazioni offensive, anche quelle che apparivano di natura favorevole. Nello stesso tempo, allo scopo di diminuire il divario tecnico-tattico nei confronti del nemico, fu data attuazione ad un intenso programma di manovra e di tiro, che sulle due corazzate tipo “Littorio”, continuò ad essere reso precario dalla difficile messa a punto delle artiglierie, in particolare dei calcatoi.

         La Marina italiana aveva nel frattempo ricevuto da Mussolini una direttiva che la invitava ad assumere un atteggiamento decisamente più offensivo. Ma tale direttiva, diramata l’11 luglio dal Comando Supremo anche alle altre Forze Armate per la parte di loro competenza, fu evidentemente considerata di carattere troppo impegnativo; ragion per cui fu ritirata e sostituita con altro documento, recante stessa data e stesso numero di protocollo, ma dal contenuto offensivo alquanto mitigato, ossia più cauto.

         Il pensiero strategico che in quel momento esisteva negli alti vertici della Regia Marina, risulta chiaramente spiegato nella bozza di una nuova versione della “Di. Na. Zero” (Direttiva Navale n. 0), datata 14 luglio 1940. In essa, prendendo atto che dall’uscita del conflitto della Francia le basi aeronavali francesi del Mediterraneo occidentale erano da considerare neutralizzare, e che l’Isola di Malta si trovava sotto il controllo aeronavale italiano, si metteva in risalto il rafforzamento delle posizioni nazionali nel bacino centrale ed una “accresciuta possibilità di movimenti nello scacchiere occidentale”. Da ciò derivava la possibilità di controllare agevolmente le rotte con la Libia, e nel contempo, di “valorizzare” la manovra delle forze navali nazionali per impedire al nemico di superare lo sbarramento del Canale di Sicilia, e di affrontarlo a fondo, non appena fosse stato possibile, con il grosso delle forze navali (Squadra delle corazzate), a patto però che la zona dello scontro fosse prossima alle proprie basi e lontana da quelle nemiche. Era tassativamente da evitare di “affrontare forze navali avversarie decisamente prevalenti “.

         Circa la difesa ermetica del Canale di Sicilia alquanto più pessimista nelle proprie valutazioni si dimostrò il Comando Supremo che, con promemoria del 21 luglio, affermava che un eventuale tentativo per forzare di quel tratto di mare da parte del nemico non avrebbe potuto essere impedito dagli italiani, anche se avessero impiegato, con estrema decisione, le loro forze navali leggere, i sommergibili e l’aviazione da bombardamento.

         Invece, dimostrandosi molto fiducioso sulle possibilità della Marina, il maresciallo Badoglio consultato un promemoria compilato dall’Ufficio Operazioni del Comando Supremo, arrivo alla convinzione che fosse giunto il momento di passare all’azione. Ritenendo che la Mediterranean Fleet avrebbe potuto contrastare dal mare la pianificata avanzata del Regio Esercito in Egitto, alla fine del mese di luglio il Capo di Stato Maggiore Generale chiese all’ammiraglio Cavagnari di presentare un piano per “organizzare - in concomitanza con quelle terrestri - operazioni aeronavali contro la flotta inglesi“.

         L’intenzione di Badoglio era quella “di impostare una battaglia navale partendo dai porti della Cirenaica verso Alessandria”, contando di impegnarvi il complesso delle cinque corazzate al momento presenti a Taranto. Dal Comandante in Capo della 1a Squadra e Comandante Superiore in Mare della flotta, ammiraglio Campioni, e poi dall’ammiraglio Cavagnari, ricevette un quadro della situazione alquanto desolante. Il primo affermò che soltanto la Littorio la Cesare e la Cavour potevano essere pronte per la metà di agosto; e dal momento che la Mediterranean Fleet comprendeva quattro navi da battaglia, tutte armate con artiglierie da 381 mm, calibro a cui da parte italiana poteva opporsi la sola Littorio (le altre due corazzate disponevano di cannoni da 320 mm), Badoglio si convinse non essere “prudente affrontare una battaglia lontana dalle basi italiane”.

         Cavagnari, da parte sua fu ancora più drastico affermando che la Littorio non poteva essere pronta a sostenere un combattimento perché necessitava ancora di addestramento, la Vittorio Veneto era in ritardo di qualche settimana per la messa a punto delle artiglierie, in particolare i calcatori, mentre sulla Duilio, ancora in fase di addestramento, non si poteva contare fino ai primi di settembre. Ragion per cui sconsigliò l’impiego della flotta per fiancheggiare l’avanzata dell’Esercito, anche perché specificò: “la zona in cui sarebbe prevedibile uno scontro con le Forze principali del nemico risulterebbe strategicamente svantaggiosa a noi”.

         Nonostante queste pessimistiche valutazioni, a iniziare dall’agosto, con le effettive entrate in servizio delle corazzate Littorio, Vittorio Veneto e Doria, la superiorità potenziale della Regia Marina su ciascuna delle due squadre britanniche in navi da battaglia e incrociatori pesanti, era divenuta di natura così marcata, da rendere evidente la necessità di non mantenersi ancorati del tutto alla teoria della “Fleet in being, ma di assumere anche un certo atteggiamento offensivo, se il nemico ne avesse data l’occasione, anche perché la flotta italiana manteneva una posizione strategica invidiabile.[11]

         Infatti, disponendo di basi ubicate al centro del Mediterraneo (Taranto, Augusta, Messina, Palermo, Napoli e Brindisi), la flotta italiana era praticamente in grado di dominare il Canale di Sicilia, che rappresentava il solo anello di congiunzione tra la Mediterranean Fleet e la Forza H, sistemate a Gibilterra e Alessandria in porti molto distanti per permettere la riunione delle due squadre britanniche nel corso di una determinata azione.

         Di conseguenza, disponendo con il nucleo delle cinque – sei corazzate di un potenziale offensivo più elevato rispetto a ciascuna delle due squadre nemiche, che continuavano a disporre di quattro navi da battaglia ad Alessandria e di altre tre a Gibilterra, la flotta italiana, operando per linee interne, aveva la possibilità di essere impiegata al completo contro l’uno o l’altro dei complessi nemici, scegliendo le occasioni più favorevoli.

         Ciò nonostante, le ragioni per superare il concetto della “Fleet in being“, particolarmente desiderato da Mussolini, continuarono a non trovare eccessivo accoglimento negli ambienti di Supermarina, e al pessimismo dell’ammiraglio Cavagnari finì per aggiungersi anche quello del Comando Supremo come dimostra il contenuto dei molti studi e delle direttive operative e lo scambio della corrispondenza intercorsa tra gli Alti Comandi.

         Ne conseguì che nell’estate e nell’autunno del 1940 la flotta italiana continuò ad operare in potenza, consumando un quantitativo enorme di preziosa nafta, e non seppe approfittare di un’occasione favorevole presentatesi alla fine di agosto, per impegnare la Mediterranean Fleet che, con l’operazione “Hats”, si stava spingendo verso il Mediterraneo Centrale con forze nettamente inferiori a quelle italiane, che disponevano di cinque corazzate rispetto a due britanniche, la Warspite e la Valiant.[12] Lo stesso accadde alla fine di settembre, sebbene Mussolini, con direttiva trasmessa il giorno 22, avesse ordinato che nessuna nave nemica avrebbe dovuto attraversare il Canale di Sicilia. In entrambe le occasioni le due squadre navali, salpate da Taranto e da Augusta, ricevettero da  Supermarina l’ordine di non superare la congiungente Malta-Corfù, mentre la Mediterranean Fleet, che non aveva alcuna convenienza ad affrontare, in condizioni d’inferiorità numerica e potenziale, un nemico superiore, scansò il nemico percorrendo nella rotta per Malta rotte più meridionali.

         Un episodio forse ancora più discutibile si verificò ai primi di ottobre nel corso dell’operazioni C.V., che era stata lungamente preparata da Supermari, impegnandovi cinque corazzate e dodici incrociatori e disponendo agguati di sommergibili in Egeo. Il solo sospetto che la Mediterranean Fleet, avvistata a largo di Alessandria, potesse interferire nell’operazione, che consisteva nella scorta ad un convoglio di due veloci motonavi dirette a Rodi con rifornimenti per il Dodecaneso, bastò a preordinare il rientro in porto di tutte le navi. Insieme a questa operazione abortita si verificò il tragico affondamento del sommergibile Gemma, silurato per errore di riconoscimento da un’altra unità subacquea italiana (il Tricheco), che ne ignorava la presenza al largo di Scarpanto.[13]

         Era ormai chiaramente evidente che l’atteggiamento tattico più giusto, anche per incoraggiare il  morale degli equipaggi, fosse quello di non rimanere inerti in potenza, come ebbe a riferire l’ammiraglio Iachino con promemoria consegnato a Taranto al Capo di Stato Maggiore della Marina, recatosi a Taranto subito dopo la conclusione dell’operazione C.V. Ma invece di aderire al suggerimento del Comandante della 2a Squadra Navale di attaccare il nemico ogni qual volta fosse uscito in mare con forze inferiori a quelle italiane, l’ammiraglio Cavagnari preferì non cambiare il proprio concetto prudenziale, e ne informò per lettera lo stesso Iachino, rispondendo al suo promemoria.

         Nella seconda metà di settembre Cavagnari era stato sollecitato dal maresciallo  Badoglio a fissare una chiara linea di azione per affrontare il nemico. Ma egli, mostrandosi ancora una volta nettamente contrario a sostenere con la flotta l’avanzata dell’Esercito del maresciallo Graziani in Egitto, riuscì a convincere il Capo di Stato Maggiore Generale che la tattica della “Fleet in being era la sola che conveniva alla Marina italiana; e questo sebbene Supermarina avesse pianificato un bombardamento navale  contro Marsa Matruch da affidare ad una divisione di incrociatori pesanti.

          Da questo atteggiamento rinunciatario derivarono i risultati più funesti, perché il naviglio leggero e sottile (siluranti e mas) e la potente armata di sommergibili, ai quali era stato dato il compito primario di menomare la flotta nemica, non riuscirono a fare nulla di concreto, riportando per contro perdite elevate, soprattutto fra le siluranti, come dimostrò lo scontro di Capo Passero della notte del 12 ottobre 1940, in cui furono affondate, dall’incrociatore britannico Ajax, fornito di apparato radar, due torpediniere e un cacciatorpediniere, che in due squadriglie erano stati inviati in agguato in quella zona di Mare a sud dell’estremità meridionale della Sicilia.        

         Nell’azione di sostegno alle unità italiane, la 3a Divisione Incrociatori, salpata da Messina, fu bombardata per errore di riconoscimento da una formazione di dieci velivoli “S.79”, il cui comandante, colonnello Renato Poli, fu subito esonerato dal comando. Ne servì a risollevare il morale della Marina il fatto che il 14 ottobre, nella rotta di rientro della Mediterranean Fleet ad Alessandria, l’incrociatore Liverpool ebbe completamente asportata la poppa dal siluro di un aerosilurante S.79 della 279a con pilota il comandante capitano Massimiliano Erasi.

         Ma avvenne ancora di peggio nella notte dell’11 novembre quando, essendo stata finalmente programmata per l’indomani un’azione offensiva contro la baia di Suda, che doveva in qualche modo servire a risollevare il prestigio delle Armi italiane, praticamente umiliate dai greci che avevano trasformato in rotta la sconsiderata offensiva scatenata da Mussolini sul fronte dell’Epiro con forze insufficienti, fu lasciata per più giorni libertà di movimento alla flotta britannica.

         La Mediterranean Fleet, dopo essere stata rinforzata dalla corazzata Barham e da due incrociatori provenienti da Gibilterra che avevano attraversato tranquillamente il Canale di Sicilia, impiegando in due ondate undici aerosiluranti Swordfish decollati dalla portaerei Illustrious al largo di Cefalonia, inflissero una dura sconfitta alla flotta italiana, riunita quasi al completo nel porto di Taranto, immobilizzando per sei mesi le corazzate Littorio, colpita da tre siluri, e colpendo con un siluro la Duilio e la Cavour, quest’ultima rimasta per sempre fuori servizio. 

         In tal modo la Regia Marina, andando incontro a danni che si volevano evitare col mantenere un comportamento offensivo dal carattere rinunciatario, pagò anche le incertezze di carattere operativo mantenute nella fase preparatoria di un progettato sbarco dell’esercito a Corfù, che avrebbe dovuto realizzarsi il 28 ottobre contemporaneamente all’inizio delle operazioni contro la Grecia.

         Questa impresa, che avrebbe dovuto impegnare la divisione dell’Esercito “Bari”, addestrata ad unità da sbarco, poi dirottata urgentemente in Albania per tamponare la controffensiva ellenica, fu nettamente avversata dall’ammiraglio Cavagnari e dal suo vice ammiraglio Somigli. Entrambi non approfittarono del momento favorevole per attuarla, dapprima per le sfavorevoli condizioni del mare che rendevano problematico lo sbarco e poi, quando la situazione meteorologica migliorò, per evitare un possibile scontro con la Mediterranean Fleet, che risultava in mare con tre corazzate salpate da Alessandria e segnalate dalla ricognizione aerea italiana nelle acque di Creta.

         Nelle condizioni strategiche sfavorevoli seguite al disastro di Taranto, che lasciava il grosso della flotta a disporre soltanto di tre corazzate efficienti (Vittorio Veneto, Doria e Cesare), nel frattempo spostate a Napoli per tenerle lontane dal raggio di azione degli aerei delle portaerei britanniche, ogni altra discussione per imporre alla Marina di assumersi la responsabilità di appoggiare altre operazioni anfibie desiderate dall’Esercito nelle isole Ioniche della Grecia occidentale, e soprattutto di un corpo di spedizione di tre divisioni a Prevesa, per prendere alle spalle il fronte albanese, era logicamente destinata a fallire.[14]

         Infatti, avendo ricevuto dal Comando Supremo l’ordine di Mussolini di riprendere gli studi per l’invasione di Corfù, l’ammiraglio Cavagnari fece notare di essere impegnato a rifornire con tutte le navi disponibili il fronte albanese, ed affermò non essere realizzabili operazioni di sbarco in grande stile, per le quali fossero poi necessari prolungati rifornimenti via mare, per la minaccia della flotta inglese.

         L’ammiraglio Somigli fu ancora più esplicito, sostenendo che nelle condizioni in cui si trovava la Marina non era possibile conservare “il dominio dello Jonio contro la prevalente flotta britannica”, la quale, occupando la Baia di Suda, si trovava ormai basata a brevissima distanza di attacco dal Canale d’Otranto, e quindi in grado di intercettare facilmente i convogli italiani che lo percorrevano diretti in Albania.

         Di fronte ad un simile spauracchio, che avrebbe reso insostenibile il fronte terrestre dell’Epiro, il 3 dicembre il Duce ordinò al Comando Supremo di sospendere lo sbarco a Corfù in attesa che una situazione più favorevole in Albania avesse permesso l’impiego dei necessari piroscafi.

         Nel frattempo, nella seconda metà di novembre, volendo saggiamente evitare il confronto con la Mediterranean Fleet, la quale, disponendo di quattro corazzate (Warspite, Valiant, Barham, Ramillies) e di  due navi portaerei (Illustrious, Eagle) era praticamente padrona del Mediterraneo centro-orientale, le uniche possibilità d’azione della Regia Marina risultavano rivolte ad occidente, ove operava la Forza H di Gibilterra, il cui potenziale offensivo, limitato all’incrociatore da battaglia Renown, alla portaerei Ark Royal e a tre incrociatori, era nettamente inferiore a quello disponibile nella flotta italiana concentrata a Napoli.

         Il Duce incoraggiò l’attività della Marina ad attaccare il traffico inglese nel Mediterraneo con direttiva trasmessa dal Comando Supremo il 24 novembre. Pertanto, quando il giorno 26 fu accertato che la Forza H stava muovendo verso oriente per svolgere un’operazione dagli scopi non ancora definiti, ma che riguardava la scorta di un convoglio proveniente dall’Inghilterra e diretto al Pireo, le corazzate Vittorio Venero e Cesare e sei incrociatori pesanti salparono da Napoli, per cercare di sfruttare l’occasione favorevole. L’indomani, muovendo a sud di Capo Teulada, all’estremità sud-occidentale della Sardegna, le navi italiane si trovarono impegnate in combattimento con la Renown e le altre unità britanniche della Forza H, le quali nel frattempo, scortando il convoglio, erano state raggiunte da un’altra corazzata (Ramillies) e da due incrociatori partiti da Alessandria, che erano transitati nella notte per il Canale di Sicilia valendosi dell’appoggio inizialmente fornito dalla Mediterranean Fleet che per prelevare il convoglio, diretto in Grecia, si era spinta nelle acque di Malta.

         L’ammiraglio Campioni, Comandante Superiore in Mare della flotta italiana, a cui Supermarina aveva dato ordine categorico di impegnarsi soltanto se vi fossero state condizioni veramente vantaggiose, non ritenne consigliabile affrontare il rischio di sostenere un combattimento alla pari, che avrebbe potuto comportare perdite di natura in quel momento inaccettabili. Pertanto preferì disimpegnarsi, proprio mentre il nemico entrava in contatto con gli incrociatori della 2a Squadra, che precedevano le navi da battaglia della 1a Squadra, le quali intervennero soltanto nell’ultima fase del combattimento, aprendo brevemente il fuoco con la torre poppiera della Vittorio Veneto, quando la situazione delle unità dell’ammiraglio Iachino si stava facendo molto pericolosa.[15]

         Il fatto che la flotta italiana avesse combattuto mostrando la poppa al nemico, fu polemizzato acerbamente dalla propaganda britannica, e Mussolini a cui era stato detto che, in definitiva, il combattimento di Capo Teulada si era risolto in modo soddisfacente, tanto che gli equipaggi delle due Squadre navali furono apertamente elogiati da Cavagnari,   non ne restò certamente molto contento.

         Sebbene il Duce continuasse a desiderare dalla Marina un comportamento più aggressivo, convincere Cavagnari a rinunciare alla statica linea di condotta imposta alla flotta era un’impresa difficile. Il suo pensiero, espresso in un promemoria datato 2 dicembre 1940, non lasciava alcun margine ad un atteggiamento più accondiscendente ai voleri del Duce. Di fronte all’offensiva della flotta britannica che esercitava il pieno controllo del Mediterraneo, considerando che il naviglio assegnato alla protezione dei convogli per la Libia era ridotto al minimo per la necessità di assicurare i trasporti con l’Albania, e che l’attacco inglese a Taranto aveva temporaneamente variato “in maniera sensibile i rapporti di potenza tra la flotta italiana e quella britannica”, Cavagnari affermò che in tali condizioni la Marina non poteva effettuare le operazioni di sbarco sulle coste greche sollecitate dall’Esercito.

         All’indomani della battaglia di Capo Teulada, il Capo di Stato Maggiore della Marina aveva fatto presente al Comando Supremo che l’attività navale del nemico contribuiva a limitare seriamente i movimenti delle forze navali nazionali, e creava numerose interruzioni del traffico di rifornimento alla Libia e nel trasporto di minerali dalla Tunisia, minacciando di bloccarli quasi per intero. Per impedire che ciò avvenisse Cavagnari chiedeva di incrementare il servizio di ricognizione, necessario per tenere sotto controllo la flotta britannica, mediante cessione di trentasei idrovolanti “Cant Z. 506” alla Ricognizione Marittima, nonché di velivoli terrestri veloci e bene armati, assolutamente inesistenti in Italia, come fece notare il Capo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica, generale Pericolo, informato dei desideri del suo collega della Marina.

         Prima che questa lettera arrivasse a Cavagnari si era verificato il cambio della guardia ai vertici della Marina. Le opposizioni dell’ammiraglio, ma soprattutto il comportamento imposto alla flotta nella battaglia di Capo Teulada, convinsero Mussolini a sostituirlo con l’ammiraglio Arturo Riccardi, che fino a quel momento aveva guidato il Comando Difesa Traffico (Maricotraf). Fu anche sostituito l’ammiraglio Somigli, che lasciò la carica di Sottocapo di Stato Maggiore all’ammiraglio Campioni. Quest’ultimo fu a sua volta rimpiazzato nel Comando Superiore in Mare della flotta dall’ammiraglio Iachino, le cui navi, su disposizione di Supermarina, furono riunite sotto un unico Comando Squadra.

         Ma anche il nuovo responsabile della Marina, cosi come il suo nuovo Comandante in Capo della Flotta, avrebbero seguito la deludente linea di condotta dei loro predecessori, e per la flotta italiana combattere contro la Royal Navy si sarebbe dimostrato un compito particolarmente arduo, anche quando il nemico, sempre particolarmente aggressivo, si fosse trovato in palesi condizioni di inferiorità numerica e potenziale. Sta tutto in questo contesto, la delusione che ci accomuna quando dobbiamo parlare dell’attività della Marina nella seconda guerra mondiale.

 

 

Un bilancio fallimentare

 

La sostituzione ai vertici della Marina, che seguiva a pochi giorni di distanza quella del maresciallo Badoglio per contrasti con Mussolini seguiti allo sfavorevole inizio della campagna di Grecia, precedette di pochi giorni un nuovo disastro in cui incorsero le Forze Armate del Regno, questa volta in Egitto. L’eventuale conquista del Canale di Suez, che avrebbe consentito agli italiani di colpire nel punto più sensibile l’Impero Britannico, era stata pianificata fin dal mese di luglio, ma l’operazione, condotta inizialmente tra indecisioni e molteplici polemiche, artefici principali Mussolini e i marescialli Badoglio e Rodolfo Graziani, si era arenata nella seconda metà di settembre a Sidi el Barrani, poco oltre il confine della Libia, in attesa delle condizioni favorevoli per un ulteriore balzo in avanti, tendente all’occupazione di Alessandria.

         Ciò aveva comportato di incrementare notevolmente i trasporti marittimi, ed era stata  creata una organizzazione più adeguata per favorire lo sbarco dei rifornimenti, nei porti di Tripoli e di Bengasi, che erano alle dipendenze dall’intendenza dell’Esercito.

         Il balzo in avanti verso Alessandria, inizialmente limitato fino a Marsa Matruch, era sollecitato anche dai tedeschi che avevano offerto l’impiego della loro 3a Divisione Corazzata, il cui trasporto in Libia  era stato discusso con gli ufficiali della Regia Marina; ma l’offerta della divisione corazzata germanica venne rifiutata da Mussolini su parere di Badoglio, anche in considerazione del fatto che sarebbero occorsi alcuni mesi per farla arrivare a destinazione. Fu invece deciso di accettare l’appoggio di reparti di bombardieri in picchiata e di velivoli minatori della Luftwaffe, per battere la base navale di Alessandria e insidiare il Canale di Suez, una volta che gli italiani fossero arrivati a Marsa Matruch.

         Ciò non si verificò, poiché il 10 dicembre 1940 il 13° Corpo d’Armata britannico del generale O’Connor, che inizialmente era equipaggiato con circa 31.000 uomini, 275 carri armati, 60 autoblindo e 120 cannoni, travolse i 70.000 uomini di prima linea del maresciallo Graziani, insufficientemente armati e quasi privi di mezzi di trasporto, costringendoli ad una rovinosa ritirata verso le piazzeforti di Bardia e di Tobruch, che poi furono rispettivamente occupate nel dicembre 1940 e nel gennaio 1941.

         All’indomani dell’inizio di questo disastro, che avrebbe portato nelle mani dei britannici ben 130.000 prigionieri e ingenti quantità di materiale bellico, il nuovo Sottosegretario di Stato e Capo di Stato Maggiore della Regia Marina dovette affrontare la realtà della situazione esistente nel Mediterraneo, consultando un promemoria preparato da Supermarina. In esso si esprimevano giudizi particolarmente pessimistici sulle possibilità di poter operare con le navi della Squadra lontano dalle coste metropolitane o tentare di impegnare in un combattimento la flotta inglese “in condizioni favorevoli”; anche perché un eventuale “insuccesso delle Forze Navali italiane” avrebbe comportato “le più gravi ripercussioni delle fronti operative terrestri di oltremare”, che correvano il rischio di essere tagliate fuori dalla Madre Patria.

         D’altra parte, considerando che da parte italiana non esistevano “obiettivi strategici per operazioni parziali”, e che da un eventuale successo sulla flotta britannica, che avrebbe avuto “ripercussioni morali enormi”, non sarebbero derivati  effetti materiali altrettanto confortanti, per la possibilità che aveva il nemico di rimpiazzare le perdite, Supermarina suggeriva di attenersi ancora una volta ad un comportamento di grande prudenza. Ne conseguì, tra l’altro, l’annullamento di un progetto di missione offensiva concernente il bombardamento terrestre di obiettivi della costa greca-occidentale, da affidare agli incrociatori all’8a Divisione Navale Garibaldi e Abruzzi che, secondo due ordini di operazione diramati il 14 dicembre, avrebbero dovuto operare con il sostegno del grosso della squadra navale, rientrata dal Tirreno e comprendente le corazzate della 5a Divisione (Cesare e Doria) e gli incrociatori pesanti della 1a e della 3a Divisione. 

In conclusione. Si può dire che la gestione della guerra dell’ammiraglio Cavagnari, del tutto fallimentare, aveva portato la Regia Marina in una condizione difficilissima. Alla fine del 1940 la Marina italiana si trovava in una situazione organica alquanto sfavorevole, avendo temporaneamente danneggiate, e quindi fuori servizio per lunghi lavori, tre corazzate e l’incrociatore pesante Pola, che era stato gravemente colpito il 14 dicembre a Napoli da una bomba, nel corso di un incursione condotta da velivoli Wellington del 148° Squadron della R.A.F. decollati da Malta.

Il conto delle perdite subite durante l’anno può essere desunto da un promemoria di Supermarina, datato 6 dicembre 1940 e dall’oggetto “Esame della situazione marittima sull’attuale fase del conflitto”. In esso si affermava che fino a quel momento erano stati affondati un incrociatore nove cacciatorpediniere, cinque torpediniere, diciassette sommergibili e nove unità minori ed ausiliarie – a cui si aggiungevano ottantadue navi mercantili dai piroscafi alle navi da pesca – per rimpiazzare le quali sarebbero occorsi mesi ed anche anni attingendo alle nuove costruzioni, che comprendevano: due corazzate (Roma e Impero), cinque incrociatori leggeri della classe “Capitani Romani”, cinque cacciatorpediniere, dodici torpediniere, quattordici sommergibili e quindici mas.

         Ne conseguiva che, secondo un altro promemoria preparato dal Comando Supremo il 26 dicembre, la situazione della Squadra Navale, detratte tre corazzate, due incrociatori pesanti, due incrociatori leggeri e quattro cacciatorpediniere che si trovavano a lavori più o meno lunghi e  a cui si aggiungevano alle unità adibite ad altri compiti, era la seguente: tre navi da battaglia, cinque incrociatori pesanti, quattro incrociatori leggeri e trenta cacciatorpediniere.

         Nello stesso tempo la Royal Navy, che aveva perduto fino a quel momento un incrociatore, tre cacciatorpediniere, nove sommergibili, tre navi ausiliarie – a cui si aggiungevano un incrociatore ed un sommergibile greco e un sommergibile francese, nonché tredici piroscafi di varie nazionalità – alla fine del 1940 disponeva in efficienza di sei corazzate, tre navi portaerei, dieci-dodici incrociatori e trentacinque cacciatorpediniere, con i quali controllava il Mediterraneo, tra Gibilterra e Alessandria.

         Dalla prudente direzione della guerra navale italiana, ampiamente dimostrata dall’impostazione del problema strategico e dalla condotta delle operazioni, e che aveva concesso al nemico di conseguire il domino del mare, si deve dedurre che le lacune maggiori derivavano da vari fattori, tutti importanti. Il primo in assoluto era dovuto al fatto che negli anni dell’anteguerra la Regia Marina aveva voluto curare più l’apparenza che la sostanza, costruendo navi molto leggere e vulnerabili e trascurando di dotarsi di naviglio e apprestamenti tecnici che in tempi di pace non apparivano indispensabili sebbene essenziali per gli scopi bellici.

         Successivamente, con la costituzione di Supermarina, che avrebbe dovuto rendere più agevole la condotta delle operazioni navali, fu sviluppato un sistema di comando rigidamente diretto dal centro, con istruzioni molto particolareggiate a cui i comandanti in mare dovevano attenersi. La manovra stessa della Squadra Navale era diretta dall’Ufficiale in grado Superiore per anzianità, che agiva senza lasciare alcun sano spirito di iniziativa ai Comandanti dei vari reparti che la componevano, perché a sua volta vincolato nelle proprie decisioni da direttive, scritte e verbali, che lo rendevano impacciato ed esitante.

         Inoltre, salvo le rare occasioni in cui si erano misurate in combattimento alcune unità leggere durante la guerra italo-turca e nel corso della prima guerra mondiale, la Marina italiana non si era mai trovata a combattere una battaglia moderna, che comportasse l’impiego coordinato di complessi navali di notevole entità comprendenti nuclei di corazzate, incrociatori e cacciatorpediniere.

          Questa mancanza di esperienza apparve in tutta la sua drammaticità con la rottura del ghiaccio a Punta Stilo, ove fu dimostrata l’eccellenza del tiro nemico e le lacune di riconoscimento e di precisione nello sgancio delle bombe da parte dell’Aeronautica, e a cui si aggiunsero le indecisioni e la leggerezza di Supermarina nel predisporre per gli idrovolanti della Ricognizione Marittima errati schemi di ricerca del nemico.[16]

Riassumendo dall’evoluzione della guerra nel Mediterraneo, tra il giugno e il dicembre 1940, appare chiaro che la Regia Marina era venuta a mancare come fattore di forza per contrastare le iniziative della Royal Navy e che la Regia Aeronautica non era stata in grado di contribuire a combattere efficacemente le forze navali britanniche. In queste condizioni, in cui il Regio  Esercito si trovava sotto  la  minaccia  di  venire travolto in Albania dai greci e di essere estromesso dalla Libia dai britannici, l’Italia, povera di risorse e senza una flotta e un’aviazione forte che permettessero di risollevare le sorti del conflitto, era destinata a soccombere in pochi mesi se non fosse sopraggiunto l’aiuto tedesco, dapprima in aria e in terra, all’inizio del 1941, e poi, dal settembre 1941, anche in mare.

         Aiuto che Mussolini, sostenuto dal maresciallo Badoglio e dagli altri orgogliosi Capi Militari, aveva più volte rifiutato e che poi era stato costretto ad invocare, rinunciando ufficialmente alla sua teoria della “guerra parallela”.

 

 

         FRANCESCO MATTESINI


[1] Nella compilazione di questo saggio l’Autore si è valso, oltre che delle sue moltissime e approfondite pubblicazioni, dell’introduzione e dei documenti delle sue due collane: “Le direttive tecnico-operative di Superaereo”, volume I, tomo 1° (Aprile 1940 – Dicembre 1941), edito dallo Stato Maggiore Aeronautica Ufficio Storico, Roma, 1992: e della “Corrispondenza e Direttive tecnico operative di Supermarina – Scacchiere Mediterraneo” Volume I, tomo 1° e 2° (maggio 1939 – dicembre 1940), dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Roma, 2000. La collana si è interrotta dopo la consegna del 3° volume (anno 1942), su quattro tomi, per decisione unilaterale della recente editoria dell’Ufficio Storico. L’Autore ha pertanto sospeso la compilazione, in fase avanzata, del 4° volume, su tre tomi (anno 1943). Le direttive erano state ordinate all’Autore nel 1998 dal Direttore dell’Ufficio Storico della Marina Militare, ammiraglio di squadra Renato Sicurezza per poter disporre, a similitudine di quanto Francesco Mattesini aveva realizzato per l’Aeronautica, in modo di avere disponibili, in forma esaustiva, la principale raccolta di documenti della Marina in guerra, che comprendesse lo scambio di corrispondenza e delle direttive in comune, compilate con gli altri Stati Maggiori delle Forze Armate italiane  e delle Forze Armate tedesche.

[2] Le direttive strategiche, compilate tra il 1935 e il 1940 dall’Ufficio Piani dello Stato Maggiore della Regia Marina, erano contenute in una prima serie di documenti con caratteristica “Di.Na.” (Direttive Navali-Aeree) seguite da un numero distintivo, ciascuna dedicata ad un particolare gruppo di forze e servizi, e da una seconda serie di Documenti con caratteristica “D.G.” (Documenti di Guerra), ciascuno dedicato ad un particolare argomento operativo. Vi erano poi le “O.G.” che riguardavano l’impiego dei sommergibili.

[3] Il D.G. 10/A2, compilato durante la crisi del 1938, contemplava, su richiesta degli Stati Maggiori dell’Esercito e dell’Aeronautica, un progetto di massima per il trasporto in Libia, a mezzo di convogli fortemente scortati, di un grosso contingente di truppe e di equipaggiamenti necessari oltremare, prima di una possibile entrata in guerra e nel periodo immediatamente successivo. Vi erano previsti la celerità dei trasporti, impiego dei mezzi aerei e navali, possibilità dell’offesa nemica, nei riguardi della quale, per assicurare la traversata di ciascun convoglio, sarebbe occorso conseguire “il temporaneo dominio del mare” per la durata di ciascuna operazione. Pertanto il D.G. 10/A2, appariva come un vero e proprio piano di guerra perché fissava obiettivi e direttive nei riguardi di un probabile imminente conflitto contro la Francia e l’Inghilterra. Nei riguardi di Malta l’“occupazione” era considerata necessaria per assicurare l’incolumità di una qualsiasi operazione in grande stile italiana, programmata per il rifornimento della Libia, dal momento che la sola neutralizzazione di quella piazzaforte britannica, da assegnare all’Aeronautica, non avrebbe dato “identico risultato”. Parole profetiche!

 

[4] Giuseppe Fioravanzo, L’organizzazione della Marina durante il conflitto, Tomo I, Efficienza all’apertura delle ostilità, USMM, p. 60-61.

[5] Angelo Iachino, Tramonto di una grande Marina, p. Mondadori, Milano, 1959, p.132-133.

[6] Nel corso dell’estate vennero impartiti ai sommergibili ordini operativi non sempre adeguati per agire in settori in cui il traffico britannico, dopo la resa della Francia, era divenuto molto scarso, in certe zone assolutamente inesistente. Infatti, nel maggio 1940, prima ancora che l’Italia entrasse in guerra, la Gran Bretagna aveva abbandonato le rotte del Mediterraneo dirette al Canale di Suez, dirottando tutta la navigazione commerciale e gli approvvigionamenti militari destinati  al Medio e all’Estremo Oriente per la più lunga ma più sicura rotta del Capo di Buona Speranza, compiendo praticamente la circumnavigazione dell’Africa. In queste condizioni, fin dai primi di luglio 1940 Supermarina si era resa conto che l’attività dei molti sommergibili operanti nel Mediterraneo sarebbe stata vanificata, anche perché gli unici bersagli rimasti erano costituiti da scarsi convogli fortemente scortati, e dalle maggiori navi da guerra che si muovevano  adeguatamente protette da cacciatorpediniere, e con l’appoggio aereo dei formidabili idrovolanti Sunderland. Pertanto per i sommergibili l’attacco risultava sempre di dubbio effetto e molto pericoloso, essendo le navi scorta britanniche dotate di apparati di rilevamento per l’epoca molto sofisticati, gli “Asdic”, e i Sunderland armati con bombe al Torpex di micidiale effetto distruttivo. Ne conseguì che, anche in seguito alle perdite (dieci sommergibili negli ultimi venti giorni di giugno), fu necessario rivolgersi alla Germania, che aveva occupato tutti i porti della Francia settentrionale, allo scopo di creare una base Atlantica che potesse permettere ai battelli italiani di operare contro l’intenso traffico commerciale e militare che percorreva l’oceano. In seguito ad accordi sviluppati con l’ammiraglio Eberhard Weichold, Ufficiale di Collegamento dell’Alto Comando della Marina Germanica presso Supermarina e dopo l’approvazione del Führer, fu concessa la disponibilità del porto di Bordeaux, dove i sommergibili passando in immersione lo Stretto di Gibilterra, cominciarono ad arrivare nel mese di settembre. Nei tre anni successivi, un totale di 32 sommergibili a disposizione del Comando Forze Subacquee italiane in Atlantico (“Betasom”) avrebbero ottenendo risultati considerevoli, costituiti dall’affondamento di 109 navi mercantili per 593.864 tsl. e dal siluramento di altre quattro navi mercantili per 32.205 tsl; successi che furono pagati con la perdita di sedici sommergibili. Cfr., Francesco Mattesini, Betasom - La guerra negli Oceani (1940-1943), Ufficio Storico della  Marina Militare, Seconda Edizione, Roma 2003. La terza edizione, già quasi ultimata dall’Autore con gli aggiornamenti, è stata annullata dalla Direzione dell’Ufficio Storico, nonostante gli accordi, anche finanziari, stabiliti con la precedente Direzione, che aveva ordinato il lavoro, perché le prime due dizioni erano completamente esaurite e vi era richiesta da parte di appassionati.

 

[7] le corazzate tipo “Vittorio Veneto” , “Doria” e “Giulio Cesare” potevano sparare (con visione del bersaglio all’orizzonte) alla distanza di circa 29-30.000 metri, rispettivamente proiettili da 381 e da 320 mm del peso di 882 e 525 kg.; gli incrociatori pesanti classe “Trento” e “Zara” erano in grado di far fuoco a distanze di 28-29.000 metri, sparando proiettili da 203 del peso di 118 e 125 kg. Inoltre i 152 delle corazzate della classe “Littorio” e degli incrociatori classe “Garibaldi” erano in grado di sparare proietti da 45 kg. alla distanza di circa 25.000 metri. Gli altri incrociatori leggeri armati con 152 di tipo più vecchio potevano tirare alla distanza di circa 22.000 metri. Subito dopo la battaglia di Punta Stilo del 9 luglio 1940, sulla questione del tiro Supermarina fece la seguente considerazione: “In tempo di pace era convinzione diffusa che, anche in condizioni di visibilità ottime, non convenisse aprire il tiro a distanze superiori ai 24.000 metri con i 320 e superiori ai 22.000 con i 203. a Punta Stilo si è invece aperto il fuoco a distanza di 26.000-27.000 metri sia con i 320 che con i 203”.

 

[8] Il nuovo libro dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Quando tuonano i grossi Calibri. Punta Stilo, 9 luglio 1940 (2016), non fa un buon servizio alla Storia, contenendo episodi bellici, specialmente nelle manovre e nel tiro, che non sono assolutamente quelli che realmente avvennero. Si sente la mancanza di revisori all’altezza dei compiti, che sovrastimano le capacità degli autori, come ho potuto constatare parlandoci di persona. Nelle mie due edizioni di La battaglia di Punta Stilo (1990 – 2001) ci sono diverse citazioni, aggiunte dai revisori dell’Ufficio Storico, e nulla è stato trascurato.

[9] Tra le direttive tattiche navali, elaborate per regolamentare le manovre evolutive e tattiche e per l’impiego in combattimento di tutti i tipi di unità, semplici e complesse, mancava purtroppo una direttiva tattica aeronavale, di importanza fondamentale per collegare l’attività della Marina con quella dell’Aeronautica. Esisteva soltanto un volume dell’oggetto “Norme d’impiego per le azioni aeronavali”, edizione 1934, che era stato aggiornato con strisce di correzione, e in cui veniva specificato: “I reparti dell’Armata Aerea cooperano con le Forze Navali dopo aver preso preventivi accordi”. Vi erano poi alcune norme d’impiego generiche di Superaereo, l’Organo Operativo dello Stato Maggiore della Regia Aeronautica, diramate il 1° aprile 1940 nel Piano di Radunata n° 12 (P.R. 12) con il titolo “Concorso dell’Armata Aerea alle operazioni della R. Marina”, che furono allegate anche alla Direttiva Navale  Di. Na. 1. Anche nel riepilogo delle “Direttive Operative” del P.R. 12, trasmesso da Superaereo alle unità dipendenti e agli Stati Maggiori delle Forze Armate il 9 giugno 1940, si faceva cenno ad una collaborazione dell’Armata Aerea (Armera) con l’Arma Navale soltanto riguardo all’intervento dei reparti da bombardamento, da sviluppare tramite accordi tra i Comandi Aeronautici con quelli della Marina. Nessun cenno  era  fatto ad  una  collaborazione  fattiva  nell’attività  del l’esplorazione – che era affidata esclusivamente ai Reparti della Ricognizione Marittima –  e alla scorta delle navi in mare.

[10] La disgraziata azione di Capo Spada, con la perdita dell’incrociatore Colleoni, fece comprendere ai vertici della Regia Marina, ormai convinti di dover sostenere una lunga guerra, che senza un’efficace esplorazione aerea le navi italiane isolate avrebbero corso rischi mortali avventurandosi, senza adeguate informazioni, in zone di mare perfettamente vigilate dal nemico.

 

[11] Il Primo Ministro britannico Winston Churchill era preoccupato per l’entrata in servizio delle due corazzate moderne tipo “Littorio”, come lo era l’ammiraglio Cunningham che, dovendo sostenere nel Mediterraneo centro-orientale il peso di tutta la flotta italiana (soprattutto gli incrociatori da 10.000 lo avevano impressionato a Punta Stilo), sollecito di ricevere navi più moderne delle vecchie corazzate tipo “Ramillies” e della portaerei Eagle. Le sue richieste furono accolte dall’Ammiragliato britannico, e alla fine di agosto 1940, con l’operazione “Hats”, gli furono inviati in rinforzo, transitando per il Mediterraneo, la corazzata rimodernata Valiant (gemella della Warspite), fino ad allora della Forza H di Gibilterra, e dalla Gran Bretagna la nuovissima portaerei Illustrious, gli incrociatori contraerei Calcutta e Coventry (per fronteggiare con navi più adatte gli attacchi dei bombardieri italiani). Ad esse si aggiunsero in settembre, proveniente dal Canale di Suez, l’incrociatore leggero Ajax e l’incrociatore pesante York. Tutte queste navi erano dotate di apparati radar, strumento fino a quel momento inesistente tra le navi britanniche della Mediterranean Fleet.

 

[12] Durante l’operazione “Hats” la flotta italiana ebbe l’occasione di intervenire in forze nel basso Ionio, ma Supermarina ne limito la spinta verso il nemico fino all’altezza dell’Isola di Zante, preferendo mantenere le navi in potenza secondo la “Flet in being”, una tattica che consisteva nel farsi avvistare dal nemico, per poi attaccarlo soltanto in condizioni accertate di potenzialità favorevoli. Queste potenzialità favorevoli consistevano nel fatto che la Flotta italiana doveva evitare il combattimento alla pari, e ricercarlo soltanto se il numero delle sue navi da battaglia fosse stato marcatamente superiore a quello del nemico. Esempio: 2 corazzate italiane, contro soltanto una britannica.

[13] Alle perdite elevate subite dai sommergibili italiani nel corso dell’anno 1940, da giugno a ottobre fecero riscontro successi modesti limitati all’affondamento di due incrociatori, il britannico Calipso e il neutrale greco Elli, silurati dal Bagnolini e dal Delfino, al cacciatorpediniere Escort affondato dal Marconi, al sommergibile Triad affondato dal Toti e a cinque navi mercantili - tre piroscafi e due petroliere - nessuna delle quali britanniche.  Le lacune degli scarsi successi dei sommergibili erano principalmente dovute alla mancanza di norme adeguate per la guerra subacquea mediterranea, ma anche da insufficienze costruttive, dal momento che i sommergibili disponevano di scarsissima rapidità di immersione, bassa velocità in quota, apparati di rilevamento e di lancio insufficienti, sovrastrutture vistosissime in superficie, che rendevano l’unità subacquea facilmente localizzabile anche di notte, e quindi particolarmente vulnerabile. Per adeguare i sistemi di impiego, che portassero a migliorare la situazione operativa delle unità subacquee, all’inizio dell’autunno il Comando in Capo della Squadra Sommergibili (Maricosom), comandato dall’ammiraglio Mario Falangola, compilò le “Norme per la condotta della guerra al traffico” e  successivamente le “Direttive per  la  condotta  della guerra per i sommergibili nel Mediterraneo”, che sarebbero state approvate da Supermarina il 30 ottobre e il 10 novembre. Ma esse non sarebbero però servite a migliorare la situazione, dal momento che fino al termine dell’anno i sommergibili, continuando a riportare sensibili perdite, sarebbero andati a segno una sola volta con il Neghelli, che il 13 dicembre, operando a nord di Marsa Matruh, silurò e danneggiò gravemente l’incrociatore contraereo britannico Coventry.

 

[14] Nel periodo giugno - dicembre 1940 le corazzate inglesi che parteciparono alla guerra nel Mediterraneo, alle dipendenze della Mediterranean Fleet di Alessandria e della Forza H di Gibilterra, furono esclusivamente della classe “Resolution” e della classe “Warspite”, tutte armate con otto cannoni da 381 mm.  Ad esse si aggiunse, tra il luglio e l’agosto, per un breve tempo alle dipendenze della Forza H (che allora comprendeva anche la Valiant e la Resolution) , l’incrociatore da battaglia Hood,  a cui poi nel novembre subentrò l’incrociatore da battaglia Renown. Nel contempo, alla fine di agosto, la Valiant, passò dalla Forza H alla Mediterranean Fleet, La corazzata Royal Sovereign, inquadrata nella Mediterranean Fleet, essendo risultata troppo vecchia, lenta e vulnerabile per sostenere un combattimento con le più potenti e veloci corazzate tipo “Littorio”, lasciò il Mediterraneo nel mese di agosto, e da quel momento la Mediterranean Fleet, che nel novembre 1940, con l’arrivo dall’Inghilterra della Barham, poté arrivare a disporre di cinque corazzate, né ebbe diminuito il numero a tre, con la partenza della Malaya (trasferita alla Forza H) e della vecchia Ramillies, inviata nel Regno Unito, perché ormai ritenute ininfluenti per le operazioni nel Mediterraneo centro-orientale dopo il danneggiamento di tre corazzate italiane nel porto di Taranto. Rimasero ad Alessandria, alle dipendenze della Mediterranean Fleet, le tre corazzate del tipo “Warspite”, le più efficienti: la Warspite la Valiant e la Barham, che poi furono le artefici della vittoriosa  battaglia di Capo Matapan del 28 marzo 1941.

 

[15] A Capo Teulada (27 novembre 1940) il tiro con i cannoni da 203, da parte dei sei incrociatori pesanti della 2a Squadra (ammiraglio Iachino) ebbe inizio contro le cinque unità similari britanniche alla distanza, con la prima salva del Pola, di 23.500 metri; ma poi il combattimento, con il nemico che inseguiva le navi italiane, si svolse, secondo le relazioni italiane, a distanze medie  di 22.000 metri per gli incrociatori della 1a Divisione e di 21.500 metri per quelli della 3a Divisione. Nell’occasione fu colpito da due proietti da 203 l’incrociatore pesante britannico Berwick, mentre invece il cacciatorpediniere Lanciere fu arrestato dal tiro da 152 del Manchester, che lo colpì con tre proiettili da 152 mm. L’incrociatore da battaglia Renown aprì il fuoco sul Trento alla distanza di 23.500 metri, e infine la  corazzata Vittorio Veneto intervenne, sparando con la torre poppiera alla distanza di 28.500 metri e ultimò il tiro alla distanza di 32.500 metri. Dopo Capo Teulada fu confermato che la distanza per aprire il fuoco delle corazzate italiane doveva iniziare, se le condizioni atmosferiche lo avessero permesso, dalla distanza di 26.000 metri con i 320 e di 29.000 metri con i 381. Nello scontro di Gaudo, il 28 marzo 1941, la Vittorio Veneto sparò tra i 23.000 e i 26.000 metri; alla battaglia della 1a Sirte, il 17 dicembre 1941, i 381 della corazzata Littorio aprirono il fuoco a 32.000 metri e i 320 delle corazzate Duilio e Cesare a 28.000. Nel corso della battaglia della seconda Sirte, il 22 marzo 1942, con condizioni di visibilità pessime, rese ancora più difficili dalle cortine di fumo degli incrociatore e dei cacciatorpediniere britannici, la Littorio, nell’ultimo combattimento affrontato dalle navi da battaglia italiane, sparò a distanze alquanto ridotte, fino a contrastare l’ultimo attacco dei cacciatorpediniere nemici, alla distanza di circa 10 km.,  sparando anche con i medio calibri da 152 e anche con i cannoni contraerei da 90.

 

 

[16] Francesco Mattesini, La battaglia di Punta Stilo, Ufficio Storico della Marina Militare, Roma 1992.

 


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  • Inviato 01 febbraio 2019 - 19:27

#2

Giancarlo Castiglioni
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Anche io in passato ero convinto che nella prima fase della guerra la conduzione della flotta fosse stata troppo prudente.

Jachino in "Tramonto di una grande Marina" osserva che aver preservato le navi maggiori fino all'armistizio non è servito a nulla.

Sarebbe stato meglio fare come i Giapponesi che avevano comunque combattuto anche in condizioni di inferiorità e sono arrivato alla resa senza flotta.

Anche in questo ero d'accordo.

Comunque la decisione di non rischiare le navi aveva una sua logica, nel '40 era difficile ipotizzare la completa disfatta del '43.

Poi le migliori corazzate del primo dopoguerra erano ancora valide venti anni dopo, sia pur rimodernate.

Era difficile immaginare che nel secondo dopoguerra corazzate nuove avrebbero avuto un valore militare trascurabile.

Erano considerazione sbagliate, ma non irragionevoli.

Oggi che conosco meglio le numerose carenze tecniche della Regia Marina, specie nel tiro delle artiglierie, non sono più tanto convinto.

Ho il dubbio che una condotta flotta più offensiva ci sarebbero state solo maggiori perdite ed altre sconfitte.

Gli errori sono stati fatti nella preparazione, anche solo nell'ultimo anno.

Quando siamo entrati in guerra era già tardi per rimediare.


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  • Inviato 02 febbraio 2019 - 16:31

#3

Francesco Mattesini
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I documenti riportati in  questo Saggio sono stati inseriti dall’Autore nel Primo Volume della Collana Corrispondenza e Direttive Tecnico Operative di Supermarina (anno 1939 - 1940) consegnato all’Ufficio Storico della Marina Militare, e regolarmente stampato assieme al 2° Volume. Nel 2008 ho consegnato alla precedente Direzione il 3° Volume, regolarmente pagato, ma di cui tutt’oggi non conosco quale sarà la sorte di stampa. Per tale motivo, mentre si continua a sfornare libri di altri autori evidentemente più considerati dalla nuova Direzione, ho sospeso la compilazione del Quarto e ultimo volume della Collana, che era quasi al termine.  Ricordo che nel 1992 ho compilato una simile collana per l’Ufficio Storico dell’Aeronautica, che pertanto dispone dell’opera completa, in quattro volumi, dal titolo Le direttive tecnico-operative di Superaereo I1940-1943).

 

Francesco Mattesini


Messaggio modificato da Francesco Mattesini, 08 febbraio 2019 - 15:27

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  • Inviato 03 febbraio 2019 - 13:22

#4

Francesco De Domenico
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Be', scusate, ma la  "prudenza" e l'abuso del  concetto della "fleet in being" altro non sono se non l'eredità di Thaon de Revel nella Grande Guerra. Solo che allora non c'era neppure la scusa della mancanza di nafta...


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  • Inviato 08 febbraio 2019 - 18:46

#5

Francesco Mattesini
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La “Fleet in being” (Flotta in potenza), fu attuata  per la prima volta  nel 1600 dagli inglesi contro gli olandesi. Essa e consisteva nel mostrare le navi al nemico senza affrontarlo direttamente, a meno che non si fossero presentate occasioni particolarmente favorevoli in cui affrontare la battaglia senza correre eccessivi rischi soltanto in condizioni accertate di potenzialità favorevoli. Queste potenzialità favorevoli, applicata a Cavagnari ma anche al suo successore ammiraglio Riccardi, consistevano nel fatto che la Flotta italiana doveva evitare il combattimento alla pari, e ricercarlo soltanto se il numero delle sue navi da battaglia fosse stato marcatamente superiore a quello del nemico. Esempio: 2 corazzate italiane, contro soltanto una britannica. Ciò risulta chiaramente da un Promemoria (n. 5) di Supermarina del 3 gennaio 1941, “Operazioni verso ponente”, da me inserito nella collana Corrispondenza e Direttive Tecnico-Operative di Supermarina, 2° Volume, 1° Tomo, Documento n. 1, p. 81. Chiaramente allo stesso modi si era comportato in Adriatico nella prima guerra mondiale l'allora Capo della Marina, poi grande ammiraglio Thaon de Revel.


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  • Inviato 08 febbraio 2019 - 20:35

#6

Francesco De Domenico
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Com'è noto (ma mica tanto) ci furono tre guerre navali anglo-olandesi nel Seicento: la prima sotto Cromwell (nel 1652-54, si ricorda la battaglia di Livorno nel marzo 1653 vinta dagli olandesi) e le altre due sotto gli Stuart restaurati (1665-67 e 1672-74). Nessuna delle tre fu vinta dagli inglesi...un suggerimento di ricerca per qualche storico nostrano?


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  • Inviato 09 febbraio 2019 - 12:22

#7

Francesco Mattesini
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Sono d'accordo, io li chiamo "Volenterosi".


Messaggio modificato da Francesco Mattesini, 09 febbraio 2019 - 13:28

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  • Inviato 09 febbraio 2019 - 13:26




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