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COME VA RACCONTATA LA DIFESA DI ROMA!


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L’ARMISTIZIO E LA  MANCATA DIFESA DI ROMA

 

 

 

I combattimenti di Monterosi, lago di Bracciano, Monterotondo e Porta San Paolo

 

 

 

                                                                                      FRANCESCO MATTESINI

https://independent.academia.edu/FrancescoMattesini

 

 

Buona lettura. 

L'argomento può essere indigesto, ma ho consultato tutti i documenti dell'Archivio dello Stato Maggiore dell'Esercito Ufficio Storico,  anche i più segretissimi, e non ci sono dubbi che solo una parte delle truppe, in particolare quelle delle Divisioni corazzate, non combatterono per ordine del RE, al momento di lasciare Roma che stava per essere circondata dai tedeschi, e per non dover causare la distruzione di città, con i suoi millenari monumenti e la morte di tanti civili, trasformando i combattimenti casa per casa. Si può non apprezzare, come è la mia opinione, ma allora quando il Sovrano prendeva una decisione, logica o illogica, tutti ubbidivano. Così fece il generale Roatta, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito emanando l'ordine di ritirata a Tivoli, dalla zona La Storta - Lago di Bracciano, delle Divisioni ARIETE e PIAVE, e non impegnando la CENTAURO; e così obbedì il generale Carboni, Comandante del Corpo Motocorazzato, che all'ultimo momento fece un tentativo per accerchiare con l'Ariete la 2a Divisione paracadutisti, che non riuscì per l'entrata in vigore dell'armistizio, fermandosi  a Ciampino.

I combattimenti, tragici, all'EUR, Cecchignola, Ardeatina, Laurentina,  Magliana e infine a Porta San Paolo furono soltanto una ritirata delle truppe che combattevano i paracadutisti tedeschi della 2a Divisione, in particolare i Granatieri di Sardegna e i Lancieri di Montebello, il 4° Reggimento corazzato; l'intervento dei civili una mezza bufala, e i paracadutisti tedeschi, il mattino del 10 settembre, dopo un giorno e mezzo dal momento in cui si mossero da Pratica di Mare privi di armamento pesante, ma solo di 42 cannoni anticarro, quasi tutti da 37 mm,  entrarono nella città prima della resa delle ore 16.30, arrivando addirittura al Colosseo, con il 6° Reggimento, e alla Stazione Termini, con il 2° Reggimento, appoggiati dal 2° Reggimento artiglieria. Il 7° Reggimento addestramento paracadutisti eliminò tutte le truppe italiane che difendevano la zona dei Castelli Romani, per poi puntare su Roma per la SS Casilina e la Tuscolana mentre il 2° Battaglione del 6° Reggimento (che poi liberò Mussolini al Gran Sasso), 650 uomini lanciati da 52 aerei da trasporto Ju.52 su Monterotondo, catturò al castello (Palazzo Orsini) la sede di campagna dello Stato Maggiore dell'Esercito, per poi, pur accerchiato, resistere ai contrattacchi degli italiani.

Mentre da Frascati muovevano i reparti che proteggevano il Comando Tedesco (OBS) del feldmaresciallo Kesselring, puntando per la Casilina su Porta Maggiore la 3a Divisione Granatieri Corazzati, sostenuta dai carri armati,  dai semoventi  e da un battaglione di fanteria della 26a Divisione corazzata che si trovava in Calabria, e che erano stati fermati a Orvieto per l'operazione Achse, avanzò da Montefiascone sulle due sponde del Lago di Bracciano, combattendo soltanto a Monterosi e Oriolo-Bracciano-Cesano, per poi arrivare alla Storta e avere libera la strada per la parte nord di Roma. Un'altra colonna mosse fino a raggiungere Fiumicino, dove si congiunse ai paracadutisti, fornendo loro l'appoggio dei mezzi corazzati quando ormai non ne avevano più bisogno.

Le forze tedesche in campo: 106 carri armati tipo III e IV, 42 cannoni d'assalto Stu.G.III, 40 cannoni semoventi, circa 80 cannoni, 49.000 uomini al massimo; le forze italiane, compresi tutti i reparti locali delle Forze Armate e Forze di Polizia, circa 120.000 uomini (di cui 90.000 nei maggiori reparti), 420 mezzi corazzati, tra carri armati e mezzi semoventi, 900 cannoni (troverete nel saggio le cifre esatte). Fu per gli italiani un'altra Caporetto, con gli italiani che dovettero cedere per  firmare la resa tutto il loro materiale militare. L'accordo raggiunto con il feldmaresciallo Kesselring, che da vero gentiluomo oltre che grandissimo stratega, mantenne la parola, non digerita bene al Comando di Hitler, della liberazione di tutti gli ufficiali (che mantennero la pistola compreso mio padre), sottufficiali e soldati, mentre altrove, nelle altre parti d'Italia e nei Balcani, 600.000 soldati italiani  finirono nei campi di concentramento in Germania.

Kesselring voleva il controllo di Roma, perché dalla capitale italiana partivano tutte le strade e le ferrovie per la zona di Salerno, dove erano sbarcati gli Anglo-Americani, allo scopo di rifornire e rafforzare le sei divisioni della sua 10a Armata, e nello scambio ci fu forse, ma questo senza poter essere provato, la fuga del Re  e la fine dei combattimenti nella città di Roma.

Altro che il tanto reclamizzato primo combattimento della resistenza e della guerra di liberazione: fu una vera disfatta, con la fuga degli stessi Granatieri di Sardegna, che abbandonarono gli avamposti; per non  parlare dei civili che, "dopo aver saccheggiato i mercati generali dell'Ostiense, urlarono ai soldati di cessare dalla resistenza", come ha scritto nel 1944, in un suo promemoria, consegnato al Ministro della Guerra generale Marras, il colonnello di S.M. Murra.

I tedeschi della 2a Divisione paracadutisti ebbero soltanto 125 morti, gli italiani, compresi i civili che si trovarono nella zona dei combattimenti, circa 700. Non abbiamo i dati esatti delle altre perdite tedesche, ma appare che fossero modeste, in particolare quella dei mezzi da combattimento, mentre gli italiani persero parecchi carri armati, semoventi, autoblinde e camionette armate AS.42, inchiodati dagli anticarro tedeschi sulla via Ostiense e alla Passeggiata Archeologica.

Francesco Mattesini - 22 Novembre 2020

 

 

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