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LA BATTAGLIA DI PUNTA STILO nel 78° ANNIVERSARIO

Iniziato da Francesco Mattesini , 13.06.2018 - 12:59

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Francesco Mattesini
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Il seguente saggio è compilato dall’Autore come breve anticipazione alla terza edizione del libro La Battaglia di Punta Stilo. Le prime due edizioni sono state edite dall’Ufficio Storico della Marina Militare negli anni 1990 e 2011. Il volume, che all’epoca rappresentò una svolta importante sulla conoscenza della battaglia rispetto ai testi fino a allora prodotti, è completamente esaurito, anche nella seconda edizione.

         Nel 78° anniversario dell’episodio, il volume riveduto e ampliato, sia nel testo, che è stato aggiornato con nuovi importanti datti italiani e britannici, è arricchito nella parte iconografica e si compone di 330 pagine.

         La terza edizione di La battaglia di Punta Stilo, che non è stata presa in considerazione dall’Editore dell’Ufficio Storico della Marina Militare, avendo recentemente prodotto il discutibile libro, in sede storica, Quando tuonano i grossi calibri. Punta Stilo 1940, di Enrico Cernuschi e Andrea Tirondola, è in corso di avanzata stampa da parte dalla Libreria Militare Ares.  

         Il saggio sarà riportato anche nella mia pagina dell’ACCADEMIA EDU, corredato da fotografie e da cartine.

         Francesco Mattesini

 ____________________

 

LA BATTAGLIA AERONAVALE DI PUNTA STILO

9 LUGLIO 1940

Francesco Mattesini

 

                I compiti assegnati alla flotta italiana dallo Stato Maggiore della Regia Marina prevedevano, in caso di guerra con le potenze di Gran Bretagna e Francia coalizzate, di attenersi nel Mare Mediterraneo al seguente concetto operativo:[1]

 

         Guerra di logoramento con atteggiamento difensivo ad occidente e ad oriente, ed atteggiamento offensivo e controffensivo al centro.

 

         Inutilmente il Capo del Governo italiano, Benito Mussolini, tentò di ribaltare questa mentalità d'impiego, che riduceva drasticamente le possibilità d'intervento della flotta italiana alla sola difesa delle coste metropolitane. Informando il 31 marzo 1940 i capi delle Forze Armate della sua decisione di entrare in guerra al fianco della Germania, il Duce, infatti, con il Promemoria Segretissimo n.328, stabilì per la Regia Marina il seguente concetto operativo:[2]

 

          Mare: offensiva su tutta la linea in Mediterraneo e fuori.

 

         Nel commentare le direttive di Mussolini ai capi di Stato Maggiore dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica, il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, Capo dello Stato Maggiore Generale (Stamage – Comando Supremo), nella seduta del 9 aprile affermò quanto segue:[3]

 

         Circa l'azione a fondo della Marina io dico che bisogna interpretarla nel senso di non gettarsi a testa bassa contro la flotta inglese e francese ma di assumere una dislocazione, soprattutto con i sommergibili, atta ad intralciare il traffico degli avversari.

 

         Il Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio d’armata Domenico Cavagnari, condivise in pieno le idee strategiche di Badoglio. Con il suo famoso, ma particolarmente cauto, promemoria del 14 aprile egli fece notare al Duce che la possibilità di fronteggiare la coalizione delle flotte anglo-francesi era resa difficile dall'inferiorità dei mezzi delle forze navali italiane, e aggravata da una sfavorevole situazione geografica. L’ammiraglio Cavagnari espose a Mussolini un quadro demoralizzante, affermando l'impossibilità di “realizzare una condotta di guerra decisamente offensiva” con la flotta di superficie. Aggiunse che le operazioni dei sommergibili sarebbero state infruttuose per la mancanza di traffico nemico nel Mediterraneo, e la guerra delle mine resa inefficace per inadeguatezza dei fondali.

         Sostenendo che tali condizioni avrebbero costretto la Marina a combattere “sulla difensiva”, Cavagnari concluse il suo sconsolante promemoria sostenendo:[4]

 

         Qualunque sia il carattere, che la guerra potrà assumere in Mediterraneo, ingente sarà, alla fine, il bilancio delle nostre perdite navali. Alle trattative di pace l'Italia potrebbe giungere non soltanto senza pegni territoriali, ma anche senza flotta e forse senza Aeronautica.

 

         Questa prudente presa di posizione del Capo della Marina portò alla conservazione del concetto strategico della difensiva nei bacini occidentale e orientale del Mediterraneo, per “avere in mano il Canale di Sicilia”, come ricordò l’ammiraglio Cavagnari nella riunione dei capi di Stato Maggiore del 30 maggio 1940, presieduta dal maresciallo Badoglio. Il 10 giugno, dal balcone romano di Palazzo Venezia, il Duce informò la Nazione della dichiarazione di guerra consegnata agli Ambasciatori del Regno Unito e della Francia. Quindi, a iniziare dalla mezzanotte dell’11 ebbero inizio le ostilità.

         Per tutto il mese di giugno, mentre le flotte anglo-francesi effettuavano alcune scorrerie sulla coste della Cirenaica, e bombardavano Genova con quattro incrociatori pesanti (Algérie, Foch, Colbert, Dupleix) e undici cacciatorpediniere di base a Tolone, la Marina italiana limitò la sua attività a realizzare, con divisioni di incrociatori e flottiglie di cacciatorpediniere, alcune crociere di carattere difensivo nei settori meridionali, tra la Sardegna e lo Ionio. Tuttavia, anche da parte della Royal Navy l'attività fu alquanto limitata, non essendo stata prevista alcuna azione offensiva contro le comunicazioni marittime italiane colla Libia e gli obiettivi navali nel bacino centrale, mancando la Flotta del Mediterraneo (Mediterranean Fleet), comandata dell’ammiraglio Andrew Browne Cunningham e concentrata nel porto di Alessandria, di sufficienti forze leggere di superficie. La Regia Marina era allora considerata dagli esperti britannici come la più preparata ed efficiente tra le Forze Armate italiane, e costituiva un'incognita per l’Ammiragliato, a Londra, anche perché era appoggiata da centoquindici sommergibili e da una potente aviazione di oltre 3.000 aerei di prima linea, in cui impressionava l’elevato numero di bombardieri in quota: S.81, S.79, Br.20, Cant.Z.1007 bis.

         Apparve però ben presto evidente che la minaccia costituita dagli aerei e dai sommergibili italiani era stata sopravvalutata. I primi, mancando l’Aeronautica di aerosiluranti e di bombardieri in picchiata, non apparivano pericolosi nei loro attacchi ad alta quota, e i secondi erano poco efficaci, essendo stati addestrati gli equipaggi secondo i concetti operativi della prima guerra mondiale. Ciò rese più ardito l'ammiraglio Cunningham, che all'inizio della seconda settimana di luglio salpò da Alessandria con il grosso della Mediterranean Fleet, comprendente tre navi da battaglia, una nave portaerei, cinque incrociatori e diciassette cacciatorpediniere, spingendosi in pieno Mediterraneo centrale per prelevare e scortare in Egitto sette piroscafi, ripartiti in due convogli, che trasportavano civili britannici evacuati da Malta.

         Il caso volle che il movimento navale britannico, denominato operazione “MA.5”, coincidesse con un'importante operazione italiana, chiamata T.C.M. e organizzata per scortare un grosso convoglio di cinque motonavi, trasportanti settantadue carri armati medi M. 11 e altri materiali bellici, da trasferire in Libia per rinforzarvi le grandi unità dell’Esercito dislocate in quella regione del Nord Africa, comandata del Governatore e Capo delle Forze Armate maresciallo dell’aria Italo Balbo.

         In una riunione del 2 luglio, in cui da parte italiana furono esaminati dettagliatamente i problemi militari connessi alla resa della Francia e alla favorevole situazione venuta a crearsi nel Mediterraneo occidentale e centrale, il maresciallo Badoglio sostenne che i carri armati da inviare oltremare servivano per “passare dalla difesa all'offesa”, avanzando in Egitto, con l’obiettivo primario di conquistare il Canale di Suez. Pertanto il Capo del Comando Supremo ordinò a Cavagnari:[5]

 

         La Marina mi scorti il convoglio con tutte le unità della flotta. Se gli inglesi vorranno contrastare il viaggio, saremo ben lieti di poterli affrontare, giacché ho perfetta fiducia che in caso di scontro gliele molliamo. Lo Stato Maggiore della Marina studi la cosa con la massima cura: si deve andare là da padroni.

 

         Il maresciallo Badoglio concluse il suo ottimistico intervento in cui sottovalutava le possibilità di reazione della flotta britannica, chiedendo al capo di Stato Maggiore dell'aeronautica, generale di squadra aerea Francesco Pricolo, di dare con l'aviazione tutto l'aiuto possibile all’operazione navale. Il convoglio, costituito dalle moderne e veloci motonavi Esperia, Calitea, Vector Pisani; Marco Foscarini e Francesco Barbaro, stava per mettersi in moto da Napoli, quando la 5a Sezione crittografica del Servizio Informazioni Estere della Regia Marina (Maristat) decifrò parzialmente un messaggio della Mediterranean Fleet, nel quale era riportato l'organico delle forze navali che dovevano mettersi in movimento da Alessandria per svolgere un’imprecisata operazione denominata in codice “MA.5”. Il contenuto della decrittazione, trasmesso alle ore 19,20 del 6 luglio al Comando Supremo e a Superaereo con dispaccio n. 373, era il seguente:[6]

 

         Forze di Alessandria risulterebbero pronte per eseguire l'azione “MA.5" suddivise come segue: Forza A = incrociatore CALEDON (?) - Forza B = nave . battaglia WARSPITE, cacciatorpediniere NUBIAN, MOHAWK, HERO, HEREWARD - Forza C = navi battaglia ROYAL SOVEREIGN, MALAYA, nave portaerei EAGLE, cacciatorpediniere HYPERION (un gruppo indecifrabile), squadriglia cacciatorpediniere DAINTY, JUNO - Forza D = cacciatorpediniere STUART, VAMPIRE, VOYAGER, DECOY.

 

         In realtà la ripartizione organica della Mediterranean Fleet, che si mise in movimento da Alessandria alla mezzanotte del 7 luglio, era alquanto differente, a cominciare dalla ripartizione dei gruppi che, nella navigazione verso Malta, erano praticamente tre, denominati Forza A, B e C, mentre la Forza D si sarebbe costituita con cacciatorpediniere soltanto in un secondo tempo, per scorta diretta ai convogli in partenza da Malta.

         La Forza A includeva gli incrociatori della 7' Divisione Orion (nave di bandiera del Comandante delle Forze Leggere vice ammiraglio John Cronyn Tovey)  Neptune, Sydney, Gloucester e Liverpool e il cacciatorpediniere australiano Stuart. La Forza B disponeva della corazzata Warspite (nave di bandiera dell’ammiraglio Cunningham) con i cacciatorpediniere Nubian, Mohawk, Hero, Hereward e Decoy; La Forza C (nave di bandiera del Comandante della 1a Divisione da Battaglia vice ammiraglio Henry Daniel Pridham-Wippell), che appariva il nucleo più potente, includeva le corazzate Royal Sovereign e Malaya, la portaerei Eagle (con diciannove aerei, diciassette aerosiluranti Swordfish e due caccia Gladiator) e i cacciatorpediniere Hyperion, Hostile, Hasty, Ilex, Imperial, Dainty, Defender, Juno, Janus, Vampire e Voyager.[7]

         Altri due cacciatorpediniere, il Jervis e il Diamond si trovavano a Malta per partecipare alla scorta ai convogli MF.1 e MS.1, diretti ad Alessandria, il primo costituito dai piroscafi veloci El Nil, Rodi, Knight of Malta, il secondo dai piroscafi lenti Zetland, Kirkland, Masirah, Novasli, a cui si aggiunse il  piroscafo Tweed, che imbarcava, non previsto nel piano di operazione, il bagaglio e le famiglie del personale del 2° Battaglione del Reggimento “Devonshire”,  per essere spediti nel Regno Unito.

.  A questo punto con i cacciatorpediniere della Forza C Stuart, Vampire, Voyager e Decoy la scorta dei convogli sarebbe stata denominata Forza D.[8]

         Come si vede le lacune di decrittazione italiane furono molteplici, perché, rispetto all'organico reale della Flotta del Mediterraneo (Mediterranean Fleet), la Forza A non disponeva dell'incrociatore Caledon, ma ne aveva altri cinque e un cacciatorpediniere; la Forza B mancava del cacciatorpediniere Decoy, assegnato alla Forza C, nella quale non erano stati rilevati i cacciatorpediniere Hostyle, Hasty, Ilex, Imperial e Defender, oltre allo Stuart assegnato alla Forza A. Pertanto, l'ordine operativo desunto dalla 5a Sezione crittografica Informazioni Estere di Maristat  alterava considerevolmente la consistenza dei gruppi navali britannici, risultati precisi soltanto nella ripartizione delle tre corazzate e dell'unica portaerei. Come se ciò non bastasse un altro messaggio, fatto pervenire a Superaereo dalla “Fonte Intercettazione Marina” alle ore 23.00 del 7 luglio, riportava che il Comandante della Mediterranean Fleet aveva trasmesso che la partenza delle navi per l'operazione “MA.5” era rinviata “alle 15 ...”, mentre in realtà essa si svolse alla mezzanotte.

         Comunque, poiché l’informazione crittografica della 5a Sezione, pur essendo lacunosa nell’organico della flotta nemica e fonte di incertezza sullo scopo della sua operazione, era ugualmente della massima importanza, i Comandi delle Squadre navali italiane, che stavano per mettersi in moto da vari porti nazionali per scortare a Bengasi il convoglio dell’operazione T.C.M., il mattino del 7 luglio ricevettero il seguente telecifrato:[9]

 

         SUPERMARINA 30137 – Destinatari CESARE per Squadra POLA per Squadra EUGENIO DI SAVOIA per Divisione TRENTO per Divisione (alt) Risulterebbe di prossima attuazione operazione aero-navale nemica nel Mediterraneo centro orientale con obiettivo non conosciuto (alt) Forze nemiche agirebbero raggruppate come segue: Gruppo incrociatori leggeri (semialt) Gruppo una nave da battaglia et quattro cc.tt. dei quali due con otto 120 (semialt) Gruppo due navi da battaglia una portaerei et circa 8 cc.tt. moderni (semialt) Gruppo 4 cc.tt. di cui due antiquati (alt) 064907.

 

         Le stesse notizie furono trasmesse da Supermarina al Comando Supremo con l’Avviso n. 520 in cui era richiesto di informare il Comando delle Forze Armate dell’Egeo (Egeomil), ed anche il Comando delle Forze Armate della Libia, a Cirene, specificando:[10]

 

         Prospetto opportunità comunicare Egeomil Rodi e Supercomando Cirene seguente messaggio. Risulterebbe di prossima attuazione operazione aero-navale britannica Mediterraneo centro orientale obiettivo non conosciuto. Forze navali nemiche agirebbero raggruppate come segue: Gruppo incrociatori leggeri; Gruppo una nave battaglia e 4 cc.tt. dei quali 2 antiquati. Risulterebbe prevista partenza probabilmente da zona Alessandria gruppo principale già citato 2 navi battaglia, portaerei et cc.tt. alle 15.00 di giorno non conosciuto. Dalla Grecia est segnalata concentrazione piroscafi Pireo per formazione convoglio destinato Inghilterra presumibilmente via Suez.

         Trattandosi di notizie pervenute da telegrammi decrittati si prospetta l’opportunità di trasmettere le notizie stesse a Cirene via filo e a Egeomil a mezzo di macchina cifrante [Enigma] dell’Ufficio Informazioni della R. Marina che offre maggiore garanzia di ermeticità. Cavagnari.[11]

 

         Nel pomeriggio del giorno 8 luglio furono decrittate parti di altri messaggi tattici britannici, di minore importanza operativa e di più facile interpretazione, dai quali a Roma fu appresa la presenza in mare, in zone del resto non sufficientemente identificate dello Ionio, dei sommergibili Rorqual e Phoenix, e l'attività di alcuni aerei da ricognizione [Sunderland] dislocati a Malta, impegnati in crociere sistematiche che interessavano anche la costa sud-orientale della Sicilia. Sulla base di queste incomplete decrittazioni, e dai dati forniti durante la giornata dell'8 luglio dai velivoli italiani dell’Aeronautica dell'Egeo e della Libia (5a Squadra Aerea), che svolsero numerose missioni di ricognizioni ed attacchi con bombardieri S. 81 e S. 79, Supermarina giunse alla supposizione che la formazione britannica comprendesse quattro navi da battaglia, invece delle tre effettive, e che tra i suoi probabili obiettivi potessero rientrare azioni aeronavali contro le coste della Puglia e della Sicilia.

         Dalla relazione dell’ammiraglio Cunningham sappiamo infatti che “la flotta avrebbe dovuto portarsi in una posizione di copertura ad est di Capo Passero nel pomeriggio del 9 luglio”, e che da parte delle navi britanniche vi era anche l'intenzione “di svolgere operazioni contro le coste siciliane”.[12] Tale supposizione si rafforzò nel pomeriggio dell'8 luglio, quando il Servizio Informazioni della Marina germanica (B-Dienst), che si manteneva in stretto contatto con quello di Maristat, fornendogli in ogni occasione preziose notizie ricavate dai suoi abilissimi analisti in crittografia, fece pervenire a Roma, alle ore 15,40, il seguente messaggio (protocollo  telegrafico 20):[13]

 

         Le unità che in Mediterraneo Orientale formano i gruppi da battaglia da A fino a D hanno ricevuto incarico dal Comandante in Capo del Mediterraneo per la operazione MA.5, si portino sino a 75 miglia a ovest della Sicilia [poi corretto in est, N.d.A.]. Per l'impresa saranno indicati i giorni dal 1° al 4°. I Gruppi da battaglia B e C (il C ha lasciato Alessandria il 7/7) devono trovarsi il giorno 9 alle 06,00 in 35.40 N 20.30 E. Alle ore 14,00 dello stesso giorno i gruppi A e B devono trovarsi in 36.30 N 17.40 E et alle ore 18,00 trovarsi come segue:

         -Gruppo A in 37.20 N 16.45 E - Gruppo B in 37.00 N 17.00 E - Gruppo C in 36.20 N 17.00 E

         Il giorno 10 è probabilmente il 7/7 (partenza del gruppo da battaglia da Alessandria) Idrovolanti partiranno da Malta ad intervalli di 50 minuti.

 

         Nel frattempo l’ammiraglio Inigo Campioni, Comandante della 1a Squadra Navale e Comandante Superiore in mare della flotta italiana, aveva accompagnato il convoglio delle cinque motonavi (Esperia, Calitea, Pisani, Foscarini e Barbaro), salpato il 6 luglio da Napoli e diretto a Bengasi, ma poi dirottato per Tripoli, con un complesso navale che, salpato nel pomeriggio dell’indomani 7, comprendeva:

         La 1a Squadra dell’Ammiraglio Campioni, con le corazzate della 5a Divisione Cesare e Cavour, scortate dai cacciatorpediniere delle Squadriglie 7a (Freccia, Dardo, Saetta, Strale), 8a (Folgore, Fulmine, Baleno, Lampo) e 15a (Antonio Pigafetta, Nicolò Zeno), e con gli incrociatori delle Divisione 4a (Da Barbiano,  Cadorna, Di Giussano, Diaz) e 8a (Abruzzi, Garibaldi).

         La 2a Squadra dell’ammiraglio Riccardo Paladini prese invece il mare da varie basi della Sicilia: da Augusta salpò l’incrociatore nave comando Pola con la 12a Squadriglia Cacciatorpediniere (Lanciere, Carabiniere, Corazziere, Ascari), la 1a Divisione Incrociatori (Zara, Gorizia e Fiume) con la 9a Squadriglia Cacciatorpediniere (Alfieri, Oriani, Carducci, Gioberti), la 2a Divisione incrociatori (Bande Nere, Colleoni) con la 10a Squadriglia Cacciatorpediniere (Maestrale, Libeccio, Grecale e Scirocco); da Messina salpò la 3a Divisione Incrociatori (Trento e Bolzano) con l’11a Squadriglia Cacciatorpediniere (Artigliere, Camicia Nera, Aviere, Geniere); da Palermo la 7a Divisione Incrociatori (Eugenio, Aosta, Attendolo e Montecuccoli) con la 13a Squadriglia Cacciatorpediniere (Granatiere, Fuciliere, Bersagliere, Alpino).

         Complessivamente presero il mare per appoggiare l’operazione T.C.M. due navi da battaglia, sei incrociatori pesanti, dodici incrociatori leggeri, trenta cacciatorpediniere e sei torpediniere. Altri tre cacciatorpediniere della 14a Squadriglia (Vivaldi, Pancaldo, Da Noli) lasciati di riserva a Taranto, salpando alle ore 06.18 del 9 luglio, raggiunsero la 1a Squadra Navale nella giornata, in sostituzione di altri cacciatorpediniere (Dardo, Da Noli, Strale) andati in avaria per difetti alle caldaie.

         Nel pomeriggio dell'8 luglio, il convoglio italiano, superato lo Stretto di Messina passando dal Mar Tirreno nel Mare Ionio, ed essendo stato raggiunto dalle numerose unità delle due squadre navali, dopo una navigazione tranquilla, senza essere stato avvistato dal nemico, era ormai prossimo a Bengasi. Conseguentemente il grosso della flotta, meno le unità di scorta diretta (incrociatori Bande Nere e Colleoni, quattro cacciatorpediniere e le sei torpediniere) aveva assunto la rotta del rientro alle basi. Ma a questo punto l’ammiraglio Campioni fu informato che la ricognizione aerea italiana aveva avvistato a sud-est di Creta un complesso navale di tre corazzate e otto cacciatorpediniere, diretto a occidente. Il Comandante Superiore in mare, ritenendo che la Mediterranean Fleet potesse “giungere in tempo per colpire il convoglio in porto a Bengasi all’alba del giorno successivo” decise pertanto di andarle incontro, per affrontarla in combattimento a nord delle coste della Cirenaica, informandone Supermarina trasmettendo il seguente telecifrato: “Dirigo contro gruppo tre corazzate et otto cacciatorpediniere avvistato Sud Creta da aereo”.[14]

         Tale lodevole iniziativa, che avrebbe dovuto portare al combattimento prima del tramonto del sole, fu però impedita da Supermarina, il quale supponendo, sulle informazioni ricevute da Berlino, che i britannici intendesse attaccare la Sicilia, con telecifrato delle 17.25 dell’8 ordinò a Campioni, categoricamente: “Non impegnatevi con gruppo corazzato nemico. Seguono istruzioni per la notte e per domani.”. E ciò, come riferì al Comando Supremo e a Superaereo l'ammiraglio Cavagnari, anche “in considerazione della rilevante distanza in cui si sarebbe verificato il combattimento navale e per le sfavorevoli condizioni di luce per la nostra flotta”.[15]

         Supermarina, infatti, considerò che uno scontro con la Mediterranean Fleet sarebbe stato reso possibile soltanto a condizione di trovarsi in una posizione favorevole, che consentisse alle proprie forze navali la possibilità di impegnare separatamente i nuclei avversari, lasciando nel contempo alla flotta italiana un margine di manovra per eventualmente permetterle, in condizioni risultanti sfavorevoli, di ritirarsi sia verso la base di Taranto che verso quella di Messina. Pertanto, tenendo in considerazione l'errata ipotesi che la Mediterranean Fleet avrebbe dovuto trovarsi alle 14,00 del 9 luglio a un centinaio di miglia a levante di Malta con rotta nord-ovest, per realizzare un attacco di aerosiluranti contro le basi di Augusta e Messina, Supermarina decise di concentrare la flotta a levante del Golfo di Squillace. La posizione scelta, al largo delle coste della Calabria, era però tanto precauzionalmente distante da quella stimata della flotta inglese, da non poterne assolutamente disturbare un'eventuale incursione diretta contro gli obiettivi della Sicilia.

         Supermarina, infatti, alle 20,00 informò Superaereo sulle presunte posizioni in cui le forze navali britanniche si sarebbero dovute trovare l'indomani, facendo nel contempo conoscere che la squadra navale italiana avrebbe incrociato all'incirca nel punto di lat. 37°40'N, long. 17°20'E, che corrispondeva a 65 miglia a sud-est di Punta Stilo e a una distanza di ben 85 miglia a nord della posizione in cui si riteneva si sarebbero trovate le navi della flotta britannica. Fu inoltre comunicato che cinque sommergibili (Brin, Pisani, Sciesa, Settimo, Settembrini), salpati la sera dell'8 luglio dal porto di Augusta, si sarebbero trovati in agguato lungo le probabili direttrici di marcia della flotta inglese, mentre alcune torpediniere avrebbero vigilato all'entrata del Golfo di Taranto.

         Dopo aver esposto quanto sopra, Supermarina prospettò a Superaereo di concentrare “tutte le forze da bombardamento disponibili in Sicilia e nelle Puglie ... contro i reparti navali nemici”;[16] richiese la vigilanza degli aerei da caccia per contrastare l'eventualità che il nemico attaccasse con aerosiluranti “le basi navali di Augusta, Messina e Taranto”; e riferì che a partire dall'alba del 9 i reparti della Ricognizione Marittima avrebbero cercato di “localizzare il nemico e di seguirne i movimenti”.[17]

         In definitiva, Supermarina si limitò a richiedere alla Regia Aeronautica l'intervento in massa dei reparti da bombardamento contro la Mediterranean Fleet, senza fare alcun riferimento alla sua effettiva volontà di affrontare il combattimento navale con il nemico, la cui superiorità potenziale era stata d'altronde chiaramente sopravvalutata. Infatti, esistendo la possibilità che fossero presenti ben quattro corazzate britanniche, era categoricamente da escludere, per Supermarina, la possibilità di impegnare le due navi da battaglia dell’ammiraglio Campioni, che erano inferiori anche nel calibro delle artiglierie, poiché i loro cannoni da 320 mm (proietto da 325 chili) dovevano fronteggiare i 381 mm (proietto da 884 chili) delle corrispettive unità nemiche. Gli italiani possedevano invece una netta superiorità nel numero degli incrociatori, potendo schierarne quattordici, sei dei quali pesanti, contro i cinque leggeri in possesso dei britannici.

         L'ammiraglio Iachino, che nel dicembre del 1940 sostituì l’ammiraglio Campioni nel comando della flotta, ha sostenuto nel suo libro “Tramonto di una grande Marina” che Supermarina avrebbe potuto impiegare le nuovissime corazzate Littorio e Vittorio Veneto al momento in stato di addestramento a Taranto, dando con ciò alla flotta italiana un indiscutibile vantaggio. Egli affermò che l'intervento di quelle navi della 9a Divisione Navale, armate con nove cannoni da 381 mm, era stato sollecitato dal loro stesso comandante, ammiraglio Carlo Bergamini, ritenendole pienamente efficienti ad affrontare un combattimento.

         Quanto affermato dall'ammiraglio Iachino in “Tramonto di una Grande Marina” è inesatto, poiché il 7 luglio, il giorno avanti la decisione di concentrare la Squadra Navale dell' ammiraglio Campioni presso le coste meridionali della Calabria, si era verificato un incidente a bordo della Littorio. Sulla corazzata, già soggetta per un nubifragio, avvenuto il 5 luglio a Taranto, a infiltrazioni d’acqua all'interno di una torre di grosso calibro, messa temporaneamente fuori servizio, il successivo giorno 7 era scoppiato un incendio nelle condutture elettriche della torre n. 1 dei cannoni da 381 mm, che causò la morte per asfissia dell’operaio civile Attilio Fortuna e danni ai locali da richiedere per la Littorio un mese di lavori.

         Era inoltre da considerare che anche la Vittorio Veneto, unità gemella della Littorio, aveva limitata efficienza a causa di ritardi nella messa a punto delle artiglierie di grosso calibro, soprattutto riguardo ai calcatoi, a cui si aggiungevano (per entrambe le corazzate) lacune di addestramento; ragion per cui, anche se la sola Vittorio Venero fosse stata inviata a raggiungere la flotta dell’ammiraglio Campioni, da parte di Supermarina non vi sarebbe stata ugualmente la certezza di disporre di accertata superiorità per riuscire ad affrontare in condizioni vantaggiose la flotta britannica.

         Le cause dei ritardi nella messa a punto delle artiglierie principali sulle due grandi navi da battaglia, e le infiltrazioni d’acqua verificatisi all'interno della torre della Littorio per il nubifragio, era stati portata alla conoscenza di Supermarina dallo stesso ammiraglio Bergamini con lettera n. 573/S del 5 luglio 1940. E’ quindi da ritenere errato quanto scritto dall'ammiraglio Iachino, perché l’ammiraglio Bergamini, a soli tre giorni di distanza dalla diramazione della sua lettera a Supermarina e dopo il nuovo incidente dell’incendio, non poteva sollecitare l’uscita da Taranto di quelle due navi per sostenere l’urto delle più vecchie, ma al momento ben più efficienti corazzate della Mediterranean Fleet.; tanto più che la Littorio, lo ricordiamo, aveva in quel momento ben due delle tre torri di tiro da 381 mm inutilizzate, una per le infiltrazioni d’acqua e l’altra per l’incendio.

         A rendere ancor più precaria l’eventuale uscita della Littorio e della Vittorio Veneto si aggiungeva la indisponibilità di unità di scorta, dal momento che quasi tutti i cacciatorpediniere di Taranto e dei porti della Puglia erano in mare con le due Squadre navali, e la distanza che le due corazzate avrebbero dovuto percorrere per raggiungere le coste meridionali della Calabria, dove si trovavano le navi dell’ammiraglio Campioni, era di circa 100 miglia, da percorrere senza adeguata scorta. In definitiva, l’affermazione, ritenuta valida da molti storici disinformati, che l’ammiraglio Bergamini avesse telefonato da Taranto a Supermarina, per chiedere di autorizzarlo a salpare per impegnare le sue navi in combattimento, è stato sostenuto pubblicamente soltanto dall’ammiraglio Iachino e non trova alcun riscontro nei documenti degli archivi storici militari italiani, come noi abbiamo denunciato.

         Per saperne di più vedi i libri di Francesco Mattesini, editi dall’Ufficio Storico della Marina Militare, “La battaglia di Punta Stilo”, edizioni 1990 – 2001, “Le direttive di Supermarina”, 1939 – 1940, Primo Tomo, Doc. 139, p. 143, e “La battaglia di Capo Teulada”, Doc. 1, p. 231-232.

         Che i capi della Regia Marina non desiderassero affrontare un combattimento navale, ma soltanto limitarsi a sorvegliare il nemico secondo la teoria della “Fleet in being” (Flotta in potenza), ed eventualmente sfruttare i vantaggi derivati dagli attacchi in massa dell’Aeronautica, appare evidente analizzando le istruzioni diramate il mattino del 9 all'ammiraglio Campioni. Il Comandante Superiore in mare, dopo aver ricevuto nella notte l'informazione che una delle quattro presunte corazzate britanniche faceva parte di un gruppo navale d'avanguardia, distanziato alquanto dal nucleo principale della Mediterranean Fleet, ricevette con il telecifrato di Supermarina n. 20613 i seguenti tassativi ordini:[18]

 

         Vostra azione odierna sia ispirata seguenti concetti (alt) Primo non ripeto non allontanarsi dalle nostre basi aero-navali scopo permettere preventive aut contemporanee azioni aeree contro nemico (alt) Secondo impegnarsi possibilmente contro gruppi corazzati quando sono ancora separati secondo nota previsione (alt) Terzo ritardare contatto balistico scopo consentire menomazione forze nemiche per bombardamento aereo (alt) Quarto al tramonto dirigere con navi maggiori verso basi senza vincoli normali dislocazioni (alt) Quinto se condizioni favorevoli impiegare notte tempo naviglio silurante (alt) 123009.

 

         Poiché la flotta italiana aveva ricevuto l'ordine di incrociare a sud-est di Punta Stilo, con rotta pendolante tra la costa calabra e la zona di agguato dei sommergibili dislocati a sud del Golfo di Squillace, e il nemico per attaccare la Sicilia si sarebbe trovato molto più a sud-ovest, era palese che, sulla base di tali direttive, di carattere restrittivo e condizionanti per lo spirito d'iniziativa dell’ammiraglio Campioni, le navi italiane sarebbero arrivate a contatto con quelle britanniche soltanto se queste ultime avessero cambiato rotta, dirigendo a nord.[19] Quello che Supermarina non sapeva era che l'ammiraglio Cunningham stava proprio effettuando quell'inaspettata manovra.

         Durante la giornata dell'8 luglio la Mediterranean Fleet, in rotta per Malta, fu attaccata a più riprese da settanta due bombardieri italiani di base in Libia e in Egeo, che conseguirono, con una pattuglia di due bombardieri “S. 79” del 10° Stormo (colonnello Giovanni Benedetti) della 5a Squadra Aerea, il solo risultato di colpire con una bomba il grosso incrociatore Gloucester, di 9.400 tonnellate, danneggiandogli il timone e distruggendogli la stazione principale della direzione del tiro. Questo fatto costrinse il Gloucester a manovrare con il timone a mano e ad effettuare il controllo del tiro con l’impianto di riserva.

         Alle 15.57 dell’8 luglio, trovandosi a 60 miglia dalle coste greche di Navarino, a occidente della costa greca della Morea, l’ammiraglio Cunningham fu informato dall'idrovolante da ricognizione Sunderland L.5803 del 228° Squadron della RAF, sulla presenza, alle ore 15.00, di due navi da battaglia, sei incrociatori e sette cacciatorpediniere italiani a 60 miglia a nord di Bengasi dapprima dirette a nord-nordovest e poi alle 16.30 verso levante. Ma, poiché il velivolo fu costretto a rientrare a Malta per limite di autonomia, nelle ore successive non fu disponibile nessuna informazione sui movimenti della flotta italiana.

         Ritenendo che le due corazzate segnalate dall’idrovolante Sunderland erano probabilmente incrociatori pesanti, armati con cannoni da 8 pollici (203 mm), l’ammiraglio Cunningham si convinse che il nemico aveva un motivo particolare per mantenere la sua flotta nel Mediterraneo centrale. La sua impressione era che gli italiani avessero in movimento un convoglio importante, probabilmente diretto a Bengasi. Agendo su questa conclusione Cunningham decise di abbandonare temporaneamente l’operazioni in corso che doveva condurlo a Malta, e di procedere alla migliore velocità in direzione di Taranto, con lo scopo di interporsi tra la flotta italiana e la sua base.

         In conseguenza, il Comandante in Capo britannico prese le seguenti misure: ordinò alle Forze A, B e C di riunirsi per le ore 06.00 dell’indomani 9 luglio a sud di Zante (lat. 36°55’N, long. 20°30’E), e a due idrovolanti Sunderland di iniziare il servizio d’esplorazione a iniziare dall'alba, a levante di Malta e nel Mare Ionio, mentre gli Swordfish della portaerei Eagle dovevano farlo fino a una profondità di 60 miglia. Furono anche fissate le zone di agguato dei sommergibili Rorqual e Phoenix, spostandole il più a nord possibile verso Taranto.

         Alle 07,32 dell’indomani 9 luglio, trovandosi a 60 miglia dalle coste greche di Navarino, a occidente della Morea, l’ammiraglio Cunningham fu informato dal ricognitore Sunderland L.5807 del 228° Squadron della RAF, sulla presenza delle navi italiane a 50 miglia a levante di Capo Spartivento. Sebbene tale posizione fosse distante a ovest di 145 miglia rispetto a quella in cui si trovava la sua squadra, Cunningham, attenendosi al concetto vigente nella Royal Navy di sfruttare qualsiasi occasione potesse presentarsi per imporre la battaglia navale, abbandonò la rotta per Malta e alla velocità di 20 nodi diresse per portarsi a nord delle forze italiane, nel tentativo di tagliare loro la rotta per Taranto. Mentre i ricognitori Swordfish decollati dalla portaerei Eagle riuscivano a localizzare la flotta nemica a 50 miglia a levante di Capo Spartivento, agevolando considerevolmente la manovra di Cunningham, le predisposte esplorazioni della Ricognizione Marittima italiana non dettero segnalazioni sulla flotta inglese per l'intera mattinata.

         Per quel giorno 9 luglio, allo scopo di preservare i consistenti reparti da bombardamento concentrati in Sicilia e nelle Puglie per l’attacco alle corazzate nemiche, a cui era previsto dovessero partecipare circa 150 velivoli S.79 e Cant.Z.506 dell’Armata Aerea (Armera), Supermarina si era riservata l'incarico di effettuare le ricognizioni, con i suoi idrovolanti Cant.Z.501” e Cant.Z.506 dell’Aviazione Ausiliaria della Marina (Ricognizione Marittima). Ritenendo che la Mediterranean Fleet avrebbe continuato a dirigere con rotta ovest, i settori di ricerca dei velivoli delle squadriglie dell’83° Gruppo Ricognizione Marittima di base ad Augusta riguardarono le acque a levante della Sicilia e in direzione della Cirenaica, mentre quelli dell’Aviazione del Basso Adriatico, di base a Taranto, furono diretti verso le coste della Grecia per sorvegliare le provenienze verso la Puglia.

                Avvenne pertanto che le navi dell’ammiraglio Cunningham si trovarono a passare in un corridoio centrale, non coperto dalla Ricognizione Marittima italiana, che fu letteralmente messa in crisi dall'inaspettata manovra verso le coste della Calabria attuata dalla flotta britannica. In tali condizioni, durante tutta la mattinata del 9 luglio si verificò a Roma uno stato di forte disagio, che andò aumentando con il trascorrere delle ore. Apparendo inconcepibile che decine di aerei non riuscissero a avvistare la Mediterranean Fleet a levante della Sicilia, sorse il dubbio che gli obiettivi del nemico fossero ben diversi da quelli ipotizzati sugli indizi crittografici. Pertanto fu presa in considerazione l'ipotesi che la minaccia di un'azione aeronavale potesse presentarsi anche contro obiettivi della Calabria e delle Puglie.

         In questo stato della più completa incertezza sulle intenzioni della flotta britannica, che si stava avvicinando a quella italiana da posizione radicalmente opposta a quella in cui era attesa (da est e non da sud), dalle 13.10 alle 13.26 si  verificò contro gli incrociatori pesanti della 2a Squadra dell’ammiraglio Riccardo Paladini, l’attacco di nove aerosiluranti Swordfish degli Squadron 813° e 824° decollati dalla portaerei Eagle. I velivoli scendendo a bassa quota attaccarono gli incrociatori della 3a Divisione, Bolzano e Trento, per poi sganciare, da una distanza tra gli 800 e i 1.000 metri i loro siluri, che vennero tutti evitati con tempestiva manovra. Due degli aerei diressero con decisione verso la testa della formazione. Uno di essi superato i cacciatorpediniere della scorta dalla quota di 15 metri sgancio il siluro a dritta contro il Pola (capitano di vascello Manlio de Pisa), la nave comando di Paladini, da una distanza di 1.000-1.500 metri, Il Pola accostò tutto a sinistra e passando dalla velocità di 20 nodi a 29 nodi sviluppò una gara di velocità con il siluro, che fu visto passare a pochissimi metri dalla poppa, forse deviato dalla scia dell’elica dell’incrociatore. Fu considerato dagli italiani che gli aerosiluranti britannici si erano dimostrati molto manovrieri e che i loro piloti avevano fornito una grande prova di coraggio.

                Con notevole e ingiustificato ottimismo l’ammiraglio Paladini scrisse nella sua Relazione che gli incrociatori avevano abbattuto sicuramente tre aerei con il loro fuoco contraereo, uno ciascuno con il Trento il Bolzano e il Pola, e un altro probabile ancora con il Trento, mentre invece soltanto uno Swordfish riportò alcuni danni ma poté rientrare sull’Eagle.

         In seguito all'attacco aereo l’ammiraglio Campioni comprese che il nemico era nelle vicinanze. Che fosse poi orientato con direttrice di marcia nord-est, invece che sud-est, fu subito dopo rilevato da un idrovolante Canz.Z.506 della 142a Squadriglia Ricognizione Marittima che, avente per pilota il tenente Zezza, stava svolgendo un normale pattugliamento antisom a sud del Golfo di Taranto, lungo la congiungente con Bengasi.

         L’avvistamento si verificò a levante di Capo Spartivento, con la flotta britannica che procedeva con rotta nord-nordest. Tuttavia l’ufficiale osservatore, sottotenente di vascello Mario Loffredo, commise l’errore di segnalare due corazzate e otto cacciatorpediniere a 80 miglia a sud della flotta italiana, 30 miglia oltre la posizione esatta in cui si trovavano le navi britanniche, come poi rettificarono gli idrovolanti da ricognizione Ro. 43 decollati dagli incrociatori della 1a Squadra, fino a quel momento trattenuti a bordo per servire come direzione del tiro nell'eventuale combattimento navale.

          Supponendo che intenzione del nemico fosse quella d’impegnare la flotta italiana “in condizioni di netta superiorità”, tagliando la rotta verso Taranto ed eventualmente, in caso di combattimento favorevole, attaccare l'indomani quella grande base navale, che avrebbe avuto “una grandissima importanza più dal lato morale che materiale”, l’ammiraglio Campioni decise di andare senza indugio contro il nemico. Lo fece senza attendere la 7a Divisione (Gruppo “Eugenio”), che inizialmente diretta ad Augusta per rifornirsi nella notte avendo cambiato rotta stava per raggiungerlo, e non ritenne neppure opportuno di “ completare e riordinare la formazione delle due Squadre avanti di dirigere verso il nemico”. Lo scopo, scrisse, era quello di “portare al più presto le nostre forze al Nord dell’avversario, in modo da impegnarlo con la rotta verso Taranto libera”, e “ogni ritardo avrebbe reso più difficile l’impiego delle forze nella maniera” ritenuta conveniente.

          Per questo motivo l’ammiraglio Campioni decise di non attendere il Gruppo “Eugenio”, non ancora avvistato nella zona di riunione, e di non “completare e riordinare la formazione delle due Squadre avanti di dirigere verso il nemico”; anche perché sapeva di disporre, sulle notizie che arrivavano dai ricognitori, di possedere “una netta superiorità del naviglio leggero e silurante rispetto a quello inglese”.   

          Pertanto, alle 13.50, dopo una breve puntata verso sud-ovest, subito interrotta per un errato avvistamento a grande distanza di navi ritenute nemiche poi riconosciute per gli incrociatori della 7a Divisione dirette all'appuntamento, Campioni, andando al combattimento fiducioso nelle sue possibilità di forze alla velocità di 25 nodi, disponendo di molte ore di luce, e contando che in caso di “condizioni complessive di inferiorità” in navi da battaglia “potesse rompere il contatto” in qualsiasi momento, ordinò un'inversione di rotta a un tempo verso nord (030°), trasmettendo alla 2a Squadra: “Invertite la rotta ad un tempo dal lato opportuno accodandovi alla mia nave”. E ciò avvenne quando ancora la flotta non si era completamente riunita per assumere il dispositivo di combattimento previsto, dirigendo verso un nemico che riteneva si trovasse ad una distanza di 50 miglia mentre, come sappiamo, la distanza effettiva era di 80 miglia.

          Secondo le iniziali istruzioni dell’ammiraglio Campioni le navi della flotta italiana avrebbero dovuto costituire quattro colonne parallele, con i sei incrociatori pesanti della 2a Squadra Pola, Zara, Fiume, Gorizia, Trento e Bolzano, dislocati, in linea di fila, 5 miglia a sud-ovest delle due corazzate della 1a Squadra Cesare e Cavour, mentre i quattro incrociatori leggeri Abruzzi, Garibaldi, Da Barbiano e Di Giussano, dovevano trovarsi 5 miglia a levante delle navi da battaglia, e gli altri quattro incrociatori leggeri Eugenio di Savoia, Aosta, Attendolo e Montecuccoli trovarsi alla stessa distanza sul lato opposto. Ciò avrebbe permesso alla squadra di avere in testa una divisione d’incrociatori, con le loro squadriglie di cacciatorpediniere di scorta, qualunque fosse la direttrice di marcia che il nemico avesse seguito provenendo da sud-est, e nello stesso tempo consentito ai sei incrociatori pesanti, che si trovavano di prora alla Cesare, di entrare in linea di fuoco con le due corazzate della 5a Divisione, per concentrare il tiro sulle navi da battaglia britanniche, secondo un sistema di combattimento che era stato messo a punto nelle manovre di anteguerra.

          Pertanto, il tiro contro le navi da battaglia britanniche doveva essere iniziato contemporaneamente dalle corazzate italiane e dagli incrociatori pesanti, in modo da avere un effetto di maggiore efficacia contro unità dotate di cannoni da maggior calibro, salvo a sganciarsi al momento in cui fosse “giudicato troppo preponderante l’effetto dei grossi calibri inglesi”.

          Invece l’inversione di rotta portò la flotta italiana ad assumere uno schieramento molto allungato, e alquanto disordinato. Le corazzate della 5a Divisione (ammiraglio Bruto Brivonesi sulla Cavour), che avrebbero dovuto trovarsi arretrate nella formazione, si trovarono invece in testa, seguite dalle divisioni d'incrociatori 1a e 3a che faticavano per risalire, e che avevano in formazione le navi ammiraglie in ultima posizione, mentre nell'impartire gli ordini avrebbero dovuto mantenerne la testa.[20] Errore di manovra che, secondo  la relazione “Cronistoria”, compilata dopo la guerra dall'Ufficio Storico della Marina Militare, fu ritenuto, in sede critica, si dovesse accreditare all'ammiraglio Paladini, poi rimasto con il Pola (capitano di vascello Manlio De Pisa) in ultima posizione, mentre in realtà il Comandante della 2a Squadra non aveva fatto altro che adeguarsi, nel modo più rapido, all'ordine dell’ammiraglio Campioni delle 13.50: “Invertite la rotta ad un tempo dal lato opportuno accodandovi alla mia nave”.[21]

          Pertanto, in seguito all'accostata ordinata dalla Cesare alle 13.50, gli incrociatori pesanti della 2a Squadra si vennero a trovare circa 40° a poppavia del traverso a dritta della corazzata nave ammiraglia distante 4.000 metri.  Nell'assumere un ordine di navigazione inverso in linea di fila, il Bolzano (l’incrociatore più moderno e veloce), che originariamente era in coda, venne a trovarsi in testa seguito dal Trento (nave ammiraglia della 3a Divisione), dal Fiume, dal Gorizia, dallo Zara  (nave ammiraglia della 1a Divisione) e infine dal Pola, la nave comando dell’ammiraglio Paladini, a una distanza di 4.000 metri dal Bolzano. Per cui gli ordini di rotta e di manovra di Paladini dovettero essere trasmessi dal Pola al Bolzano distanti l’uno dall'altro 4.000 metri, e dal Bolzano ritrasmessi agli altri incrociatori, compreso il Trento nave ammiraglia della 3a Divisione.

          Invece le corazzate della 5a Divisione, e gli incrociatori leggeri dell’8a e 4a Divisione della 1a Squadra, che avevano invertito la rotta senza cambiare di formazione, si trovarono con le navi ammiraglie in testa alle proprie formazioni. Correndo verso nord Campioni chiese a Paladini di far stendere una cortina di nebbia, compito che fu assegnato gli incrociatori della 1a Divisione, più arretrati, compresi lo Zara e il Pola.

          L’ammiraglio Paladini rinunciò a tenere la testa della sua formazione per non scadere in conseguenza delle evoluzioni che sarebbe stato necessario eseguire, perdendo tempo, mentre le corazzate, non avendo gli incrociatori del gruppo “Abruzzi” raggiunta la posizione arretrata, vennero a essere private, in posizione prodiera opportuna, dell'ideale gruppo esplorante. Nello stesso tempo vennero a mancare gli incrociatori leggeri della 4a Divisione Diaz e Cadorna, due dei più piccoli e vecchi, rimandati poco tempo prima alla base per sopraggiunte avarie. Ciò riduceva il numero degli incrociatori da sedici a quattordici, che era pur sempre elevato, mentre, invece, mancavano parecchi cacciatorpediniere, mandati a rifornirsi o rientranti alle basi per avaria, e non ancora rientrati nelle loro divisioni.

           Alle 14.05, procedendo le navi italiane con rotta nord (10°), ebbe inizio la navigazione di avvicinamento alla flotta nemica. Furono catapultati gli idrovolanti Ro. 43 della 4a e 8a Divisione per esplorare di prora a dritta della Squadra Navale e fu richiesto l’intervento dei reparti da bombardamento dell’Aeronautica per la prevista azione preventiva. Alle 14.45 il velivolo dell’incrociatore Da Barbiano (capitano di vascello Mario Azzi) segnalò che cacciatorpediniere nemici erano passati sul lato sinistro del grosso della formazione britannica, e alle 14.49 trasmise il segnale di scoperta di unità nemiche verso est.

            A questo punto, le due flotte erano ancora invisibili l’una dall'altra, ma sulle navi italiane, come sappiamo per testimonianze, gli equipaggi erano pronti e i comandanti delle varie unità ordinarono di far salire a riva la bandiera da combattimento. Nell'emozione del momento, con i direttori del tiro di tutti i calibri che avevano l’occhio incollato alle colonnine di punteria centrale, gli altoparlanti scandivano: “Ufficiali, sottufficiali e marinai, attenzione; si va al tiro”.

         In quel pomeriggio estivo, dal cielo senza nubi, con una leggera foschia verso ovest, il vento rinfrescato leggermente e il mare che scaldato dal sole cuocente aveva il colore del verde smeraldo, un silenzio pesante era sceso sulla nave ammiraglia Cesare da dove partivano gli ordini, e gli sguardi di tutti erano puntati nella direzione da cui, per nordest, si supponeva sarebbe stato avvistato il nemico. L’ammiraglio Campioni, attraverso gli spessi vetri del torrione corazzato seguiva, assieme al comandante della Cesare, capitano di vascello Angelo Varoli Piazza, le manovre delle sue navi e guardava ansioso con il binocolo nella direzione in cui riteneva di vedere apparire il fumo e le sagome delle navi britanniche.

                Frattanto, alle ore 14.00 del 9 luglio la flotta britannica nella sua rotta a nord ovest aveva raggiunto la posizione ideale per impedire alla flotta italiana la rotta per Taranto, e conseguentemente l’ammiraglio Cunningham decise di assumere la nuova rotta 270° per aumentare le possibilità di sbarrare al nemico la sua rotta a nord.

         Nell'imminenza della battaglia, la determinazione con cui l’ammiraglio Cunningham decise di andare al combattimento è stata da lui descritta nel suo libro memorialistico, scrivendo:[22]

 

         Non era proprio il momento che avrei scelto per dar battaglia. Il nemico disponeva di un forte numero di incrociatori, mentre noi, dato che il GLUCESTER non era in grado di impegnarsi seriamente a motivo dei danni subiti, ne avevamo appena quattro, ai quali inoltre restava poco più della metà del loro munizionamento. Si aggiunga che la velocità di avvicinamento era limitata dalla massima velocità della ROYAL SOVEREIGN. In ogni modo, qualunque occasione era ben venuta, e la WARSPITE si affrettò in appoggio ai nostri incrociatori che, essendo armati con pezzi inferiori al 203, avevano di fronte un avversario più numeroso e con cannoni di calibro più elevato.

 

         A questo punto la ripartizione delle forze in campo era la seguente: da parte italiana due corazzate, sei incrociatori pesanti, otto incrociatori leggeri e venti cacciatorpediniere; da parte britannica tre corazzate, una nave portaerei con diciannove velivoli (diciassette aerosiluranti Swordfish e due caccia Gladiator), cinque incrociatori leggeri e sedici cacciatorpediniere, sui diciassette originari, poiché dopo la partenza da Alessandria il cacciatorpediniere Imperial era stato costretto a invertire la rotta e rientrare in porto a causa di un’esplosione di un serbatoio di nafta. Quanto al potenziale offensivo delle artiglierie da parte italiana vi erano venti cannoni da 320 mm, quarantotto da 203, cinquantasei da 152 e 108 da 120 (più 24 dell’armamento secondario delle corazzate); da parte britannica ventiquattro cannoni da 381 mm, ottanta da 152 (includendovi i 32 cannoni dell’armamento secondario delle corazzate) e settantadue da 120.

         Alle 15.00 la flotta italiana apparve all'osservazione delle navi britanniche disposta su quattro colonne, con intervalli tra le colonne di circa 5 miglia, con le unità in linea di rilevamento tra i 130° e i 310°, e la velocità 19 nodi. Soltanto poche navi italiane delle quattro colonne erano visibili a quelle britanniche, e solo per brevi periodi.

         Da parte italiana l’avvistamento delle unità britanniche si verificò ad opera del  cacciatorpediniere Alfieri (capitano di vascello Lorenzo Daretti), di scorta agli incrociatori dell'8a Divisione, alle 15.05 alla distanza di 30.000 metri. In quel momento gli incrociatori della 7a Divisione Neptune, Liverpool, Orion (vice ammiraglio Tovey) e Sydney precedevano nell'ordine il grosso della Mediterranean Fleet suddiviso in tre gruppi, con la nave ammiraglia Warspite (ammiraglio Cunningham) avanzata di 8 miglia rispetto alle due corazzate meno veloci Malaya e Royal Sovereign (ammiraglio Pridham-Wippell). In retroguardia, vi era la portaerei Eagle, alla quale era stato aggregato il menomato incrociatore Gloucester.

         Dapprima, a iniziare dalle 15,15, si fronteggiarono ad armi pari, alla distanza di 20.000 metri, gli incrociatori leggeri delle due flotte, in cui da parte italiana furono impegnate le quattro unità del gruppo “Abruzzi” (Abruzzi, Garibaldi, Da Barbiano, Di Giussano). Nessuno dei due contendenti mise colpi a segno, nonostante il loro tiro fosse centrato sul bersaglio preso di mira, quello britannico con salve viste cadere molto raccolte, quello italiano piuttosto disperso.

          Tuttavia la Sezione Storica dell’Ammiragliato, rispondendo a una domanda dell’Ufficio Storico della Marina Militare, che chiedeva se qualche nave britannica fosse stata colpita, rispose che alle 15.20 del 9 luglio. e quindi all'inizio del combattimento tra incrociatori, “alcune schegge di un colpo vicino danneggiarono l’apparecchio e la catapulta del Neptune”. E poiché l’aereo colpito stava perdendo benzina “venne gettato in mare”. Ciò è confermato anche nei vari rapporti britannici.[23] Da parte italiana fu ritenuto, erroneamente, di aver colpito con il Garibaldi un incrociatore tipo “Gloucester”, che in realtà poteva essere soltanto il Liverpool, che stava seguendo nella linea di fila il Neptune.

          Poi, con le due navi da battaglia italiane che stringevano le distanze per portarsi al tiro, la Warspite (capitano di vascello Douglas Blake Fisher), inviò i suoi cinque  cacciatorpediniere di prora alla corazzata, disposti in linea di fila, per avere campo di tiro libero, e nello stesso tempo avvertì il comandante degli incrociatori della 7a Divisione di non stare troppo distante dalla sua nave e che aveva lasciato indietro le altre unità dalla flotta da battaglia, la Royal Sovereign e la Malaya.

          Le navi italiane videro la corazzata nemica del gruppo di testa che si stava avvicinando a distanza di tiro, e alle 15.26 aprire il fuoco con le due torri prodiere da 381 sugli incrociatori della 4a Divisione e, in seguito alla loro decisa accostata dirigendo a sud, alle 15.31 il tiro dei 381 fu spostato sull’8a Divisione che stava combattendo contro gli incrociatori britannici. Con segnale inviato al vice ammiraglio Tovey l’ammiraglio Cunninghan fece trasmettere: “Mi dispiace per il ritardo, ma dobbiamo attendere rinforzi”. Si riferiva alle due corazzate Malaya e Royal Sovereign e che stavano seguendo a distanza la Warspite, forzando le macchine al  limite massimo delle loro possibilità.

           Le prime quattro salve della Warspite furono sparate su un incrociatore leggero tipo “Giussano”. Era il Di Giussano (capitano di vascello Giuseppe Maroni) che subito manovrò portandosi fuori tiro. Quindi il fuoco della Warspite fu diretto su un altro incrociatore della 4a Divisione dell’ammiraglio Alberto Marenco di Moriondo, il Da Barbiano (capitano di vascello Mario Azzi). Tuttavia, “Alcune vampate della prima salva, danneggiarono l’aereo del Warspite che fu successivamente buttato in mare”. L’aereo Walrus si trovava su una delle due catapulte della corazzata, e resto danneggiato per la vampa dei due cannoni da 381 mm della torre X, che era la seconda sopraelevata da poppa, perdendo benzina. Naturalmente sollevarlo è gettarlo in mare comportò qualche minuto di tempo.

          Come detto il tiro iniziale della Warspite, dove a bordo vi fu l’impressione di aver messo un colpo a segno su un incrociatore, fu concentrato sulla 4a Divisione perché fu erroneamente ritenuto dall'ammiraglio Cunningham che essa fosse costituita da due incrociatori pesanti, che manovrando per disimpegnarsi dal tiro dei cannoni da 381 mm, stavano accostarono verso sud. Una rotta che nel Cronistoria dell’Ufficio Storico della Marina Militare, è considerata strana, perché distaccò molto la 4a Divisione dal resto delle forze italiane, impedendogli poi di continuare il combattimento. La manovra fu interpretata da Cunningham come se il Di Giussano e il Da Barbiano volessero andare ad attaccare la portaerei Eagle. Un compito, che secondo quanto ha scritto l’ammiraglio Sansonetti, avrebbe dovuto essere assegnato alla sua 7a Divisione Navale, che si trovava, fuori la linea di combattimento, sul fianco sinistro delle corazzate.

           E’ scritto nello Studio dell’Ammiragliato:[24]

 

           La WARSPITE, dopo aver ordinato al MALAYA di aumentare al massimo la velocità allo scopo di stringere la distanza, compì un’intera volta tonda e zigzagò. La 7a Divisione Incrociatori che aveva avuto l’ordine di non spingersi troppo avanti alla Nave Ammiraglia, compì anch’essa una volta tonda per imitare la manovra della nave del Comandante in Capo. Fra le 1533 e le 1536, la WARSPITE sparò quattro salve in direzione di ognuno dei due Incrociatori da 203 obbligandoli ad accostare in fuori. Queste Unità apparentemente appartenevano alla colonna destra che, proveniente dal Sud, aveva accostato per Levante in un tentativo di avvicinarsi all’EAGLE.[25]

 

         L’accostata della Warspite di 360° sulla dritta, effettuata dopo che la corazzata aveva sparato le sue quattro salve contro l’8a Divisione, e che fu notata anche dall'ammiraglio Campioni, era stata effettuata con grande volta tonda per agevolare la riunione con la più arretrata corazzata Malaya, che sorpassando la lenta Royal Soveraign aveva ricevuto l’ordine di avvicinarsi alla massima velocità, e per agevolare il raggruppamento delle squadriglie di cacciatorpediniere a nord-est della nave ammiraglia. Ugualmente la volta tonda della 7a Divisione era stata fatta per permettere alla Warspite di dare appoggio agli incrociatori al momento in cui stavano per affrontare il tiro delle corazzate italiane, senza allontanarsi troppo dalla nave ammiraglia.

                Vediamo ora come il comandante dell’8a Divisione, ammiraglio Antonio Legnani, manovrò per sottrarsi al tiro della Warspite. Alle 15,31 le prime due salve da 381 caddero intorno all’Abruzzi (capitano di vascello Pietro Parenti), una a 15 metri di prora a dritta dell’incrociatore, l’altra a 50 metri di poppa a sinistra. Alle 15.32 le altre salve da 381 inquadrarono il Garibaldi (capitano di vascello Stanislao Caraciotti), facendo conoscere all'ammiraglio Legnani di essere sotto il tiro di grossi calibri delle navi da battaglia nemiche, e a fargli ritenere, erroneamente, che il nemico avesse scambiato i due incrociatori per navi da battaglia del tipo “Cavour”, che erano simili nel torrione e disposizione nelle torri e nei pezzi d’artiglieria.

          Per sottrarsi alle salve della Warspite l’Abruzzi e il Garibaldi aumentando al massimo la velocità e agendo conformemente a quella che era la concezione d’impiego dei gruppi esploranti, alle 15.33 accostarono a un tempo 70° a sinistra con i loro cacciatorpediniere della 9a Squadriglia. Al termine dell’accostata una salva, sparata dagli incrociatori britannici, cadde a poppa del Garibaldi, ma alquanto distante, e un'altra salva più lontana.

          L’8a Divisione con una manovra considerata dall'ammiraglio Campioni “brillante” passò a ovest tra le proprie corazzate e agli incrociatori del Gruppo “Pola”, per poi continuare la rotta a nord, restando poi sull'altro lato degli incrociatori pesanti, e rimanendo quindi estraniata dalla battaglia, mentre invece la 9a Squadriglia Cacciatorpediniere (Alfieri, Oriani, Carducci, Gioberti) proseguendo con rotta nord, come avrebbe dovuto fare l’intero gruppo “Abruzzi”, alle 15.45, prima che le corazzate della 5a Divisione aprissero il fuoco, si portò in buona posizione a circa un miglio a nord-est del Bolzano; manovra che poi gli permise di stare vicino agli incrociatori del Gruppo “Pola” e quindi partecipare all'attacco delle altre squadriglie di siluranti.

          La 4a Divisione, che nel corso delle manovre del disimpegno era rimasta molto scaduta, dopo aver diretto verso sud per sottrarsi al tiro della Warspite, riprendendo la rotta per nord-ovest con i due cacciatorpediniere della 14a Squadriglia (Gioberti Pancaldo) si portò a poppa alle corazzate, e quindi a distanza di non poter più sparare.

          Il disimpegno del gruppo “Abruzzi”, fu considerato dall'ammiraglio Campioni assolutamente “corretto” perché fissato dalle norme d’impiego facenti parte dell’addestramento del tempo di pace. In realtà la manovra può essere considerata un errore, simile a quello a suo tempo rimproverato ai comandanti dei gruppi esploranti dell’ammiraglio John Jellicoe nella battaglia dello Jutland, che non commise l’ammiraglio Tovey mantenendo con i suoi incrociatori leggeri la posizione davanti alla Warspite, pur dovendo ora affrontare il fuoco di sei incrociatori pesanti italiani. 

          Nello studio dell’Ammiragliato, si afferma che dopo aver sparato sugli incrociatori italiani, da parte britannica ”vi fu una sosta nell'azione fino alle 15.48”, con la 7a Divisione incrociatori che manovrava per 320° per stringere le distanze con il nemico, avendo a 3 miglia e ½ di prora la Warspite che stava dirigendo per 345°. Le altre due corazzate, sia la Malaya sia la Royal Sovereign, la prima in particolare, avevano guadagnato cammino nello stringere le distanze dalla Warspite, mentre i cacciatorpediniere, abbandonando le posizioni di scorta, erano stati mandati tutti sul lato libero della flotta da battaglia, riordinando le loro flottiglie agli ordini del comandante della 14a, capitano di corvetta Richard William Ravenhill sul Nubian. Una divisione di sei incrociatori (il gruppo “Pola”) era in vista di prora alle unità da battaglia.

          Alle 15.48 la Warspite, che aveva ridotto la velocità a 15 nodi, fece decollare uno dei suoi  due aerei da ricognizione Walrus dalla catapulta di dritta, e alle 15.51 passò dalla rotta 360 a quella di 345°, per poi due minuti dopo aprire il fuoco sulle corazzate italiane che, come vedremo, avevano già cominciato a sparare.

          Nel frattempo, l’ammiraglio Campioni cercava di formare la linea di combattimento per affrontare le corazzate nemiche. Essendo previsto che gli incrociatori pesanti della 2a Squadra dovessero concorrere al tiro delle sue corazzate contro le maggiori unità nemiche, alle 15.14 Campioni accostò con la 5a  Divisione leggermente in fuori e alle 15.20 ordinò di diminuire la velocità da 25 a 20 nodi, per poi infine assumere per cinque minuti, tra le 15.23 e le 15.28, una rotta più aperta  di quella segnalata precedentemente al Gruppo “Pola”, 90° invece di 60°. Infatti, alle 15.23 la Cesare trasmise “la mia rotta vera è 60°”, ma trascorsero due minuti prima che il Gruppo “Pola” dirigesse su tale rotta.

           Alle 15.32 fu constatato che la corazzata britannica di testa (Warspite) stava accostando sulla dritta e dirigeva verso le altre due corazzate (Malaya e Royal Sovereign) che stavano sopraggiungendo per prendere parte al combattimento.

           Nel duello balistico a grande distanza, le prime ad aprire il fuoco furono le corazzate italiane Cesare e Cavour, che avevano il Bolzano sulla sinistra a 5 miglia e quindi troppo lontano per prendere parte fin dall’inizio al combattimento. L’incrociatore capofila della 2a Squadra, che manovrava sugli ordini del Pola in coda alla formazione dei sei incrociatori pesanti, si trovava, infatti, a 31.000 metri dalla Warspite invece dei previsti 26.000 metri circa a cui si sarebbe dovuto trovare se fossero stati tempestivamente eseguiti gli ordini dell’ammiraglio Campioni.

           Quando alle ore 15.40 fu ordinato di spiegamento sulla sinistra, il Gruppo “Pola” si era venuto “a trovare sul rilevamento 350° dal CESARE , mentre, con l’aumento di velocità  dato al momento opportuno, avrebbe potuto trovarsi sul rilevamento 5° e cioè quasi sulla posizione esatta”. Quando poi alle 15.44 - 15.45 la Cesare trasmise con due segnali, regolarmente ricevuti dall’ammiraglio Paladini, di portarsi sul rilevamento 40° dalla nave del Comandante Superiore in mare, il Comandante della 2a Squadra “continuò a navigare fino alle 15.52 su rotta nord accostando solo a questa ora per rotta 40°, e cioè con 7 minuti di ritardo rispetto all’ordine”. Poi alle 15.30 la Cesare trasmise: “Per asse del dispositivo di combattimento sia assunto il Rilevamento 10° dalla Nave Comandante in Capo”. Il segnale fu regolarmente ricevuto dal Pola, ma, come è scritto nel Cronistoria, “non risulta siano stati impartiti gli ordini opportuni per eseguirlo: la manovra avrebbe dovuto essere eseguita per eccesso di velocità, aumentando a 28 o 29 nodi, il che era possibile a tutti gli incrociatori”.[26]

           Alle ore 15.53 (15.48 secondo i britannici) la Giulio Cesare (capitano di vascello Angelo Varoli Piazza – 1° Direttore del Tiro Capitano di fregata Giulio Cipollini), sparo sulla Warspite una prima salva da 320 mm, alla distanza telemetrata di 26.400 metri, mentre subito dopo la Conte di Cavour  (capitano di vascello Ernesto Ciurlo), che evidentemente seguiva la nave ammiraglia ad una distanza maggiore di quella normale, alle 15.54, come dimostrano le immagini scattate dalla Cesare dove si trovava personale fotografico dell’Istituto Luce,[27] effettuò il tiro addirittura alla distanza telemetrata di 30.500 metri, con l’alzo alla massima elevazione. Si trattava, come vedremo, della corazzata Royal Sovereign (capitano di vascello Humphrey Benson Jacomb), che appena superata dalla Malaya procedeva alla velocità di 18 nodi a 3 miglia di distanza dalla Warspite.

          E’ da rilevare che dopo l’ordine impartito alle 15.45 dall’ammiraglio Brivonesi, Comandante della 5a Divisione, alla Cavour di portarsi sul dispositivo di combattimento 40°, e di puntare il tiro sulla seconda unità nemica, la Cavour invece di essere sulla dritta della Cesare rispetto al nemico si trovò invece, secondo il Cronistoria, spostata “leggermente sulla sinistra rimanendo così disturbata dal fumo e dalle salve del CESARE. La distanza fra le due corazzate era superiore a quella prevista, avendo il CESARE potuto raggiungere più rapidamente la velocità di 27 nodi quando ne fu dato l’ordine”. Poiché nel rapporto della Cavour è scritto che la distanza iniziale utile di combattimento era di circa 30.500 metri, è da ritenere che il tiro sia stato iniziato sulla terza corazzata nemica, alquanto distanziata, che in quel momento doveva essere proprio la Royal Sovereign, sorpassata dalla più veloce Malaya (a meno che il sorpasso non si fosse ancora verificato), su cui la corazzata italiana avrebbe dovuto sparare in base all’ordine dell’ammiraglio Brivonesi.[28]

          Quindi, nessun colpo a segno, ma tutti caduti distanti, smentendo coloro che, essendo imbarcati sulla Cesare e su altre navi italiane, compreso il comandante Ciurlo e il 1° Direttore del Tiro Cipollini, ritennero che l’obiettivo era stato colpito.[29] Elemento cui si crede ancora oggi nonostante quanto scritto da Cunningham e che si può controllare nell’abbondante documentazione d’archivio disponibile.[30]

           Secondo i rapporti dell’ammiraglio Campioni e del Cronistoria, gli incrociatori pesanti della 2a Squadra, “verso le 15.30 avevano eseguito un ampia accostata in fuori per portarsi a distanza di tiro”, per poi “alle 16.00, eseguendo gli ordini del Comandante in Capo iniziare l’accostata sulle sinistra”. Mentre evoluivano, alle 15,58 avevano finalmente iniziato a sparare sugli incrociatori della 7a Divisione, impegnando con essi combattimento. A questo punto, la Cesare, già inquadrata dalla Warspite con salve “risultate molto raccolte”, dopo aver sparato un decina di salve fu colpita alla base del fumaiolo poppiero da un proietto da 381 mm. La distanza di tiro della Warspite, quando fu osservato il colpo alla base del suo fumaiolo prodiero della Cesare, era telemetrata in 26.200 yard (24.000 metri).

           Il colpo della Warspite, che raggiunse la Cesare fu erroneamente ritenuto che fosse stato sparato dalla seconda corazzata britannica, la Malaya. Il proietto da 381 mm colpì sopra il gruppo delle due mitragliere da 37/57 del centro sinistra. L’ogiva del proiettile perforò il ponte di castello, colpì in pieno la riservetta dei bossoli da 120/50 mm provocandone la deflagrazione, sfondò il ponte di casamatta, e deviato verso prora dalla corazza del fianco sinistro della Cesare finì nel quadrato sottufficiali dopo aver perforato tre paratie. L’imponente fiammata dello scoppio fu succhiata dai ventilatori di quattro caldaie che furono pertanto invase da fumo e gas irrespirabili. Il personale di guardia fu obbligato a evacuare i locali, dopo aver spento i polverizzatori, e la velocità della corazzata si ridusse da 27 nodi a 18, per poi risalire a 20 nodi.

I danni non erano sensibili, specialmente al materiale, in particolare all’armamento di grosso calibro che permetteva di poter continuare a combattere. Ma l’ammiraglio Campioni in un primo momento non se ne rese conto, e non volendo lasciare la sola Cavour e gli incrociatori pesanti ad affrontare tre corazzate nemiche, volendo anche “mantenere tutte le forze riunite e di combattere alla velocità che sarebbe stato possibile sostenere al CESARE”, emanò l’ordine generale di accostare ad un tempo a sinistra (230°) e di fare fumo.

                Dopo aver colpito la Cesare, vedendo le navi italiane cambiare la direttrice di marcia e fare fumo, alle 16.02 anche la Warspite cambio rotta per 310° alla velocità di 17 nodi. Poi, alle 16.04, con le unità italiane oscurate in una vasta cortina di fumo e nebbia artificiale, la Warspite, che aveva sparato diciassette salve, cessò il fuoco. Alle 16.06 intervenne la Malaya, che trovandosi per 180 ° di poppa alla  Warspite , sparò quattro salve contro le corazzate italiane che risultarono corte. Alle 16.08 la Malaya  sparo  altre tre salve, che caddero anch’esse corte. Quindi alle 16.09 la Warspite aprì nuovamente il tiro su un incrociatore pesante italiano, apparso di prora alle corazzate, per 313° e alla distanza di 24.600 yard.

           La diminuzione di efficienza della Cesare, poneva, come detto, sulla sola Cavour e sugli incrociatori pesanti l'onere di sostenere la constatata precisione del tiro delle corazzate nemiche, anche se la lenta Royal Sovereign si trovava ancora alquanto distante, e non poté mai avvicinarsi a più di 3 miglia dalla Warspite a causa della sua bassa velocità che non gli permise di portarsi a distanza di tiro, e le sette salve della Malaya (capitano di vascello Arthur Francis Eric Palliser), risultavano corte di 3.000 yard (2.742 metri) essendo i suoi 381 cannoni di vecchio tipo e di minore portata rispetto a quelli della Warspite. Per l’ammiraglio Campioni esisteva tuttavia il problema di dover sostenere uno scontro con un nucleo di corazzate superiore, senza essere inizialmente appoggiato da nessun incrociatore, poiché quelli della 2a Squadra, quando entrarono nel dispositivo di combattimento con ritardo, aprirono il fuoco, secondo i rapporti degli incrociatori, nell’ordine: Trento (15.55), Fiume (15.58), Bolzano (16.00), Zara (16.00), Pola (16.00),  Gorizia (16.12).

           Il primo incrociatore a entrare in azione, come si vede, fu il Trento (capitano di vascello Alberto Parmigiano).[31]

           Dopo aver sparato tre salve contro la Warspite, non riportate nei rapporti britannici, il Trento spostò il tiro sugli incrociatori della 7a Divisione, perché nel frattempo la distanza dalle corazzate britanniche era aumentata oltre il limite delle artiglierie da 203 mm. Sulle corazzate, prima di sospendere il tiro (alle 16.16) sparò anche lo Zara con le ultime sei salve su nove sparate, mentre gli altri quattro incrociatori vennero impegnate le corrispondenti unità britanniche della 7a Divisione e furono a loro volta controbattuti dalle unità del vice ammiraglio Tovey, impedendo agli incrociatori dell’ammiraglio Paladini di concentrare il tiro sulle navi da battaglia di Cunningham, in particolare contro la più vicina Warspite. Ricordiamo che al sopraggiungere al tiro della Warspite i quattro incrociatori della 7a Divisione avevano eseguito un’ampia accostata in fuori, chiaramente vista dalle navi italiane, per poi riportarsi dopo alcuni minuti a portata di tiro dalle avanzate unità del gruppo “Pola”.

         E’ scritto nel Cronistoria sulla Battaglia di Punta Stilo:[32]

 

         Fra le 16.13 e le 16.16 fu notato, e in particolare dal D.T. dello ZARA, che la prima nave da battaglia nemica accostava a dritta fino a mostrare la poppa e successivamente a sinistra: la nave sembrava molto sbandata, tanto che nel rapporto dello ZARA, che pur si trovava a 29.500 metri di distanza, si legge che era visibile il ponte di castello. D’altra parte fu rilevato sul CESARE che, sul finire dell’azione, la predetta Unità sparava solamente con la torre 2.

 

           In realtà, Il tiro delle unità del Gruppo “Pola” ebbe luogo a grande distanza e senza risultati apparenti, e fu anche molto breve perché, in seguito all’ordine dell’ammiraglio Campioni di accostare sulla sinistra, il tiro si svolse quasi tutto mentre gli incrociatori evoluivano.

          Quando poi l’ammiraglio Campioni ordinò alla flotta di invertire la rotta, manovra iniziata alle ore 16.00 dal Gruppo “Pola”, la rottura del contatto fu accompagnata, come ordinato, da attacchi col siluro effettuati da grande distanza dalle squadriglie dei cacciatorpediniere, e dalle cortine di nebbia stese dai sei incrociatori pesanti della 2a Squadra.

           In questa fase del combattimento, in cui le unità della 7a Divisione del vice ammiraglio Tovey sparavano proietti perforanti con tiro “ben raccolto”, ma secondo l’ammiraglio Paladini “poco efficace”, mentre quello italiano appariva ugualmente di scarso effetto per le dispersioni delle salve, sarebbero stati molto utili, per agire contro i quattro incrociatori britannici, gli altrettanti incrociatori del gruppo “Abruzzi” se fossero rimasti al loro posto. Ciò avrebbe permesso di tenere impegnata, con lo stesso calibro di artiglieria (152 mm), la 7a Divisione, così da permettere agli incrociatori pesanti italiani di occuparsi soltanto delle corazzate britanniche con i loro cannoni da 203 mm.

           In definitiva nessuno degli otto incrociatori leggeri della 1a  e  2a Squadra, dopo l’iniziale impegno delle quattro unità del Gruppo “Abruzzi”, dette il pur che minimo appoggio alle altre navi italiane impegnate in un momento delicatissimo dello scontro navale.

           Sulle manovre degli incrociatori britannici, e nel duello che intercorse con gli incrociatori pesanti della 2a Squadra, ci rifacciamo su quanto è scritto nel più volte citato studio dell’Ammiragliato:[33]

 

           Nel frattempo gli Incrociatori avevano ripreso l’azione; la 7a Divisione Incrociatori, dirigendo per 310°, tentava di avvicinarsi al nemico che, alle 1556, riaprì un tiro molto accurato. L’ORION rispose alle 1559 prendendo a bersaglio un tipo “Bolzano” che rilevava per 287° a circa 23.000 yards. Il NEPTUNE e il SYDNEY iniziarono il fuoco alle 1600 rispettivamente contro il secondo e il quarto Incrociatore nemico della colonna A a partire dalla dritta e il LIVERPOOL a sua volta, lo inizio alle 1602.

           Alle 1601 la Divisione accostò per 10° e successivamente, alle 1603, per 70° allo scopo di avere tutti i pezzi in campo, ma siccome, alle 1606, fu rilevato che il nemico stava accostando in fuori fu nuovamente riassunta la rotta 10°.

           Alle 1611 l’ORION passò il tiro sull’incrociatore di dritta che rilevava per 308° a circa 20.300 yards, dato che questa era l’unica Unità nemica a distanza di tiro. Il NEPTUNE, dopo aver avuto una salva a cavallo del suo bersaglio, ritenne altresì di averlo colpito e il SYDNEY che stava perdendo di vista il suo bersaglio, sparò alcune salve sull’Incrociatore di dritta che risultava ancora l’unico ancora visibile. Il LIVERPOOL ritiene di aver messo a cavallo alla sua quinta salva dopo la quale il nemico accostò in fuori facendo così risultare le successive salve tutte corte.

 

           In questa fase del contatto balistico tra incrociatori il Bolzano (capitano di vascello Gaetano Catalano Gonzaga di Cirella), che si trovava in testa alla linea degli incrociatori pesanti della 2a Squadra, fu colpito da un proiettile da 152 mm, sparato dall’Orion (capitano di vascello Geoffrey Robert Bensly Back). Il colpo perforò il fianco destro verso poppa del Bolzano e, penetrando nell’interno in basso, esplose aprendo con le schegge varie falle attraverso la corazza; questa fu perforata dall’interno all’esterno, con conseguente entrata di 316 tonnellate d’acqua, che furono contenute dalle paratie stagne e in parte svuotate mettendo in funzione le pompe. Inoltre si determinò un’avaria temporanea ai comandi del timone, che andando tutto a sinistra fece accostare la nave di 180°, portandola a invertire la rotta. L’avaria fu riparata in sei minuti, dopo di che l’incrociatore, continuò a rispondere al tiro nemico con tutte le torri.[34]

           Nel frattempo, il Neptune e il Sydney, spararono invece sul Trento e il Gorizia, rispettivamente secondo e quarto incrociatore del Gruppo “Abruzzi”, senza riuscire a colpirli.

           Subito dopo che gli incrociatori italiani erano stati perduti di vista nella cortina di fumo, vedendo i cacciatorpediniere nemici venire all’attacco per assumere l’adatta posizione di lancio, le unità della 7a Divisione aprirono il tiro con i pezzi da 152 mm contro quelle fastidiose “vespe” (Hornets), che subito si allontanarono.

           Nel frattempo, anche i cacciatorpediniere britannici erano partiti al contrattacco, appoggiati dagli incrociatori dell’ammiraglio Tovey, che per dare l’appoggio assunsero la migliore posizione accostando per 340°.

           Per tre minuti le due flottiglie di cacciatorpediniere 14a (Nubian, Mohawk, Juno, Janus) e 10a (Stuart, Dainty, Defender, Decoy), che erano le più avanzate, vennero a trovarsi sotto un pesante tiro degli incrociatori italiani, ma nessuna unità fu colpita. I cacciatorpediniere della 14a Flottiglia alle 16.10 evitarono tre siluri lanciati dai cacciatorpediniere italiani, e quattro minuti dopo, trovandosi 4 miglia a nord-nordest della Warspite tutte le flottiglie britanniche, compresa la 2a (Hyperion, Hero, Hereward, Hostile, Hasty, Ilex), di scorta alla Warspite, ricevettero l’ordine di contrattaccare; ciò che fecero aumentando la velocità a 30 nodi per avvicinarsi alle siluranti italiane, ognuna manovrando indipendente per non intralciare il campo di tiro delle altre flottiglie britanniche.

           La 14a Flottiglia aprì il fuoco alle 16.19 alla distanza di 12.600 yard (11.521 metri), e sembrò che alla prima salva lo Stuart (capitano di corvetta Hector Macdonald Laws Waller)  avesse colpito un cacciatorpediniere, e fu poi imitata dalle unità della 2a e 14a Squadriglia, sparando su altri tre cacciatorpediniere italiani, senza segnalare colpi a segno. Che nessuna unità italiana era stata colpita dai cacciatorpediniere britannici fu confermato dal velivolo Walrus della Warspite, che era stato catapultato prima dell’inizio della battaglia, alle 15.48, per svolgere il servizio di osservazione.[35]

           In questa fase del combattimento, fu colpito di striscio all’estrema prua l’Alfieri (capitano di vascello Lorenzo Daretti), ma, a parte danni da schegge, senza riportare gravi conseguenze e soltanto due feriti. Il colpo a segno fu sparato dall’Orion intorno alle 16.20 alla distanza di 17.100 yard, ma l’incrociatore ritenne di aver colpito la plancia del cacciatorpediniere, ritenuto erroneamente per tipo “Maestrale”, che però a grande distanza appariva alquanto simile al tipo “Alfieri”.

           L’incrociatore Orion, sospendendo il tiro sui cacciatorpediniere italiani, “poté riaprire il fuoco per circa un minuto, contro il suo vecchio bersaglio”, che era ancora il Bolzano”, colpendolo con altri due colpi da 152 mm.[36] L’incrociatore italiano, che si trovava ancora sulla rotta invertita, fu raggiunto dal primo proiettile che penetrò nell’opera morta di prua a sinistra, sfondò la corazzetta e ne piegò le strutture di sostegno esplodendo nell’interno del locale lanciasiluri (rimasero uccisi due uomini e feriti un’altra dozzina) da dove, non si comprese se per concussione o per contatti elettrici, partirono spontaneamente sei siluri che si persero in mare senza danno per alcuno.

          Il secondo colpo, che poi era il terzo che raggiunse il Bolzano, asportò per un metro circa la volata del cannone di dritta della torre prodiera superiore e deformò il secondo cannone; fu ucciso un puntatore colpito da una scheggia penetrata per gli orifizi della torre, ma i cannoni, nonostante le gravi avarie subite continuarono a sparare, anche se poi una volta in cantiere alla Spezia dovettero essere sostituiti. Il Bolzano poté riprendere la propria posizione nella formazione della 2a Squadra raggiungendo la velocità di 35 nodi, permessa dalle sue potenti macchine, che erano rimaste indenni.

           Nel frattempo che l’Orion teneva sotto tiro il Bolzano, il Neptune tentò di sparare contro un incrociatore che saltuariamente appariva tra il fumo, il Sydney impegnò anch’esso un cacciatorpediniere apparso brevemente nella cortina, mentre il Liverpool alle 16.25, dalla distanza di 19.000 yard, sparò quattro salve su un incrociatore, fino a quando anch’esso non sparì nel fumo.[37]

           In precedenza, alle 16.22 era stato “segnalato un sommergibile che invece fu poi riconosciuto per il rottame di uno Swordfish”.[38]  Poiché nessun velivolo di quel tipo era stato abbattuto, si trattava evidentemente della carcassa di uno Swordfish andato perduto in altra occasione, oppure che si trattasse di un altro tipo di biplano dalla nazionalità sconosciuta, ma è anche possibile che fosse il secondo idrovolante Walrus della Warspite gettato in mare dopo che si era incendiato all’apertura del fuoco.

           Durante e dopo l’accostata per sottrarsi al combattimento facendo fumo, le due corazzate della 5a Divisione continuarono saltuariamente a sparare con le torri poppiere dei 320 mm, fino a circa le ore 16.16, quando il nemico non era più in vista. Notizia che era erroneamente confermata dalle segnalazioni trasmesse del velivolo Ro. 43 dell’incrociatore Da Barbiano e poi anche di quello del Garibaldi, da cui sembrava che le navi britanniche stessero invertendo la rotta. In realtà le unità dell’ammiraglio Cunningham, non avendo allora a disposizione il radar, stavano mantenendo la posizione senza tentare di attraversare la cortina di fumo stesa dalle navi italiane.[39]

           Frattanto sulla Cesare, un quarto d’ora dopo essere stata colpita, con un superbo lavoro del personale che lavorò in un atmosfera irrespirabile ed in mezzo agli incendi, erano state rimesse in moto due caldaie e successivamente anche le altre due, riportando gradualmente la velocità massima  della corazzata a 27 nodi. Ciononostante l’ammiraglio Campioni era ormai convinto che, pur continuando a combattere con le forze riunite “l’obiettivo di poter avere libera la rotta per Taranto non era più assolutamente raggiungibile”.

           Pertanto, non conoscendo quali sarebbero state le condizioni di velocità della Cesare rispetto alle altre navi della formazione che marciavano a 25 nodi, ed anche per non venire premuto dal nemico contro le coste della Calabria se avesse continuato a dirigere a nord, ritenne di dover proseguire sulla rotta di disimpegno, e alle 16.30 lo segnalò a Supermarina trasmettendo: “Ripiego su Stretto alt Urge inviare Armera [Squadra Aerea] su nemico che ho di poppa”.

           L’ammiraglio Cunningham che, dopo aver sparato con la Warspite diciassette salve da 381 mm, alle 16.04 aveva ordinato di cessare il fuoco, non fece nessun tentativo per ristabilire il contatto, temendo che dietro la cortina di fumo eretta dalle navi italiane, che si estendeva per nascondersi lungo tutto il settore occidentale dell’orizzonte, fosse stata predisposta una concentrazione di sommergibili; notizia che aveva ricevuto dai suoi crittografi, decifrando messaggi trasmessi dagli italiani.[40]

           Da quel momento e fino alle 16.40 la Warspite sparò alle 16.00 con i grossi calibri a grande distanza (24.600 yard) contro un incrociatore che, apparso di prora alle corazzate britanniche scomparve dietro una cortina di nebbia, e alle 16.39 sparò cinque salve con i medio calibri (152 mm) contro alcuni cacciatorpediniere che alla distanza di 15.000 yard stavano manovrando, uscendo e rientrando nella cortina di nebbia, dopo aver lanciato i siluri dalla distanza di 8.000 metri. Erano il Freccia e il Saetta che, come vedremo, secondo i loro comandanti, lanciarono i siluri dalla distanza di 8.500 metri. Anche la Malaya, alle 16.39, sparò contro i cacciatorpediniere italiani con i cannoni da 152 mm, ma soltanto una salva.

           L’azione silurante dei cacciatorpediniere italiani avvenne nel seguente ordine Alle 16.06 attaccarono le quattro unità della la 9a Squadriglia (Alfieri, Oriani, Carducci, Gioberti), che trovandosi, con rotta nord, a circa 1 miglio a nord-nordest dell’incrociatore Bolzano, ricevuto alle 16.05 l’ordine d’attacco, in verità molto vago, si diressero verso gli incrociatori britannici. Quindi effettuarono il lancio di cinque siluri, dall’eccessiva distanza di 13.500 metri, per poi iniziare a far fumo ripiegando verso ovest-nordovest per ricongiungersi agli incrociatori dell’8a Divisione. Fu nel corso di quest’azione che l’Alfieri fu colpito di striscio all’estrema prora, senza conseguenze, da un colpo da 152 mm dell’incrociatore Orion, mentre alle 16.07 il cacciatorpediniere australiano Stuart fu fatto segno a tre salve d’artiglieria dei cacciatorpediniere italiani, ma non riportò alcun danno. Da parte britannica, alle 16.10 furono visti arrivare tre siluri, lanciati da grande distanza contro le unità della 14a Flottiglia.

           Alle 16.18 fu la volta ad attaccare delle due unità della 7a Squadriglia, il Freccia e il Saetta che, trovandosi a sinistra della 5a Divisione, quando fu loro dato l’ordine di far fumo avevano subito iniziato a stendere la cortina per coprire le corazzate, per poi, trovarsi, con rotta nord-est, in ottima posizione per portarsi al lancio. Pertanto, i due cacciatorpediniere partirono all’attacco contro il gruppo di testa nemico costituito dagli incrociatori dell’ammiraglio Tovey, due dei quali avvistati e ritenuti del tipo “Neptune” e “Sydney”. Erano infatti il Neptune e il Sydney che nell’ordine erano in testa alla linea d’incrociatori della 7a Divisione del vice ammiraglio Tovey.

Poiché il tiro di quelle navi era diretto contro le unità del gruppo “Pola” e contro i cacciatorpediniere della 9a Squadriglia, e nessun colpo cadde nei pressi del Freccia (capitano di fregata Amleto Baldo) e del Saetta (capitano di corvetta Carlo Unger di Lowemberg), essi aprirono indisturbati il tiro dei loro cannoni da 120 mm alla distanza di 15.000 metri e lo proseguirono avanzando fino alle 16.18, quando effettuarono il lancio dei siluri da una distanza di 8.500 metri. I siluri non raggiunsero gli obiettivi prescelti, sebbene il comandante del Saetta,  riportasse di aver osservato una colonna d’acqua sul fianco del secondo incrociatore e di averlo colpito. Presumibilmente, doveva trattarsi di qualche proiettile scoppiato vicino a quell’unità britannica.

           Durante la fase di disimpegno, allontanandosi dal nemico le due siluranti furono prese sotto un tiro violento da parte di quattro cacciatorpediniere del tipo “Tribal”, ossia da quelli della 14a Flottiglia guidati dal Nubian, avvistati verso sud-ovest. In realtà l’attacco era stato portato contro i cacciatorpediniere della 10a Flottiglia, che alle 16.19 aprirono il fuoco alla distanza di 12.600 yard, e alla prima salva il capitano di corvetta Waller, comandante dello Stuart, ritenne di aver colpito un cacciatorpediniere.

           I due cacciatorpediniere della 14a Squadriglia, Vivaldi (capitano di vascello Giovanni Galati) e Pancaldo (capitano di fregata Luigi Merini), che si trovavano sul lato sinistro degli incrociatori della 4a Divisione Da Barbiano e Di Giussano, passando di poppa alla Cesare non portarono a termine l’attacco iniziato alle 16.28 perché, arrivati a una distanza di 18.000 dalle navi nemiche, i loro comandanti ritennero che le unità nemiche su cui dirigevano avessero accostato in fuori, rendendo problematico l’attacco.

           Alle 16.20 attaccarono le quattro unità dell’11a Squadriglia (Artigliere, Camicia Nera, Aviere, Geniere), che per portarsi dal lato del nemico furono obbligate ad attraversare la formazione degli incrociatori pesanti del Gruppo “Pola”, passando tra il Gorizia e il Fiume con rotta 105°. Oltrepassati i due incrociatori, l’Artigliere (capitano di vascello Carlo Margottini) diresse per nordest e portò all’attacco le altre tre unità della sua squadriglia coprendole con cortina fumogena e comunicando loro per radiofonia i dati di lancio. L’obiettivo sembrò costituito da tre unità, due incrociatori e una corazzata del tipo “Barham” In realtà era la Warspite che, come abbiamo detto, alle 06.40 sparò con i cannoni da 381 dalla distanza di 24.600 yard contro un incrociatore e cinque salve con i 152 mm contro i cacciatorpediniere, che entrava e uscivano da una cortina di fumo. Fu ritenuto che i cacciatorpediniere italiani avessero lanciato i siluri, per poi subito dopo allontanarsi coprendosi con cortine di fumo. Data l’eccessiva distanza di lancio di 13.800 metri, non c’è da meravigliarsi se i dieci siluri lanciati dalle unità dell’11a Squadriglia (sette contro la corazzata e tre contro un incrociatore) fallirono il bersaglio. 

          Alle 16.22, partendo da una posizione leggermente più arretrata dalla unità della 11a Squadriglia e passando di poppa al Pola, che continuava ad essere l’ultima unità della linea dei grandi incrociatori della 2a Squadra, attaccarono i quattro cacciatorpediniere della 12a Squadriglia, Lanciere, Carabiniere, Corazziere e Ascari. Essi diressero contro le corazzate britanniche, in un’atmosfera confusa per la nebbia e il fumo, stesi dai cacciatorpediniere dell’11a Squadriglia che li procedevano, rendendo difficile i riconoscimenti delle navi nemiche, che apparivano e scomparivano in quell’atmosfera fosca. Eseguito il lancio di quattro siluri, tre dal Corazziere (capitano di fregata Carlo Avegno) e uno dall’Ascari (capitano di fregata Sabato Bottiglieri), la squadriglia invertì la rotta sul lato sinistro e diresse per sud-ovest.

           Su questa rotta il Lanciere (capitano di vascello Carmine D’Arienzo) avvistò verso nord due incrociatori nemici, e alle 16.45 realizzò contro di essi un nuovo lancio di due siluri in ritirata. In realtà si trattava dei cacciatorpediniere della 14a Flottiglia, dei quali il Nubian (capitano di corvetta Richard William Rawenhill) manovrò per evitare due siluri visti passare di poppa. Successivamente per due minuti ad iniziare dalle 16.47, l’Hyperion (capitano di corvetta Hugh St. Lawrence Nicolson) e il Nubian spararono contro un cacciatorpediniere, probabilmente il Lanciere (capitano di vascello Carmine d’Arienzo) o un’altra unità della sua 12a squadriglia.

           Dopo quest’ultimo attacco inconcludente, con i cacciatorpediniere italiani della 2a Squadra (Squadriglie 9a, 11a e 12a) che avevano lanciato un totale di ventuno siluri e sparato 437 proiettili da 120 mm senza mettere colpi a segno, nell’atmosfera fumosa della battaglia che influì sull’efficienza del tiro, le forze navali britanniche e italiane si persero di vista, e da questo momento ebbe termine il breve combattimento di Punta Stilo.[41]

           In definitiva, com’è riportato nel citato Cronistoria (molto più dettagliato  preciso e reale rispetto al libro dei signori Cernuschi e Tirondola Quando tuonano i grossi calibri), in linea di massima gli attacchi dei cacciatorpediniere italiani ebbero “uno svolgimento alquanto caotico ed incerto, tanto che alcuni non eseguirono neppure il lancio ed altri si limitarono a lanciare uno o due siluri. Era “inoltre da rilevare che sia la Squadriglia ARTIGLIERE che quella del LANCIERE all’ordine d’attacco furono obbligate a chiedere al Comando 2a Squadra di indicare la posizione del nemico in quanto non lo vedevano”.[42]

           Secondo i rapporti britannici, i cacciatorpediniere italiani non spinsero a fondo le loro azioni, lanciando i loro siluri da notevole distanza, sotto il contrattacco degli incrociatori della 7a Divisione e delle tre flottiglie di cacciatorpediniere, che manovravano a forte velocità di prora alla Warspite e alle altre due corazzate. Il Nubian schivò due siluri passati di poppa, lanciati, come detto, dalle unità della 12a Squadriglia.[43]

E’ scritto nello Studio dell’Intelligence Division dell’Ammiragliato:[44]

 

            Un certo numero di cacciatorpediniere nemici, dopo essere passato lungo il lato dritto del grosso della flotta italiana, stava tentando in una maniera poco coraggiosa di attaccare con i siluri: Dopo aver lanciato a grande distanza, essi accostarono verso ponente facendo fumo. Data questa prudente tattica seguita dal nemico, le nostre Squadriglie potettero solo saltuariamente impegnare i loro bersagli quando essi apparivano attraverso il fumo.

 

           Alle 16.41, non vedendo più le unità italiane scomparse nel fumo, gli incrociatori della 7a Divisione cessarono il fuoco, e l’azione terminò con l’arrivo di alcune salve sparate da una nave nemica non individuata (probabilmente il cacciatorpediniere Lanciere), mentre le squadriglie dei cacciatorpediniere furono mandate a ricongiungersi con gli incrociatori della 7a Divisione. Pertanto, è scritto nello Studio dell’Ammiragliato:[45]

 

           La principale caratteristica di questa sconnessa azione fu l’unanime decisione del nemico di evitare il contatto ravvicinato e in questo caso, esso ebbe un evidente successo.

 

           Ha scritto l’ammiraglio Campioni nella sua terza Relazione:[46]

 

           Eseguita rapidamente l’inversione della direttrice di marcia era mio intendimento di ricostruire sulla nuova rotta, le Divisione Dipendenti in opportuna formazione per combattere in ritirata, alla velocità che sarebbe stato possibile mantenere al CESARE, ma contrariamente all’aspettativa la squadra avversaria non imitò il nostro movimento, ed anzi ebbi notizia verso le 16.20 che anch’essa aveva preso rotta di allontanamento.

 

          Quando poi fu informato che la Cesare era nuovamente in grado di sviluppare la sua velocità massima, Campioni decise che non era il caso di riprendere la formazione di combattimento e quindi il contatto con il grosso nemico, “per la  sua ormai ben constatata superiorità” di tre corazzate del tipo “Barham”.

           Inoltre, alle 16.12 gli incrociatori della 3a Divisione, Trento e Bolzano, erano stati fatti segno a un secondo attacco da parte di nove aerosiluranti Swordfish dell’824° Squadron (capitano di corvetta A. J. Debenham) della portaerei Eagle, ripartiti in tre pattuglie di altrettanti velivoli. Al decollo dall’Eagle, avvenuto poco prima che la Warspite arrivasse al fuoco, i piloti avevano ricevuto l’ordine di attaccare le corazzate italiane, ma non avendole avvistate spostarono la loro attenzione sui due incrociatori pesanti, inizialmente ritenuti per navi da battaglia. Nonostante fossero inquadrati da intenso fuoco contraereo, gli Swordfish attaccarono con decisione, sganciando i loro siluri tra i 1.000 e i 1.500 metri di distanza dalla formazione navale. Uno di essi, dopo il lancio proseguì la manovra d’attacco defilando lungo il lato sinistro del Bolzano e mitragliando l’equipaggio a volo radente. L’attacco, non ebbe successo, ma gli equipaggi britannici rientrarono sull’Eagle senza danni ma convinti di aver colpito un incrociatore, e da parte britannica vi fu anche l’impressione che tra i gruppi navali italiani vi fosse molta confusione.

           Da parte italiana, la difesa contraerea si accreditò l’abbattimento di due velivoli e probabilmente di un terzo. Fu ritenuto che lo scopo di quest’attacco di aerosiluranti fosse stato quello di scompaginare la propria formazione navale nel momento culminante del combattimento, ossia quando tutte le unità, spiegate in battaglia, erano impegnate con le unità britanniche e inquadrate dalle salve delle loro artiglierie.

           L’ultima informazione che arrivo all’ammiraglio Cunningham sulla ritirata della flotta italiana, fu trasmessa dall’aereo della Warspite alle 19.05, con le navi nemiche che si trovavano in lat. 37°54’N, long. 16°21’E, a 10 miglia da Capo Spartivento, con rotta 230° e alla velocità di 18 nodi. In precedenza, prima di prendere la rotta sud, la Warspite, che 16.52 si trovava a 45 miglia dalle coste di Punta Stilo, continuando la navigazione con rotta ovest si spinse fino a 25 miglia dalle coste della Calabria.[47]

          Sulla manovra di disimpegno della flotta italiana e sul mancato inseguimento di quella britannica, entrando nella cortina di nebbia del nemico, l’ammiraglio Cunningham ha scritto:[48]

 

          Un aereo della “Warspite”, lanciato nel corso dell’azione, rimase sopra la nave ammiraglia nemica e ci tenne informati di ciò che stava succedendo. L’osservatore inviò non pochi divertenti segnali, fra i quali: che la flotta nemica si trovava in grande disordine, che tutte le unità se la svignavano ad alta velocità verso ovest e sud-ovest verso lo Stretto di Messina e Augusta. Non prima delle 18, egli aggiunse, gli italiani si erano rimessi in ordine, e nel frattempo furono attaccati dai loro stessi aerei.

In ogni modo, per tornare indietro verso le 16.40, non avevo l’intenzione di infilarmi tra le cortine di nebbia del nemico. Risolvemmo di andare sopravento e a nord delle cortine. Alcuni nostri cacciatorpediniere furono in franchia di esse per le 17, ma l’avversario non era in vista.

 

           In realtà la prudenza di Cunningham derivava dal fatto che i suoi crittografi avevano decifrato diversi segnali trasmessi dalle navi italiane, indicanti che era stato loro dato ordine di ritirarsi a 20 nodi, e ai cacciatorpediniere di far fumo e attaccare con siluri. Nei segnali si parlava anche di attirare la flotta britannica in un agguato di sommergibili, che in realtà erano stati disposti molto più a sud, a ovest sud-ovest di Capo Passero, all’estremità meridionale della Sicilia. Ma Cunningham, non avendo ricevuto informazioni al riguardo, non poteva saperlo.[49]

           Sempre sulla cortina di nebbia delle navi italiane e sull’insoddisfacente risultato della battaglia, Cunningham precisò nella sua Relazione del 29 gennaio 1941 (M.06359/41) inviata all’Ammiragliato britannico.[50]

 

           L’impiego tattico delle cortine di fumo da parte del nemico risultò impressionante, specialmente quelle emesse dai suoi cacciatorpediniere, che risultarono molto efficienti nel coprire completamente la veloce ritirata della flotta nemica. Con il suo eccesso di velocità di almeno 5 nodi vi era poca speranza di poterla impegnare ancora una volta dopo che aveva deciso di interrompere l’azione. … Gli scarsi risultati conseguiti durante questo breve incontro con la flotta italiana, furono naturalmente molto insoddisfacenti per tutto il personale posto ai miei ordini … L’azione ha mostrato a quelli che non hanno ancora un’esperienza di guerra, quanto sia difficile colpire a grande distanza con il cannone e, di conseguenza, la necessità di raccorciarle, quando questo può essere fatto, allo scopo di conseguire risultati decisivi.

 

           Cunningham arrivò quindi alla conclusione:

 

           Il colpo della WARSPITE che investì una nave da battaglia nemica a 26.000 yards di distanza può forse essere ritenuto fortunato; dato, però, che il suo effetto tattico fu quello di indurre il nemico ad accostare in fuori e ad interrompere l’azione. per questo motivo, può anche essere considerato come colpo disgraziato, ma, strategicamente, è probabile che questo colpo ebbe un importante successo. 

 

           Il Comandante in Capo della Mediterranean Fleet, inoltre, elogiò ol comportamento del vice ammiraglio Tovey, scrivendo:

 

           I nostri Incrociatori, dei quali quattro soli furono impegnati nell’azione, erano sensibilmente inferiori in numero e, in certi momenti, essi si trovarono sotto un fuoco molto pesante: furono superbamente manovrati dal Vice Ammiraglio J.C. Tovey, C.B., D.S.O, il quale, mediante la sua abile manovra, riuscì a mantenere una posizione prodiera, tenendo testa alle Divisioni degli incrociatori nemici e, nello stesso tempo danni alla sua forza: nelle prime fasi dell’azione la WARSPITE riuscì ad appoggiare il suo tiro.

 

           A questo punto é’ interessante riportare quanto é scritto nella Relazione del 17 agosto 1940 dall’ammiraglio Campioni, all’argomento Servizio Artiglieria durante il Contatto balistico:[51]

 

           L’eccezionale chiarezza dell’atmosfera, il vantaggio di avere il sole alle spalle e il vento diretto circa verso il nemico, permisero di aprire il fuoco sulle unità avversarie alle massime distanze, consentite dagli impianti (320 – 27.000 = 203 – 26.000 = 152 – 21.000).

           Per quanto il contatto balistico sia stato di breve durata le unità nemiche sono state rapidamente centrate.

           E’ quindi confermato che in tali favorevoli condizioni il tiro può essere iniziato alle massime distanze con probabilità di ottenere un colpo fortunato che può anche determinare un indirizzo deciso nello svolgimento dell’azione.

           Nelle predette condizioni il tiro come ritmo, anche alle massime distanze, non deve essere diverso da quello massimo ottenibile, come da taluno si sostiene.

           E’ logico che per ottenere risultati conclusivi si debba scendere a distanze minori, ma non conviene serrarle se prima tutti i reparti non sono già impegnati.

           Il comportamento del materiale e del munizionamento è stato di massima soddisfacente e non si sono avuti praticamente inconvenienti degni di nota.

           Il tiro nemico nella generalità dei casi era ben eseguito.

           In particolare quello di grosso calibro, che ha inquadrato la CESARE alla quinta salva.

           Sulla nave sparavano due unità con salve molto raccolte. Esse cadevano alternativamente verso prora e verso poppa producendo alte colonne d’acqua.

           Anche il tiro dei medi calibri degli incrociatori era ben eseguito, ma in minore misura di quello delle navi da battaglia. E’ però da notare che le distanze di tiro sono state assai forti e uno degli incrociatori nemici [Orion] riuscì in pochi minuti a centrare il tiro sul BOLZANO.

           Meno preciso è apparso quello dei CC.TT. i quali hanno avuto solo qualche rapido contatto con le nostre siluranti.

 

           Considerando il solo tiro delle corazzate, la Cesare sparò sessantaquattro proiettili da 320 mm e la Cavour trentuno, mentre la Warspite sparò sessanta proiettili da 381 mm e la Malaya diciassette.

 

***

 

         Come detto l’ammiraglio Cunningham non fece nessun tentativo per ristabilire il contatto, temendo che dietro la cortina di fumo stesa dalle navi italiane fosse stata predisposta una concentrazione di sommergibili. Nel frattempo, per il fallimento delle ricognizioni, la Regia Aeronautica non aveva potuto dare lo sperato appoggio alla flotta prima del combattimento navale, e quando nel pomeriggio avanzato cominciò a intervenire trovò nella zona dello scontro una situazione assai confusa.[52]

         Le navi italiane, che erano state segnalate alla partenza delle prime formazioni offensive con rotta verso nord, avevano invertito la direttrice di marcia e si ritiravano in direzione dello Stretto di Messina. Le navi inglesi, che inizialmente si trovavano a settentrione di quelle italiane, le fronteggiavano da levante. Inoltre la visibilità, resa cattiva dalle cortine di fumo, determinò errori di riconoscimento degli obiettivi, per cui su 131 bombardieri in quota inviati ad attaccare le navi inglesi, una cinquantina sganciarono le bombe su quelle italiane, fortunatamente senza colpirle.

         Purtroppo, a conferma della scarsa efficacia degli attacchi in quota, anche le bombe (da 100, 250 e 500 chili) sganciate contro le navi britanniche fallirono tutte il bersaglio. Ritiratasi la flotta italiana verso lo Stretto di Messina, e rimasta la Mediterranean Fleet padrona della zona di battaglia, l’ammiraglio Cunningham, con in vista chiaramente le coste e le montagna della Calabria, riprese la rotta per raggiungere le acque di Malta per prelevarvi i sette piroscafi dei due convoglio salpati dalla Valletta e diretti ad Alessandria.

                Le navi mercantili dei convogli trasportavano il personale considerato superfluo per la difesa di Malta e parecchi civili, in particolare mogli e figli di militari, evacuati da Malta, la cui situazione difensiva, resa allarmante dagli attacchi degli aerei italiani della Sicilia, sollevava preoccupazioni nel Comandi britannici. I programmi di Cunningham non prevedevano alcuna azione di bombardamento contro i porti italiani, ma soltanto un attacco con aerosiluranti contro la base di Augusta. Attacco che la portaerei Eagle realizzo nella notte sul 10 luglio con una formazione di nove aerosiluranti Swordfish, dei quali soltanto tre trovarono l’obiettivo da attaccare. Essi affondarono in porto il cacciatorpediniere Pancaldo (capitano di fregata Luigi Merini), unità della 2a Squadra dell’ammiraglio Paladini, che dopo il rientro dalla battaglia era salpata su allarmante intercettazione e decrittazione del Servizio Informazioni Marina preannunciante l’attacco aereo britannico. Se le navi italiane fossero restate in porto sarebbero state favorevolmente attaccate anche dagli altri sei Swordfish, e con molto probabilità le perdite sarebbero state preoccupanti. Si trattò pertanto di un grosso successo della 5a  Sezione crittografica di Maristat.[53]

         Dopo di che la Mediterranean Fleet al completo, essendo rientrati ai loro posti di scorta i cacciatorpediniere che erano stati mandati a rifornirsi alla Valletta, riprese la rotta del ritorno, affrontando una navigazione che fu alquanto tormentata per una serie di attacchi cui la sottoposero i bombardieri italiani dell’Aeronautica della Libia e dell’Egeo nelle giornate dell’11, 12 e 13 luglio, senza però riportare avarie alle navi, se non per qualche colpo vicino.

         Di fronte ai cinque colpi in pieno messi a segno dalle navi britanniche sulle navi italiane (uno sulla Cesare, tre sul Bolzano e uno dall’Alfieri) , ì danni riportati dalle navi britanniche nel corso dell’operazione M.A. 5 furono insignificanti, dovuti soltanto a schegge. Questo fatto è ancora oggi fonte di polemica strumentale da parte di coloro che, scrivendo su pubblicazioni specializzate di carattere militare (Rivista Marittima, Storia Militare e purtroppo anche in un libro dell’Ufficio Storico della Marina Militare)[54] non accettano la realtà dei fatti.

         Dalla vastissima documentazione dell’Ammiragliato (Londra), fatta pervenire nel dopoguerra all’Ufficio Storico della Marina Militare, e dall’imponente carteggio del National Archives di Londra, risulta che l’8 luglio la corazzata Warspite fu danneggiata da una bomba di aereo caduta vicino allo scafo, e lo stesso accadde per la Malaya, mentre danni più considerevole, per colpo in pieno, riportò l’incrociatore Gloucester. Un’altra bomba cadde nuovamente vicina alla Warspite il 12 luglio, aumentandone le leggere avarie.

         Quindi, poiché il 9 luglio nessun danno fu inferto alle navi britanniche dalle navi e dagli aerei italiani, occorre sfatare la favola di colpi vicini che nel combattimento balistico di Punta Stilo avrebbero danneggiato, oltre alla Warspite, anche l’incrociatore Neptune, sul quale era scoppiato un incendio. Questo fu però determinato, secondo la suddetta documentazione britannica, dalla benzina dell’aereo da ricognizione Walrus dell’incrociatore che si trovava sulla catapulta, e che aveva preso fuoco durante la partenza delle salve d’artiglieria del Neptume. Incendiò che fu subito domato e non procurò all’incrociatore danni strutturali.

         La battaglia di Punta Stilo, denunciando in modo allarmante un’inaspettata carenza operativa nella collaborazione aeronavale italiana, rappresentò per la Regia Marina il primo duro impatto con la Royal Navy. L'episodio fece comprendere che le regie navi non erano ancora pronte ad affrontare quelle nemiche in una battaglia di grosse dimensioni e dagli esiti, se non decisivi, strategicamente condizionanti. Ciò rese ancora più cauti Supermarina e il Comando Supremo nella pianificazione delle operazioni offensive, anche quelle che apparivano di natura favorevole, e nello stesso tempo, per diminuire il divario tecnico-tattico nei confronti del nemico, fu data attuazione ad un intenso programma di esercitazioni di manovra e di tiro.

         Tuttavia la passività imposta alla flotta italiana dopo Punta Stilo finì per rendere più aggressiva la Royal Navy. Il disastro di Taranto (11 novembre 1940), con il siluramento delle corazzate Littorio, Duilio e Cavour (non rientrata in servizio), il rinunciatario combattimento di Capo Teulada (27 novembre 1940), con le navi italiane impegnate da quelle britanniche mentre si ritiravano verso il Tirreno, cui si aggiunsero (il 9 febbraio 1941) il mancato incontro con la Forza H di Gibilterra che aveva bombardato Genova, e (il 28 marzo 1941) la dura sconfitta di Capo Matapan, con l’affondamento degli incrociatori Zara, Fiume, Pola e dei cacciatorpediniere Alfieri e Carducci, confermando le gravi carenze d’addestramento e organizzative della Regia Marina, portarono a fissare norme d'impiego bellico ancora più restrittive.   Norme che, imponendo alla flotta di evitare il combattimento, in presenza di navi portaerei e navi da battaglia del nemico, non le permisero, in particolare per la prudente condotta tattico-strategica di Supermarina, di ricercare o realizzare un'altra azione balistica contro formazioni navali britanniche che comprendessero corazzate.            

          Pertanto Punta Stilo rappresenta nella storia l'unico scontro combattuto tra navi da battaglia italiane e inglesi, del quale, purtroppo, la Marina italiana non può oggi vantare il successo che all’epoca gli era stato accreditato dalla propaganda orchestrata nei Bollettini di Guerra del Comado Supremo e mediante gli ampi servizi diramati dalla stampa e dalla radio nazionale, e neppure sostenere, come taluni sono propensi ancora a credere, di aver sostenuto il 9 luglio 1940 un combattimento finito ai punti, e anzi, come si afferma nel primo capitolo del libro Quando tuonano i grossi calibri, si svolse da parte italiana “Una battaglia da manuale”.  

         Sugli esiti strategici della battaglia, valutati nel dopoguerra da parte britannica, mi riferisco a quanto ha scritto il capitano di vascello Stephen Roskill, nel volume primo della sua famosa collana The War at Sea, tradotto ad uso interno dall’Ufficio Storico della Marina Militare:

 

         Benché il non aver potuto impegnare il nemico a battaglia fosse una delusione, il breve incontro fu interessante perché palesò la ripugnanza della flotta italiana a cimentarsi colla flotta inglese e a combatterla e chiarì la tattica probabile a cui il comando italiano si sarebbe attenuto, avvenuto il contatto fra le forze di superficie. Ma se questa azione recò al nemico poco danno, essa concorse probabilmente a stabilire quell’ascendente sulle forze italiane di superficie, che doveva essere una caratteristica così saliente nella campagna navale nel Mediterraneo e doveva ridurre la flotta italiana teoricamente possente alla virtuale impotenza.

 

         Sebbene queste parole siano molto dure, non possiamo ignorare che lo svolgimento della politica di guerra navale dei maggiori Capi Militari italiani, a cominciare da quelli del Comando Supremo che condividevano la cautela di Supermarina, fu proprio quella di aver realizzato una condotta di estrema prudenza nell’impiego della flotta. Ne conseguì il risultato di non aver saputo sfruttare le favorevoli situazioni che si presentarono nel corso della guerra, anche quando la relatività delle forze in campo era nettamente a vantaggio della Regia Marina.


Francesco Mattesini

 

 


                [1] Archivio Ufficio Storico Marina Militare (d’ora in poi AUSMM), fondo Direttive Navali; Archivio Stato Maggiore Aeronautica Ufficio Storico (d’ora in poi ASMAUS), P.R.12 – Piano di Radunata n. 12, Edizione 1° Aprile 1940, Documento n. 4, Concorso dell’Armata Aerea alle operazioni della Regia Marina. Questi documenti, e altri, sono riportati da Francesco Mattesini nelle collane Le Direttive tecnico operative di Superaereo (SMAUS), Volume I, e Corrispondenza e Direttive tecnico operative di Supermarina (AUSMM), Volume I.

                [2] Francesco Mattesini, Le Direttive tecnico operative di Supermarina, Volume I,  Documento n. 67, USMM, Roma, 2000.

                [3]Ibidem, Documento n. 68.

                [4] Ibidem, Documento n. 71.

                [5] SMEUS, Diario Storico del Comando Supremo, Tomo I, Diario, Roma 1986, p. 112;  Stato Maggiore Esercito Ufficio Storico (SMEUS), Verbali delle Riunioni del Capo di S,M. Generale, Volume I,  Roma, 1983, p. 70.

                [6] Archivio Stato Maggiore Aeronautica Ufficio Storico (da ora in poi ASMAUS), GAM 18/291. Francesco Mattesini, La battaglia di Punta Stilo, USMM, 2a Edizione, Roma 1990, Allegato n. 7, p. 151.

            [7] La corazzata Warspite, della classe “Barham” era stata rimodernata nel 1937. La portata massima dei suoi otto cannoni da 381 mm era di 32.000 yard (29.260 metri), mentre per i vecchi cannoni da 381 mm delle corazzate Malaya e Royal Sovereign la distanza massima di tiro era di 23.400 yard (21.400 metri). La velocità massima della Warspite e della Malaya (classe “Warspite”)  raggiungevano rispettivamente 24 e 23 nodi; la velocità della Royal Sovereign appena 20 nodi. Questo era un grave svantaggio poiché le corazzate italiane Cesare e Cavour, rimodernate tra il 1933 e il 1937, avevano una velocità massima di 27 nodi. Ciò significava che all’occorrenza potevano accettare un combattimento balistico favorevole, oppure evitarlo o sganciarsi, allontanandosi senza poter essere raggiunte. Pertanto, come vedremo, nella Battaglia di Punta Stilo, dovendo affrontare due corazzate italiane dall’armamento meno potente ma più veloci, la Warspite inizialmente fu impiegata come incrociatore da battaglia, mantenendo una posizione avanzata rispetto alle altre due corazzate.

                [8] National Archives, Report of the action to Italian Fleet, 9 July 1940, trasmesso all’Ammiragliato britannico dall’ammiraglio Cunningham.

 

                [9] AUSMM, Supermarina Cifra in Partenza, volume n. 2.

                [10] AUSMM, Supermarina Avvisi, volume n. 2.

[11] Se vi fossero state fin dal 4 luglio le informazioni dell’ordine di operazione britannico dell’operazione M.A.5 riferite dal comandante Mario De Monte (all’epoca tenente di vascello del Servizio Informazioni della Regia Marina) nel suo  libro Uomini Ombra, Ricordi di un addetto al Servizio Navale Segreto, compilato nel dopoguerra con molta fantasia e senza riferimenti a documenti, tali informazioni sarebbero state inviate con urgenza all’ammiraglio Campioni. Ed egli avrebbe quindi saputo, prima ancora della partenza delle sue navi dalle basi, qual’era lo scopo dell’operazione nemica con gli orari e le coordinate di spostamento; informazioni che sarebbero state particolarmente utili anche nell’opera di contrasto italiano, in particolare per il concentramento dei sommergibili fin dal giorno 6 luglio lungo la rotta della flotta britannica e per coordinare gli attacchi dell’Aeronautica. Tutti i documenti riguardanti le decrittazioni sono riportate, fotocopiate dall’originale,  nel  nostro  libro La battaglia di Punta Stilo, con le fonti di compilazione italiane e tedesche (Intercettazioni Estere di Maristat registro n. 8), ed i nostri detrattori, che continuano a parlare di fatti inesistenti, evidentemente non le hanno lette, oppure, per partito preso, ignorate. E’ questo il caso del giornalista Pietro Baroni, già della RAI, che scrivendo al Capo dell’Ufficio Storico della Marina (lettera dell’11 aprile 2008), avendo a suo tempo intervistato De Monte e mostrandosi pieno di livore nei nostri riguardi, si è permesso di dire: “Non è la prima volta Ammiraglio, che l’Ufficio Storico incorre in errori”. Naturalmente questa lettera dagli elementi sgradevoli finì sul tavolo del Sottocapo di Stato Maggiore della Marina, e noi dovemmo rispondere in modo esaustivo e convincente. Pietro Baroni è anche autore del libro 8 Settembre 1943: il Tradimento (2005), in cui tra l’altro, per il motivo delle decrittazioni, descrive in modo distorto anche l’episodio di Punta Stilo.

                [12] National Archives, Report of the action to Italian Fleet, 9 July 1940.

                [13] AUSMM, Intercettazioni Estere, volume n. 7, copia n. 1012.

                [14] AUSMM, Rapporto n. 1/277 del Comando in Capo 1a Squadra.

                [15] Ibidem.

                [16] Ordine operativo di Superaereo, diramato alle Grandi Unità Aeree alle ore 21.45 dell'8 luglio 1940: "B-15611 SUPERAEREO PUNTO. ORDINE OPERAZIONE... DOMANI NOVE LUGLIO DALL'ALBA TUTTE UNITA' BOMBARDAMENTO DIPENDENTI SIANO TENUTE PRONTE PER IMMEDIATO INTERVENTO CONTRO IMPORTANTI FORZE NAVALI. IMPIEGO BOMBE DA 250 ET POSSIBILMENTE DA 500. QUOTE DI LANCIO FRA 2500 E 3000 METRI. PREFERIRE ATTACCO NAVI BATTAGLIA ET PORTAEREI. PREDISPONGASI SUCCESSIONE CONTINUA REPARTI SU BERSAGLI CONVENIENTEMENTE RIPARTITI. INTERVENTO AVVENGA SU RICHIESTA DIRETTA COMANDI MARINA AUT SU ORDINE QUESTO SUPERAEREO. CACCIA IN CROCIERA VIGILANZA SU PRINCIPALI CITTA' ET BASI AEREE. COMBATTIMENTO NAVALE PREVISTO EST MASSIMA IMPORTANZA: AERONAUTICA DEVE ASSOLUTAMENTE DIMOSTRARE SUA POTENZA SUE POSSIBILITA SUO SPIRITO SACRIFICIO. GENERALE PRICOLO.

                [17] AUSMM, Supermarina Avvisi, n.  537.

                [18] AUSMM, Supermarina Cifra in  partenza, volume 2.

                [19] Da parte della 2a squadra vi furono problemi per il rifornimento dei cacciatorpediniere. L’ammiraglio Paladini, che aveva ordinato alla 3a e 7a Divisione di raggiungere Messina e Palermo, mentre lui con il  Pola con la 1a Divisione dirigeva per Augusta, ricevette, con telegramma n. 75943, l’ordine di portarsi al punto di riunione con la 1a Squadra, fissato per le ore 14.00 del 9 luglio in lat. 37°40’N, long. 17°20’E. Pertanto dovette rinunciare al rifornimento della tre squadriglie di cacciatorpediniere, 9a , 11a e 12a, ritenendo che altrimenti sarebbe stato impossibile che esse rientrassero in tempo per raggiungere il punto di appuntamento fissato. Infatti, due delle squadriglie, 9a e 12a, erano già in navigazione per andare al rifornimento, e invertendo la rotta rientrarono con ritardo.  Per diminuire il consumo di combustibile il Comandante della 2a Squadra dovette ridurre la velocità delle navi a 16 nodi. Nello stesso tempo ordinò alla 3a e 7a Divisione, entrambe in navigazione verso lo Stretto di Messina, di raggiungerlo nel punto dell’appuntamento con la 1a Squadra, disponendo però che i cacciatorpediniere della 7a Divisione (13a Squadriglia)  andassero a rifornirsi ad Augusta per poi rientrare non più tardi delle ore 16.00 del 9 luglio. La 3a Divisione si riunì al Gruppo “Pola” alle 06.40 del 9 luglio, e da quel momento dirigendo verso nord alla velocità di 16 nodi, allo scopo di risparmiare ai cacciatorpediniere il consumo della nafta per non farli restare con un’autonomia assai ridotta in quella giornata, la formazione procedette con la 12a Squadriglia in posizione prodiera, seguita in linea di fila dal Pola – 1a Divisione – 3a Divisione, e con le squadriglie 9a  e 11a  rispettivamente di scorta laterale sinistra e dritta agli incrociatori.

[20] La 5a Divisione era scortata da quattro cacciatorpediniere della 7a Squadriglia, ma di essi, il Dardo e lo Strale, per sopraggiunte  avarie alle caldaie  il mattino del 9 luglio ebbero il permesso di rientrare a Taranto.  Restarono pertanto con le corazzate il capo squadriglia Freccia (capitano di fregata Amleto Baldo) e il Saetta. 

                [21] AUSMM,  Azione navale dei giorni 6-7-8-9 Luglio 1940 – Cronistoria.

                [22] Andrew Browne Cunningham, L’Odissea di un Marinaio,  p. 82.

[23] AUSMM, Azione di Punta Stilo, Studio dell’Intelligence Division, Naval Staff, Admiralty e Admiralty, Battle Summary No. 8 - Operation M.A.5 and Action off Calabria, July 1940. Nella relazione dell’ammiraglio Cunningham del 29 gennaio 1941, l’incidente è spiegato con:  “Alle ore 1524, alcune schegge danneggiarono la catapulta e l’aereo del NEPTUNE. L’aereo fu subito dopo gettato in mare poiché perdeva benzina dai serbatoi”.

 

[24] AUSMM, Azione di Punta Stilo, Studio dell’Intelligence Division, Naval Staff, Admiralty e Admiralty, Battle Summary No. 8 - Operation M.A.5 and Action off Calabria, July 1940.

                [25] Enrico Cernuschi e Andrea Tirondola, a pagina n. 147 del loro libro Quando tuonano i grossi calibri (USMM), riguardo al combattimento degli incrociatori italiani della 4a Divisione (Gruppo “Abruzzi”) contro le navi britanniche, peccando di ottimismo, tra le tante inesattezze  hanno scritto:  “Alla quarta salva del DI GIUSSANO (ore 15:27) un proietto da 152 colpì il sempre più sorpreso WARSPITE a sinistra, sul Weather deck, senza perforarlo, davanti all’impianto binato n. 2 da 102 mm, mettendolo fuori uso. Le schegge del proietto causarono, a loro volta, danni minori alle strutture dal Weather deck fino al fumaiolo. La nave da battaglia britannica accostò immediatamente a dritta presentando, come rilevò il DI GIUSSSANO, la propria poppa a sinistra e cessando il fuoco contro l’VIII Divisione. Occorrerebbe che i due autori ci dicessero quale é la fonte di simili esagerate affermazioni, poiché in nessun documento britannico si cita questo danno per la corazzata nave ammiraglia della Mediterranean Fleet, che non fu mai colpita, ne riportò danni per il tiro italiano, durante la battaglia di Punta Stilo. Il cambio di rotta della Warspite fu conseguenza della manovra in circolo che l’unità effettuò per farsi raggiungere dalle corazzate della Forza C, Malaya e Royal Sovereign, e dalle flottiglie dei cacciatorpediniere.

 

                [26] AUSMM,  Azione navale dei giorni 6-7-8-9 Luglio 1940 – Cronistoria.

            [27] Con il personale dell’Istituto Luce fu permesso di poter realizzare un ampio servizio cinematografico e fotografico, mentre al contrario non ne abbiamo alcuno del medesimo tenore, almeno conosciuto, da parte britannica.

                [28] AUSMM,  Azione navale dei giorni 6-7-8-9 Luglio 1940 – Cronistoria.

                [29] A pagina 170 del libro Quando tuonano i grossi calibri (USMM), gli autori Cernuschi e Tirondola, hanno scritto che il velivolo da ricognizione della Warspite non poté collegarsi con la corazzata perché “i nuovi danni subiti dal WARSPITE in quell’occasione consistettero nell’inutilizzazione del complesso da 40 “Pom-Pom M3 di dritta, oltre che della gru elettrica di sinistra da 10 t; perdite umane furono altresì sofferte dagli armamenti dei due complessi quadrupli di mitragliere da 12,7 collocate sulla torre X, il cui personale fu, secondo la relazione britannica [quale ?] “blown over”, ovvero spazzato via, per tacere di danni minori da schegge alle sovrastrutture. Questi punti evidenziano tutti la classica distribuzione semisferica dei cerchi delle schegge di un esplosione verificatasi all’altezza del pennone dell’albero poppiero”. Ma vi é stato qualche ufficiale revisore competente che ha convalidato, in un testo ufficiale, il presunto disastro sulla nave di Cunningham, per un colpo immaginario e assolutamente inesistente. La segnalazione dei danni alla Warspite é una vera elucubrazione!  Anche perché il danno alla corazzata fu causato dalle bombe da 250 chili di aerei italiani cadute vicino alla nave il 12 luglio nella rotta di rientro ad Alessandria.

            [30] Alle 16.00 gli idrovolanti da ricognizione Ro. 43 del Da Barbiano e del Garibaldi segnalarono “Il nemico ha invertito la rotta”. La manovra notata anche dal telemetro (APG) dell’Abruzzi fu erroneamente interpretata come se il nemico si ritirasse in seguito al danneggiamento di qualche grossa nave, contribuendo a far crede ancora oggi, come detto, che ciò fosse dipeso da un colpo messo a segno dalla Cesare sulla Warspite.

            [31] Secondo Enrico Cernuschi, nell’articolo I cannoni di Punta Stilo pubblicato dal periodico Storia Militare (febbraio 2012), poi confermato nel suo recente libro Quando tuonano i grossi calibri  edito dall’Ufficio Storico della Marina Militare, dopo l’apertura del fuoco delle corazzate intervenne anche il Trento, unico incrociatore della 2a Squadra che si trovava leggermente spostato sulla dritta delle altre navi del gruppo “Pola” e che aprì il fuoco contro la Warspite dalla distanza di 26.000 metri e per poi proseguire il tiro a scalare, risultato molto accurato sia in cursore che in gittata, fino alla distanza massima di 28.000 metri. Le salve del Trento, secondo Cernuschi e Andrea Tirondola, coautore del libro dell’Ufficio Storico Marina Militare, avrebbero causato gravi danni alla Warspite obbligandola a cambiare rotta, fatto assolutamente non veritiero. Secondo la relazione dell’ammiraglio Campioni (n. 1/277 del 25 luglio), gli incrociatori pesanti della 2a Squadra aprirono il fuoco alla distanza massima sulle corazzate britanniche, per poi spostare il tiro sugli incrociatori di testa nemici, per controbattere il loro tiro diretto contro le unità della 3a Divisione. Nei rapporti britannici non è contemplato nell’occasione il tiro degli incrociatori contro la Warspite, che forse non se ne accorse, e tanto meno che un colpo del Trento avesse colpito a poppa la corazzata britannica.

            [32] AUSMM,  Azione navale dei giorni 6-7-8-9 Luglio 1940 – Cronistoria.

            [33] AUSMM, Azione di Punta Stilo, Studio dell’Intelligence Division, Naval Staff, Admiralty.

            [34] ASMAUS, Visita all’Arsenale di La Spezia, Relazione per il generale Pricolo del Comandante della 3a Squadra Aerea, generale Aimone Cat, compilata dopo un colloquio con i comandanti della Cesare e del Bolzano, capitani di vascello Varoli Piazza e Catalano Gonzaga.

                [35]La Warspite aveva due catapulte con ciascuna un velivolo, e di essi il secondo Walrus era stato gettato in mare perché danneggiato dalla vampa della prima salva sparata dalla torre prodiera sopraelevata della corazzata. Questa puntualizzazione va fatta per smentire la tesi che la Warspite avesse un solo velivolo, che era stato catapultato, mentre il Walrus danneggiato e gettato in mare si sarebbe trovato, secondo gli autori di Quando tuonano i grossi calibri, su una catapulta della Malaya, rimanendo danneggiato in seguito ad una salva di una corazzata o di un incrociatore italiano. In realtà gli unici danni subiti dalla Malaya erano stati causati alla corazzata il giorno precedente 8 luglio dalle bombe, di un attacco aereo italiano, cadute vicino alla nave da battaglia.

                [36] Nelle altre due edizioni di La battaglia di Punta Stilo, basandoci sulle informazioni allora attendibili, soprattutto britanniche, e per quanto scritto da altri attendibili autori, avevamo assegnato la paternità dei tre colpi da 152 mm ricevuti dal Bolzano all’incrociatore Neptune, anziché all’Orion, come oggi appare inequivocabile nello Studio dell’Intelligence Division, Naval Staff, Admiralty.

                 [37] Gli incrociatori del Gruppo “Pola”, come risulta dalle loro relazioni, cessarono il fuoco nel seguente ordine:  Trento alle 16.00 circa, Pola alle 16.04 circa, Fiume alle 16.05, Gorizia alle 16.12,  Zara alle 16.16,  Bolzano alle 16.20.

              [38] AUSMM, Azione di Punta Stilo, Studio dell’Intelligence Division, Naval Staff, Admiralty.

                [39] All’epoca dell’operazione “MA.5” nessuna nave britannica della Mediterranean Fleet possedeva il radar. Quindi il combattimento di Punta Stilo non fu influenzato, a favore dei britannici, da quell’apparato di rilevamento nei riguardi alle operazioni navali e neppure di scoperta aerea. Pertanto i due avversari combatterono alla pari, e lo furono fino alla fine del mese di agosto 1940, quando, con l’operazione Hats, arrivarono ad Alessandra quattro navi fornite di radar, la portaerei Illustrious, la corazzata Valiant (già della Forza H di Gibilterra) e gli incrociatori contraerei Calcutta e Coventry, prime unità  fornite di quell’apparato di rilevamento di una lunga serie. Cfr., Francesco Mattesini, L’attività dei Sommergibili e dei Cacciatorpediniere Italiani nel Mediterraneo Orientale nel primo anno di guerra, Seconda Parte, 29 giugno - dicembre 1940, Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, giugno 2008.

             [40] F.H. Hinsley, nel primo volume sul  British Intelligence in the Second World War (HMSO, 1979), ha riportato questa fondamentale notizia: “In questo combattimento il Comandante in Capo del Mediterraneo acquisì informazioni dei segnali trasmessi col codice italiano della Flotta [usato a livello operativo] e da linguaggio in chiaro. Entrambi, con il fatto che il radiogoniometro fu anche utile, gli permisero di definire le intenzioni del Comandante in Capo italiano, che erano quelle di attirare l’avversario in una trappola di sommergibili ed aerei, sostando dietro lontano dalla costa italiana”. Poiché queste informazioni erano state trasmesse da Supermarina ai Comandi della 1e 2a Squadra nelle prime ore del mattino del 9 luglio, è da supporre che al momento in cui l’ammiraglio Cunningham andò al combattimento navale, conosceva il piano italiano trasmesso con il codice SM 19  (chiamato codicione), ed evidentemente le intercettazioni erano state interpretate sulla Warspite  meglio di quanto non avessero fatto i crittografi di Maristat. Inoltre, nel fondo ADM 223/89 del National Archives (ex PRO), appendice 3, si legge: “Durante e dopo la battaglia furono decifrati molti messaggi italiani”, e nel ADM 223/121, riferendosi al dispaccio n. 891 del 10 luglio 1940, inviato a Malta dall’Operational Intelligence Centre (OIC) dell’Ammiragliato, è scritto: “Abbiamo avuto il vantaggio di ricevere il contenuto di molti messaggi del Comandante in Capo della Flotta italiana. Il suo piano era di sparare poche salve e poi di nascondersi dietro una cortina di fumo [sic] lasciando ai cacciatorpediniere, ai sommergibili e agli aerei l’incarico di attaccare”.

              [41] Sulla cooperazione tra la 1a e la 2a Squadra, l’ammiraglio Campioni, nella sua seconda Relazione per Supermarina, n. 1/396 S.R.P. del 17 agosto 1940, ha scritto: “Sebbene le due Squadre si trovassero riunite per la prima volta, esse hanno operato con soddisfacente armonia; in particolare durante l’azione tattica del giorno 9, l’azione del Comandante in Capo della 2a Squadra ha aderito in modo perfetto ai miei intendimenti operativi ed alle direttive segnalate: le Divisioni di incrociatori da 10.000 tonnellate e le loro Squadriglie CC.TT. hanno manovrato con prontezza portandosi sulla linea di schieramento e al fuoco rapidamente e ordinatamente nella non facile situazione derivante dalla segnalazione del nemico in direzione molto diversa da quella nella quale era atteso. Questa diversità ha prodotto anche il mancato intervento nell’azione della VII^ Divisione. Come si può constatare, leggendo il mio testo, queste affermazioni del Comandante Superiore in mare appaiono alquanto giustificatrici di una situazione difficile, che non era quella reale.

                [42] AUSMM,  Azione navale dei giorni 6-7-8-9 Luglio 1940 – Cronistoria.

                [43] A pagina 170 del libro Quando tuonano i grossi calibri (USMM) è erroneamente scritto, dagli autori Cernuschi e Tirondola, evidentemente ancora per far colpo su un pubblico sensibile, a discapito della Storia: “L’ammiraglio Campioni si accorse che la WARSPITE era in difficoltà e pertanto mandò i suoi cacciatorpediniere, e quelli della seconda squadra al contrattacco. In realtà, come detto, i cacciatorpediniere italiani andarono all’attacco soltanto dopo che la Cesare era stata colpita, per proteggerne la ritirata mantenendo lontane le unità britanniche.

                [44] AUSMM, Azione di Punta Stilo, Studio dell’Intelligence Division, Naval Staff, Admiralty.

                [45] Ibidem.

                [46] Comando in Capo della 1a Squadra Navale, Rapporto sulla missione di guerra dei giorni 7 – 8 – 9 Luglio 1940-XVIII, Prot. N. 1/396 S.R.P. del 17 agosto 1940.

                [47] Lascio agli autori di  Quando sparano i grossi calibri (USMM) la responsabilità della frase, riferita alla fine del combattimento, non degna di un opera ufficiale: “L’equilibrio si era così rotto. Cunningham e il WARSPITE ne avevano avuto abbastanza e, ancora una volta, la componente psicologica determinata dall’atteggiamento britannico sembra essere quella, stupita, dei pifferi da montagna scesi per suonare e che tornarono suonati”. Credevamo che fossero stati i britannici a vincere la battaglia di Punta Stilo, com’è conosciuto in tutto il mondo, ma incredibilmente dopo 78 anni apprendiamo, dai due Autori,  che siamo stati noi italiani a vincerla!

                [48] Rapporto del Comandante in Capo della Mediterranean Fleet, in Supplement to the London Gazette del 28 aprile 1948.

              [49] Admiralty, Battle Summary No. 8 - Operation M.A.5 and Action off Calabria, July 1940.

                [50] National Archives, Report of the action to Italian Fleet, 9 July 1940.

                [51] Comando in Capo della 1a Squadra Navale, Rapporto sulla missione di guerra dei giorni 7 – 8 – 9 Luglio 1940-XVIII, Prot. N. 1/396 S.R.P. del 17 agosto 1940.

                [52] Per l’impiego esaustivo dell’Aeronautica italiana nel corso dell’Operazione M.A.3, e nel contempo per tutto quanto riguarda l’approfondita spiegazione sulle manovre di navigazione delle due Flotte, dal momento della partenza dalle basi fino al momento del rientro delle unità navali, ed per le approfondite Conclusioni, si rimanda al mio libro “Punta Stilo - La prima battaglia aeronavale della Storia, 9 Luglio 1940", in corso di stampa per la Libreria Militare Ares.

                [53] UASMM, Intercettazioni Estere, volume n. 2, copia n. 110; ASMEUS, GAM 7/124, messaggio di Supermarina. 5565.

                [54] Enrico Cernuschi – Andrea Tirondola, Quando tuonano i grossi calibri. Punta Stilo, 9 luglio 1940, USMM, Roma, 20016. 


Messaggio modificato da Francesco Mattesini, 24 giugno 2018 - 08:00

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FRANCESCO MATTESINI

 

PUNTA STILO

 

LA PRIMA BATTAGLIA AERONAVALE DELLA STORIA

9 Luglio 1940

 

 

 

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